Martta dall’appetito bonsai

Non c’è mai stata bella donna che non abbia fatto le boccacce allo specchio.

La frase pende come una spada damoclea sul letto. Appesa a suon di puntine, la citazione Shakespeariana è un agglomerato orizzontale di parole torve, annerite dal fumo sollevatosi dalle labbra sottili e screpolate che imprigionano la sigaretta. Martta è appoggiata al cuscino che tiene in verticale, dietro la schiena. Una gamba penzola dal letto e giocherella con la pallina da tennis sul pavimento. Non ha mai avuto una racchetta, ora che ci pensa. La luce d’albume del pomeriggio si sfalda contro la tapparella calata come una palpebra a coprire lo sguardo monoftalmico della stanza buia. Nell’aria si respirano noodles riscaldati e deodorante spruzzato di recente. Martta, responsabile di entrambi gli aromi, annusa invece l’odore sintetico del pennarello indelebile con cui sta disegnando sul muro. Un paio di animaletti stilizzati, quest’oggi, niente di troppo articolato. Stacca il pennarello, libera medio e anulare, estrae la sigaretta dalla bocca, espira, rimette a posto la sigaretta e anche il pennarello, che trova il suo vero posto, pensa lei, soltanto con la punta appoggiata a una superficie.
Martta di superfici ne tocca, con la sua punta, ma spesso e volentieri limita il suo contatto con le cose all’estremità del piede, come quando sfiora l’acqua per saggiarne la temperatura, lei che tanto di rado indossa il costume e che altrettanto raramente veste panni diversi da quelli che ha indosso oggi: calze strappate dagli artigli di un designer, maglietta post-punk nera con la dentiera d’oro di un teschio, felpa di lana aperta sul petto e serie di collanine dal valore pressoché insignificante, che però luccicano. Disteso sulla scrivania, a divorare lo spazio lasciato libero da astucci, portachiavi e riviste, il suo basso attende paziente le dita della padrona. Ha un che di Excalibur, anche se l’acciaio non lo taglia, pensa lei. Non gli ha ancora dato un nome, e forse, dopo quasi due anni, sarebbe anche ora di trovargliene uno. Il basso è lo scettro con cui Martta si sente potente. È una questione di gravità. È una questione di solleticare, mutare o pungere le corde con cui riempie la stanza di vibrazioni, di un nuovo cuore, e con cui s’impossessa del battito cardiaco dell’intero edificio, facendolo suo. Il condominio corre veloce, e balza instancabile quando Martta fa scorrere le dita sulla tastiera trasformando la camera in un ventricolo funk, passando da Kool a Prince, e da Prince a Sly Stone; poi rallenta, si ferma un secondo, respira, si ricompone e passa al trip-hop, magari passando in rassegna le linee di basso di Blue Lines o Protection, album di cui si è tatuata i nomi dietro le ginocchia. I suoni cupi, le vibrazioni allargate e poi sfaldate in un secondo, il ritmo cadenzato che stermina i pomeriggi e lascia il segno sui polpastrelli. Il regno di Martta è una cavità inaccessibile, è la grotta di una creatura rimasta fuori dai libri, estranea agli occhi e alle orecchie dei curiosi, un mostro che ancora nessuno è riuscito a narrare e che sta cercando di assemblare le proprie sembianze per apparire forte e sicuro di sé, consapevole e al tempo stesso sprezzante delle esteriorità proprie e altrui; è il regno di un insetto che si è rintanato per sfuggire alla ragnatela dell’ordinario, e che cerca di abbattere le pareti con le proprie vibrazioni, usando i suoni del basso come colpi d’ariete. Martta cerca una testa di ponte, un millimetro quadrato dal quale partire poggiandovi sopra la punta del piede, lasciando andare il resto del corpo e atterrandovi come se non fosse mai stata altrove. Era stato un tentativo fallito, niente di più, l’incidere il basso con il proprio nome credendo che il senso di appartenenza avrebbe alleviato le proprie insicurezze. Il sapore amaro di quei sensi d’appartenenza unilaterali. Lo ricorda bene il giorno in cui aveva recuperato le lettere adesive di un vecchio diario scolastico, utilizzandole per il proprio inventario personale. Aveva trovato la M, un paio di A, ma nemmeno una T, che era già stata usata altrove, anni addietro, forse per marchiare con il nome della sua band preferita, i Tool, il cesso delle ragazze. Era quindi ricorsa ai caratteri speciali e, ripensando al fatto che scrivesse sempre le doppie T unendo le stanghette laterali, aveva optato per il Pi Greco. Marπa. Le piacque, e non poco. Da quel momento aveva iniziato a chiamarsi Martta, e a firmarsi così ovunque; non che la sobbillassero di richieste di autografi appena uscita di casa, ma era pur sempre interessante l’espressione dei suoi professori nel notare la storpiatura del nome sui vari fogli protocollo. Qualcuno glielo aveva persino considerato come un errore ortografico, e le aveva decurtato un quarto di punto. Un compromesso a dir poco accettabile quando dall’altra parte poteva avvalersi di un’identità che la rispecchiava a pieno. Il Pi Greco: irrazionale, come lei, spesso incapace di ricorrere al suo scivoloso raziocinio, e trascendentale, come lei si sentiva nei confronti del mondo. Era partita dal proprio nome, e ora aveva una stanza tutta sua. Piccola, essenziale, ma resa infinita dalle vibrazioni del suo basso creatore di universi portachiavi e custode del battito cardiaco dell’edificio epigonale. In cima alle ultime scale, all’ultimo piano, in fondo all’ultimo corridoio e dietro l’ultima porta, colei che tutto tiene in piedi, che tutto tiene in vita, Martta, ultima arrivata tra i cercatori di un mondo fatto su misura per loro.

di Federico Spagnoli

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