Almeida

I corpi degli uomini sono ammassati sul ponte. Si urtano e spintonano l’un l’altro per vedere meglio. Il sole è coperto da un’unica nube, sospinta dal vento tagliente e salmastro del mare. Al centro del cerchio vi sono io. Gli sguardi mi inchiodano al legno del ponte principale, e dalle bocche degli uomini si riversano sputi e incitamenti. Nell’aria, un puzzo di sudore, alcool e polvere da sparo. “Giù. Giù. Giù.” è il coro gutturale. Il Capitano H discende le scale del ponte di comando, sputando oltre il parapetto il tabacco che mastica da questa mattina. Il legno scricchiola sinistro sotto i suoi stivali. Si toglie il tricorno per grattarsi i capelli sporchi e unti. 

L’àncora, dice.
Prua controvento, signore.
Pronta a filare, signore.

Il Capitano H si avvicina a me, al centro del cerchio. Dietro di lui, quattro uomini, tra i quali Wood, iniziano ad armeggiare con la gomena catramata. Cammina piano, ignorando il vociare della ciurma. (Giù. Giù. Giù.). Con il suo occhio color ambra scruta intorno a sé, e passa rapidamente in rassegna le condizioni dei moschetti, delle sciabole e dei coltelli appesi alle cinture. Il suo alito, pregno di tabacco e melassa, lo precede. Si ferma a meno di un metro da me. Guardo fisso in mezzo alle sue sopracciglia – mai negli occhi – e cerco di tenere le braccia ferme e il mento alto. Il brusio degli uomini, gli sputi e gli schiamazzi si acquietano per un momento. Con lo stivale, il Capitano gratta una crosta di salsedine tra le assi del ponte. Nell’aria, il lento sciabordio delle onde. Poi mi guarda come si osserva qualcuno buttando lo sguardo giù da una torre.

Vallo a prendere.
Chino la testa.
Signore.

Un’esplosione di incitamenti prorompe dalla ciurma. Molti alzano al cielo il pugno o il cappello. Come fuoriuscito dalla gola di un demone, il coro riprende a tuonare (Giù. Giù. Giù.). Il Capitano H rimane immobile, tenendo lo sguardo sulla mia schiena – lo sento – mentre mi volto e mi avvicino alla botola. Due uomini alzano la grata, reggendola con entrambe le mani mentre un sorriso si accende nei loro volti. Scendo sottocoperta. Tre gradini e il buio mi inghiotte. Mi risputerà qualche passo più avanti, quando i miei occhi si saranno abituati alle tenebre della stiva. Una piccola e malconcia lanterna appesa alla parete precede gli alloggi, dove penzolano le amache umide, intrise di acqua salata e sudore. Dalle assi di legno sovrastanti sento lo spostarsi della ciurma, i loro piedi, i loro stivali, e i sottili fasci di luce piovono dall’alto trafiggendo silenziosamente l’oscurità. Sento la voce del demone, ovattata, profonda, vomitata da una gola di pietra (Giù. Giù. Giù.). Scosto le ultime amache davanti a me, e faccio il mio ingresso nell’infermeria con le mani nere. Keegan ha gli occhi iniettati di sangue, e sta pulendo una lama dentata con uno straccio pieno di fuliggine. Sangue scuro come l’ombra gli sgocciola dall’orlo del grembiule di cuoio. Basta un cenno, non dico nulla. Proseguo la mia avanzata nelle viscere della nave, fino ad arrivare al gavone di prua. Lo trovo rannicchiato come un roditore, pallido, con il petto e le braccia livide. Si accorge della mia presenza e gli occhi gli si spalancano in un’espressione di terrore. Di attesa giunta al termine. Resto in silenzio. Lui cerca di tirarsi in piedi aggrappandosi a un’àncora di riserva. Trema.

N-n-no… n-no…
Alza il culo.

I capelli fradici gli si avvinghiano alla fronte come dita di una mano sottile e scheletrica. Nascondono a malapena lo squarcio sul lato della testa. I grumi di sangue sgocciolano sull’orecchio, poi sulla spalla. Riesce a tirarsi in piedi, poi inciampa su un fascio di sartiame. La voce del demone mi chiama, lontana, ovunque (Giù. Giù. Giù.). Mi avvicino a lui e lo afferro per un braccio. Al contatto, si ritrae come davanti a un incubo. Lo strattono in avanti, le gambe gli cedono ma riesco a tenerlo in piedi.

Forza, Almeida. Non fare lo stronzo.

Cammina lentamente, sotto la mia scorta, e attraversa il ventre della nave come se all’uscita non vi fosse altro che la morte. Ed è così. Gli do uno spintone. Si schianta contro la paratia. Geme di dolore. Agli uomini non piace aspettare, tanto meno al Capitano. Sfiliamo davanti a Keegan, che ha terminato la sua amputazione e sta liberando il cadavere del paziente dai lacci di cuoio. Alza appena lo sguardo.

Almeida.

La botola si riapre sopra di noi come il palato di un dio, e ci investe con la luce del giorno e gli schiamazzi esultanti degli uomini. Ora più che mai il demone tuona (Giù. Giù. Giù.). Conduco Almeida dal Capitano, tenendolo in piedi con una mano tra le scapole. Una serie di sputi s’infrange contro il volto e la schiena dell’uomo, e anche sul mio braccio, ma non ha importanza. Il Capitano H apre la mano, e allarga il braccio in direzione del quartiermastro, che gli consegna la sua sciabola. L’occhio color ambra osserva la lama lucente come se cercasse di fonderla; come se cercasse di riconsegnare l’arma alla sua origine. Poi fa lo stesso con Almeida, che ora è in ginocchio, davanti a lui, piagnucolante. Il Capitano lo riporterà alla sua origine. Lo sappiamo tutti. La voce del demone s’interrompe. L’odore del sale è più intenso che mai. Ritorno a far parte del perimetro del cerchio, tra gli uomini che hanno perso tutto l’interesse per me, per il funzionario, per il facilitatore, per colui che il suo compito l’ha svolto e può tornarsene nel mucchio incognito e senza nome. Gli sguardi della ciurma sono tutti sul Capitano H, in attesa di capire le sue intenzioni anzitempo. Almeida continua a implorare qualcosa in portoghese, sbava e piange, e questo al quartiermastro non piace. Quest’ultimo e il Capitano si guardano, come per constatare la consistenza della vita dell’uomo tra le proprie mani. Così lieve. Così insulsa. Il Capitano riporta gli occhi sulla sciabola luminosa, che sembra quasi vibrare tra le sue mani, e poi nuovamente su Almeida. Il volto gli si deforma in una smorfia miscelata di disgusto, disprezzo e ripugnanza. Sputa per terra, davanti ad Almeida. Restituisce la sciabola al quartiermastro, che la infila nella cintura, e fa un cenno con la testa. Orizzontale, netto, esatto. Due uomini prendono quindi Almeida per le braccia, lo trascinano verso il parapetto, e lo buttano giù. Il Capitano H si sistema in testa il tricorno, risale le scale del ponte di comando, e ruggisce.

L’àncora.
Signore.
Signore.

di Federico Spagnoli

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