BRKS

In pieno. L’ho preso in pieno. Pronto? Mamma? L’ho preso in pieno, te lo giuro, cazzo. Sì, sull’extraurbana, per tornare a casa, fuori dall’autostrada. Te lo giuro, è apparso all’improvviso. No, non si muove. Pronto? Pronto? Non lo so, non lo so, novanta, forse cento all’ora. Appena uscito dalla curva, dopo il ponticello… sì, davanti alle due case. È un lui. Si è gettato in mezzo alla strada, te lo giuro. Qui è buio pesto, e non c’è nemmeno un lampione in questo posto del cazzo. Pronto? No, non mi sono fatto niente. Ora controllo come sta. Non si muove. Non muove un muscolo, cristo. È pieno di sangue. Non si muove, mamma. Subito, subito, ti ho chiamata subito, sì, appena è successo. No, non si muove, cazzo, mi ascolti?! Questo è andato. Ora chiamo… chiamo la polizia. Ok? No, la chiamo. Questa volta la chiamo. La macchina è a posto. Sì, forse un’ammaccatura. Lui? Ne avrà quindici o sedici. Mamma… l’ho ucciso. Ora chiamo la polizia. No, non posso andarmene così. Non posso, mamma. No. Non è vero, mi troverebbero, te lo giuro. Lo so. Ma come lasciarlo lì? In mezzo alla strada? Io quello non lo tocco. Non lo tocco. È morto, cazzo. Non posso andarmene di nuovo. Sei sicura? Davvero? Va bene, va bene. Va bene adesso arrivo. Arrivo, sì. Però mi prometti che la prossima volta la polizia la chiamiamo? La chiamiamo, ok? Non come le ultime due. La chiamiamo la prossima volta, ok? Allora arrivo. Sì, dieci minuti. Sì, vado piano, vado piano. Ciao, mamma, ciao.
Neanche un lampione. Che posto del cazzo. Mi avvicino per dare un’ultima occhiata al ragazzo, o a quel che ne resta. Gli occhi spalancati, il ventre svuotato e un ginocchio che guarda l’altro. L’ho ucciso io. L’ho ucciso io. Merda. Io lo sapevo. Lo sapevo che ‘sta macchina non dovevo guidarla. Novanta, cento, centodieci all’ora: troppo veloce; tutto troppo veloce. Lui non ha nemmeno gridato. Non ha fatto in tempo. Troppo veloce. Faccio ruotare la chiave e lei si risveglia. I fanali tornano a friggere l’aria della notte. Premo l’acceleratore e riparto. L’asfalto scorre al di sotto come ingurgitato dal cofano. Sento il motore mugugnare qualcosa. Riflette. Svolto e prendo l’extraurbana. Supero il ponticello, intravedo le due case, e dal nulla una figura spunta ai margini della strada, materializzandosi nel buio che i fanali ancora non hanno dissolto, e si getta contro l’acciaio dell’auto. Il tonfo è sordo, e la figura viene rispedita alle tenebre dalle quali è fuoriuscita. Scendo dal mezzo e mi guardo intorno: dietro di me la curva, il ponticello, e le luci dell’autostrada che mi ha partorito; poco più avanti le due case, a pochi metri dalla strada, vicine ma remote, immerse nel sonno. Nessuno ha sentito. Ora il corpo – quel corpo. L’aria è ferma e l’odore della benzina vi si posa sopra. Fluttua. Cristo. A quanto stavo andando? Novanta, forse cento all’ora? Lui non si muove. Non muove un muscolo. Se ne sta lì, disteso sull’asfalto patinato dalla luce dei fanali, con il collo spezzato e quel suo sguardo congelato all’istante dal terrore. Se ne sta lì, con l’orecchio appoggiato alla clavicola. Mi guarda e non la smette. Mi guarda – mi vede –, e vorrebbe alzare il braccio, aprire la mano, allungare le dita e indicarmi, indicarmi come il colpevole, come il trasgressore, ma non può; non può nulla. Lui non può nulla eppure io sento le gambe liquefarsi. Ho paura. La gola mi si blocca e sento la saliva solidificarsi sul palato e strozzarmi. Devo calmarmi. Devo calmarmi e fare un respiro. Devo stare calmo e ricompormi. Devo stare calmo e fare come dice il regista; e quindi fare un respiro, ricompormi, estrarre il telefono dalla tasca, per la quarta volta, chiamare la mamma, e dirle:

di Federico Spagnoli

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