Ho 23 anni. Ambizioni chiare. E ho capito che crescendo Napoli finirà con lo starmi stretta, tanto da quasi costringermi a migrare altrove, in cerca di fortuna.
Luci e ombre è un progetto ispirato ai lavori del mastro fotografo Domenico “Mimmo” Jodice, e nasce da una visita svoltasi in prima persona al Maschio Angioino (Castel Novo) di Napoli, teatro degli scatti. L’obbiettivo principale della raccolta è collocare perennemente lo spettatore dalla parte dell’ombra, in maniera tale da rendere naturale una continua ricerca della luce. Da cittadino napoletano, conosco bene i lumi e le ombre della mia città, che per certi versi possono essere rispettivamente declinate in pro e contro, dove i coni di luce sembrano rischiarare soltanto le vite dei benestanti, dei più fortunati o forse, con maggiore semplicità ma allo stesso tempo poca chiarezza, di chi riesce a vivere con poco.
All’interno del progetto si possono trovare soltanto due presenze umane, che rappresentano una coppia di eccezioni e, come tali, sono fondamentali per la comprensione del messaggio: nella prima immagine sono presenti due persone apparentemente anziane, le cui fattezze sono celate dall’ombra e allo stesso tempo compenetrate dalla figura dell’Amerigo Vespucci di sfondo.

“Chi decide di restare a Napoli vi starà per sempre. A costo di restare radicato nell’ombra.”
La seconda immagine rappresenta invece una persona dai tratti giovani, ad un passo dall’entrare nel cono di luce, e che vuole esprimere l’esatto contrario del concetto precedente.

In entrambi i casi è vitale il fatto che le figure immortalate siano irriconoscibili, per una questione di immedesimazione.
Un’altra immagine vede una nave che sbuca andando a trascendere la staticità della fotografia e rappresentando una partenza mai voluta, ma sempre stata necessaria.

Nelle successive tre fotografie il soggetto è nascosto da teli o reti, i quali, annullandone la funzione immediata, lo sottraggono alla realtà del presente.
Gli oggetti quotidiani (macchina) o storici (statua) assumono una forma enigmatica, sospesa in un’atmosfera silenziosa, irreale. Eliminando i dettagli e le contingenze, il telo fa sì che l’oggetto diventi archetipo, entità anonima, evocando un senso di eternità o forse di significato nascosto oltre le spoglie di apparenza visibile.
È Napoli. La sua bellezza, ma anche la sua immobilità. Il suo rimanere ferma nel tempo, senza andare avanti né indietro. Il noto regista Paolo Sorrentino ha mirabilmente descritto questa città come capace di produrre mistero, covare segreti e aspetti sinistri dietro la sua facciata, e di essere un laboratorio inesauribile di varietà umane e della loro profonda, talvolta ironica, alchimia tra bellezza e degrado.
di Marco Grimaldi
(Editing a cura di Federico Spagnoli)
Tutti i diritti sono riservati all’autore.
Marco, nato e residente a Napoli, è un professionista formato in Grafica e Comunicazione e in Fotografia (con diploma Dam Academy). Profondamente legato alle arti creative, esprime una forte sensibilità emotiva che influenza costantemente sia i suoi lavori che la sua quotidianità, permettendogli di apprezzare qualsiasi sfumatura artistica.












