Ratto

C’è il rischio di farsi male, milady. In questo posto il tasso di sognatori per metro quadro è piuttosto alto. Come dice? La luce? Meglio così, mi creda. Glielo ha raccontato sua madre – deve averlo fatto – di quella volta in cui l’ho accompagnata personalmente in Cornovaglia? Proprio così, noi due soltanto, sulla mia Aston Martin color ottanio. Andava una meraviglia, ai tempi. L’ho mai fatta salire? Da piccola, forse? Che disdetta. Ora non si può più. Deve averla sognata qualcun altro, la mia Aston Martin. Si tratta pur sempre di un lavoro di fino, non c’è dubbio. È una questione di tatto. È come estrarre un coltello in maniera pulita. Cos’è quell’espressione che mi rivolge? Se li tenga stretti, i suoi sorrisi. Potrebbero perfino servirle. Non se la ricorda la regola?, l’unica, qui dentro. Toccasentirespiramordi ma non… non parlare. È così elementare, milady. Chiuda gli occhi – io sono qui – e mi dica: lo vede lo specchio in fondo al pozzo? Se lo vede, non ci faccia caso. Fa parte del mio lavoro. È il mio mestiere. E mi segua, la prego, da questa parte. Perdoni la mano fredda, si sa: i sogni sono posture siderali. Compostezze. Non tremi, e saranno suoi. Non tremi, milady. Si accomodi, ecco. E ricordi la regola. Non un fiato. Chiuda gli occhi – sono ancora qui – e mi dica: ora lo vede lo specchio in fondo al pozzo? Se lo vede, si ritenga in salvo. Lo tenga bene a mente, bene in testa, fino a quando non avrò sollevato la finestra e non mi sarò calato sul ramo; fino a quando l’erba del prato non mi avrà sfiorato le ginocchia e la luna esangue non mi avrà smaltito nell’ombra; fino a quando non avrò estratto il coltello e sarò fuggito via. Impugnando il mio arco. E la mia poesia.

di Federico Spagnoli

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