ANTEFATTO
In certi precisi momenti della giornata, quando non era interamente avvolta dalla nebbia, aguzzando la vista si poteva perfino arrivare a scorgerla: adagiata sull’inguine di una montagna latitava, impurità della pelle di roccia, una piccola comunità albina.
Abitavano in quello che sembrava essere una sorta di gigantesco alveare di casupole che erano riusciti a ottenere ammucchiando l’uno sopra l’altro una lunga serie di blocchi di ghiaia congelata.
Di alberi, lungo il pendio della montagna, non ve n’erano rimasti; nemmeno le robustissime radici dei faggi erano sopravvissute alle folte lame dei boscaioli, i quali, provenendo da valle, scalavano le alture in cerca di legna da ardere. Gli inverni della zona erano terribilmente spietati con i viaggiatori di passaggio, che affrontavano, avvolti dal gelo, i sentieri scavati nel terreno dove la brina ostacolava le ruote e il fango si opponeva alle zampe degli animali e alle calzature dei padroni. Il freddo mordeva feroce e non risparmiava neppure gli autoctoni, anche se questi avevano sviluppato, nel corso del tempo, un infallibile udito che li aiutava a rinfoderarsi con grande rapidità nelle proprie pellicce al minaccioso suono della caduta del primo fiocco di neve.
Come si difendessero dal freddo, invece, gli albini, nessuno lo sapeva. Stavano lassù, brulicando lungo le cavità di quel loro alveare di ghiaia, dove nessuno – degli altri – aveva mai osato spingersi. Gli anziani dicevano che per scrutare a fondo nella reale essenza della comunità albina bisognava immaginarsela come una creatura ciclopica, assopita; un mostro però vigile, che con i suoi mille occhi scruta i dintorni e non si lascia sfuggire nemmeno il più impercettibile movimento nella valle sottostante.
Facevano paura, gli albini, questo è vero.
I boscaioli che li avevano incontrati, durante una delle tante spedizioni sulla montagna, erano tornati tremolanti, scossi fino al midollo: raccontarono alle proprie famiglie di aver visto, da un nascondiglio di fortuna, una moltitudine di esseri scarni, longilinei, bianchi come le nevi delle vette.
– E cosa facevano questi esseri, papà?
– Cercavano qualcosa, io credo.
– Qualcuno, cercavano qualcuno.
– Come lo sai?
– Gli oggetti non si cercano gridando.
Secondo le più antiche credenze popolari, ravvivate di giorno in giorno dai racconti degli anziani, l’intera vallata era il frutto di un’opera misericordiosa. Si credeva che il creato, inteso dagli abitanti come tutto ciò che vi era all’interno dei confini della valle, fosse un’immensa tunica di fili d’erba rattoppata con pezze di torba da una sarta onnipotente, la quale, con ago e filo, aveva pazientemente cucito e ricamato l’intera vallata. La Tessitrice, così la chiamavano gli abitanti del luogo, creava i campi, le colline, le montagne e i fiumi che le attraversavano laddove Lei desiderava. Era considerata, tra le genti, la sola e unica entità primordiale. La sua coppia di mani divine generava, modificava e infondeva vita a suo piacimento: aveva concesso e concedeva tutt’ora l’inestimabile dono della vita a uno smisurato esercito di corpi inanimati, benedicendoli con un incandescente soffio vitale, un alito di vento sacro, puro, che rinvigoriva l’anima e sorreggeva le membra.
Era la Somma Madre di un’umanità creata e a sua volta procreatrice, divenuta gradualmente artefice di sé stessa attraverso i secoli, certo, ma pur sempre figlia di fantocci che Lei aveva ricavato dalle sagome dei paesaggi naturali: i busti argilla, le gambe tronchi, le braccia rami, gli occhi perle, i denti pietre grezze e la voce…
– Mi dispiace così tanto, Bone…
La voce è di un bambino.
Un giorno è passato e un altro se ne avverte, oltre le alture – più in là –, dove il sole si scioglie tra le sommità delle montagne e le ghiandaie fanno il nido con ciò che rimane di un vecchio filo spinato. I richiami degli uccelli, acuti e insistenti, scheggiano il dolce crepitio di un ruscello che sgorga dal fianco della montagna come un rivolo di sangue da una vena recisa. Accovacciato tra i ciottoli, lungo la riva del corso d’acqua, un bambino singhiozza: tra le dita, che per quanto piccole sanno già stringere forte, sorregge il suo coniglio di pezza. Scosso dai brividi, il bambino dalla pelle bianca – buccia di luna – tira su col naso e si pulisce col polso.
Sa che lo stanno cercando.
Sa che la sua gente, a quel punto della giornata, si sarà messa sulle sue tracce, e che il suo nome, denso e scuro come un livido – l’unica termine di paragone che ha – starà ronzando lungo i pendii ove era solito recarsi.
È gente di montagna, tutti loro lo sono, gente che si muove svelta tra le rocce, che guadagna terreno tradendo i sentieri, e che si arrampicherebbe sugli alberi per scorgerlo, per chiamarlo a sé, se solo ne fossero rimasti. Sono albini di montagna, tutti loro lo sono, gente per cui cogliere le bacche è un precetto, bere la neve un dovere, e nutrire i figli un investimento. E lui lo sa bene cosa significhi – li ha visti – pulire il nevischio dal fango per poterlo ingoiare, uscire seminudi dagli arbusti con i torsi sfregiati dal sangue, e scavare tra le pietre, come ratti, strappandosi le unghie fino a farle pendere dalla pelle.
Sapeva, grazie al frammento di un dialogo che aveva rubato vicino al pozzo, che giù a valle avevano talmente tante cose da mangiare che si potevano permettere di tenere un animale come compagno, di quelli piccoli, a quattro zampe, a cui puoi lanciare un osso e startene certo che te lo riporterà. Dove viveva lui, dove vivevano loro, gli albini, quelli erano i primi animali, insieme alle lucertole, a essere mangiati.
Ogni tanto ne scappava uno, di quelli agili, svelti, da caccia, e quando lo si catturava gli uomini e le donne dell’alveare si stringevano l’un l’altro: era uno dei rari momenti in cui il bianco delle pelli incontrava quello dei denti.
L’opaco clamore generale si acquietava soltanto una volta che la povera bestia veniva colpita a morte, per poi essere grossolanamente macellata con delle pietre acuminate. Veniva mangiata cruda – questo è chiaro – e del tanto splendido animale, abituato a saettare tra le rocce appuntite e le radici mozzate, non rimanevano che le ossa. Bianche come le mille stelle che pungono il cielo, diceva qualcuno.
Il bambino pensava sempre che se avesse trovato uno di quegli animali così belli, durante uno dei suoi vagabondaggi, lo avrebbe tenuto con sé. Non gli avrebbe mai fatto del male, lo giurava – ma a chi? –, e avrebbe cercato un osso da lanciargli in modo da accudirlo e farne un amico. Un amico vero – un amico vero –, di quelli che respirano e si muovono, di quelli che quando cammini ti seguono e quando rallenti si fermano ad aspettarti. Pensava anche che un amico così non lo avrebbe mai avuto, e che tra l’osso che aspetta e l’animale che insegue, lui avrebbe dovuto fare il secondo; perché il suo amico, il suo unico amico, era fatto di pezza, e la pezza non corre: giace.
E quindi fu Bone.
Osso.
Il suo coniglio di pezza.
Aveva trattenuto un gemito, strozzandolo in gola, e si era guardato intorno, spaventato a morte, forse temendo che i battiti del cuore gli avessero forato il petto. Con gli occhi piantati a terra aveva cercato tra i sassi, le cui manciate, vuote nella loro pienezza, gli si erano sgretolate in mano. Aveva le dita impastate di polvere, che iniziava a sentire, tra un respiro e l’altro, anche sul palato; la voce roca, asciutta, bisbigliava qualcosa.
Poi lo aveva trovato, verso sera.
Con i polpastrelli screpolati ne aveva sentito la superficie liscia, sottilissima, familiare, e aveva capito di avere tra le mani il bottone in legno d’ebano che apparteneva al suo amico.
Quando qualcosa si rompe bisogna aggiustarla. Sempre. Non c’è verso di ottenerne, di desiderarne una nuova. Il bambino non può immaginare – o forse non osa – quanto debba essere costato, ai propri genitori, il suo amico di pezza, che di giorno teneva per la zampa – fianco a fianco – e di notte riposava con lui, sulla paglia, appoggiato alla parete di ghiaia.
È il motivo per cui aveva teso l’orecchio, quel giorno, per accertarsi che non ci fosse nessuno nei paraggi, che non ci fossero loro due, e per cui aveva iniziato a correre tra i detriti, nella boscaglia, alla ricerca di una scaglia di resina.
Il sole aveva già abdicato da un pezzo, e di notte le pietre della montagna, sotto la pelle nuda dei piedi scalzi, sono sempre più affilate; il terreno è madido, il muschio impregnato, e la poca resina che aveva trovato, raschiando nel relitto di un faggio, si era rivelata dura come le nocche. Aveva quindi ripiegato, orientandosi a tentoni, nel buio, e aveva deciso di seguire il mai domo scrosciare del corso d’acqua. Giunto al ruscello si era seduto tra i singhiozzi e aveva preso in mano il proprio amico, che ricambiava il suo sguardo soltanto a metà.
Come si aggiusta un occhio a qualcuno? Aveva provato con la resina, sperando di riuscire ad appiccicare il bottone sul volto del coniglio almeno fino a quando non avrebbe trovato una soluzione migliore. Piangendo a dirotto, e con in bocca il sapore amaro di quel suo tentativo fallito, il bambino aveva quindi iniziato a sputarsi nelle mani, tagliando con le dita i fili di bava che gli pendevano dalla bocca. Anche se sapeva già che non avrebbe mai funzionato.
Nemmeno così.
Sentì farsi strada, sulla nuca, lo strisciare di un brivido rovente che gli mozzò il respiro e lo fece tossire forte, come per fargli sputare un veleno avvinghiato nei polmoni. Gli sembrava di avere la gola in fiamme, tanto intensi erano i conati; le tempie gli pulsavano incessanti, come se a scuoterlo fosse la sua stessa coscienza. Cosa stesse cercando di dirgli, a quel punto, non era più un mistero: lo stomaco si serrò, accartocciandosi su sé stesso, e il bambino percepì, più netta che mai, l’incrinatura delle proprie responsabilità.
Cosa avrebbe detto la sua mamma una volta visto il trattamento che aveva, seppur innocentemente, riservato al frutto di mesi, forse anni, di fatiche e sofferenze che lei aveva sopportato esclusivamente al fine di poter consegnare al proprio bambino un amico con il quale giocare – distrarsi –, a cui stringere forte la zampa – distrarsi da tutto – e a cui volere bene; più bene che a lei – distrarsi da tutto questo. E il suo papà? Come lo avrebbe guardato? Con quanta forza sarebbero calati su di lui, come mannaie, quei suoi occhi grigi, remoti, ultimi bagliori di un volto scavato dal sonno, dalla fame, e dalle pene che pativa ogni giorno per lui.
Per suo figlio.
E lui come aveva ricambiato? Trattando Bone con noncuranza, come un oggetto qualunque, e smarrendo uno dei bottoni suoi occhi; che aveva poi ritrovato, certo, ma il suo amico di pezza non era più come prima, e non lo sarebbe più stato.
Perché senza passare per i propri genitori, come prima non si poteva più avere.
E quindi piangeva, il bambino, asciugandosi le lacrime con le dita sporche di terra e polvere, mentre stringeva Bone al proprio petto come una madre stringe a sé il proprio cucciolo. Accovacciato, con la testa poggiata al proprio amico, fronte su fronte, mormorava, quando i singhiozzi e i colpi di tosse glielo permettevano:
– Mi dispiace così tanto, Bone.
Certo che gli dispiaceva – gli dispiaceva da morire –, eppure la vita degli albini aveva insegnato loro che piangersi addosso e starsene con le mani in mano è la maniera peggiore di reagire davanti a una disgrazia subita. Era per questo motivo che da quando erano stati esiliati sulla china della montagna avevano imparato rapidamente a farsi forza l’un l’altro, abbattendo, giorno dopo giorno, le distanze che orgoglio, dignità e pudore dilatavano. Tra gli albini non esisteva più la vergogna, né tantomeno l’onore. A resistere, dentro di loro, uno spirito selvaggio votato al rimanere attaccato alla vita con le unghie e con i denti; ed era proprio questo sentimento a farli camminare a testa alta tra le macerie e i brandelli della propria civiltà. Non si possono avere nemici dove il mio sangue ha lo stesso colore del tuo, e la prima cosa che abbiamo in comune, oltre a questo bianco cadavere sulla pelle, è proprio l’assenza di ciò di cui abbiamo bisogno. Sta a noi trovare l’acqua dove acqua non sgorga; sta a noi trovare il cibo dove cibo non ve n’è; e sta a noi vivere dove vivere non si può.
Ma quelli sono i princìpi e gli ideali di gente adulta, di gente grande, e questi i pensieri di un bambino che conosce soltanto una legge: e sa che quando si prende un pugno, questo va ridato; quando si fa un torto, questo va riparato; e quando si perde l’occhio del proprio amico di pezza… questo va restituito. È il motivo per cui aveva staccato il pezzo di legno dalla staccionata e, tremando dalla paura e dal freddo, ne aveva estratto il chiodo imbevuto di ruggine. È il motivo per cui aveva ingoiato forte la saliva, come per deglutire la pietra di cui sentiva il peso sullo stomaco. Ed è il motivo per cui si era portato la punta del chiodo all’occhio e aveva spinto più forte che poteva.
Tieni, Bone.
– Strappato.
– Proprio così.
– Strappato del tutto, cazzo.
Quando una sarta non fa, disfa.
Fu questa la spiegazione che gli abitanti della valle si diedero commentando, con il culo al sicuro, l’immane catastrofe che si consumò davanti ai loro occhi.
Tutti la udirono. Gli uomini si sporsero dai balconi, spalancarono le porte delle case e, agitando le braccia al cielo e gridando all’impazzata, scesero giù in strada a richiamare l’attenzione di parenti e vicini; le donne, invece, per prima cosa corsero a cercare i propri figli, per coprire loro occhi e orecchie – non è successo niente, torna pure a giocare –, anche se ben presto dovettero rinunciare ai propri sforzi: era impossibile, per chiunque, non accorgersene.
Dove poggiava la ripidezza della montagna, sulla soglia della valle, ora sorgeva un immenso cumulo di terra scura, sottratta alla pelle del pendio, che teneva imprigionato con sé un rimescolio di rocce, ghiaia, e corpi privi di vita.
– Mamma, cosa sono quei vermicelli?
Lo sussurravano i bambini, indicando gli arti così bianchi che sporgevano in lontananza, proprio come piccoli vermi, dal cimitero di terra e detriti.
Gli anziani della valle si riunirono in fretta e furia, com’era di consuetudine alla luce di situazioni del genere. Per prima cosa si avvicinarono l’un l’altro, sporgendosi dalle sedute come per tessere la trama di un segreto comune, e poi si confrontarono con quel tono sommesso che è di norma attribuire alle grandi occasioni, al fine di comporre, come si compone un intruglio, la forma definitiva che la notizia della catastrofe avrebbe dovuto assumere circolando di casa in casa e di famiglia in famiglia.
A vincere fu il partito che propose di giustificare l’intera vicenda affidandosi all’imperitura credenza della Tessitrice.
– Abbiamo o non abbiamo sempre creduto che gli albini non fossero altro che un Suo errore?
– Abbiamo.
– Sì.
– Sì, cazzo.
– Dunque non allarmiamoci, compagni: quel che avete visto è opera sua. La Tessitrice ha soltanto apportato una correzione al nostro mondo. Niente più albini.
– Niente più albini.
– Niente più albini.
– Niente più impurità.
– È tornato l’equilibrio.
– Lei è l’equilibrio.
– Lei è l’equilibrio.
– Lei è l’equilibrio.
Fu così che, sulle rancide note di quel gran vociare di donne e di uomini, venne a costituirsi un manipolo di sacerdoti, boscaioli e curiosi, i quali si avviarono verso il gigantesco ammasso di corpi e macerie alla ricerca di superstiti da eliminare, e il magazzino venne depredato di ogni sorta di attrezzo che potesse anche solo vagamente ricordare un qualche tipo di arma. Tuttavia, una volta arrivati a destinazione, il serrato nugolo di esaltati si accorse che delle falci, mazze e accette, che tanto fieramente avevano impugnato, non c’era più alcun bisogno.
Ai piedi della valanga, a dividersi due occhi, soltanto un bambino e il suo coniglio di pezza.
L’orbita di un biberon dentro un forno a microonde è un romanzo d’invenzione di Federico Spagnoli.
Tutti i diritti sono riservati all’autore.




