Blood Meridian è stato definito dagli addetti ai lavori come uno dei romanzi più violenti di tutti i tempi. Le vicende narrate si basano sulle memorie di Samuel Chamberlain, un soldato che combattè la guerra messico-statunitense al fianco di John Joel Glanton, co-protagonista del romanzo e capitano effettivo di una banda di cacciatori di scalpi inviata a massacrare i nativi che minacciano le colonie statunitensi del Sud. Seguendo la vita di un ragazzo di quattordici anni che viene reclutato dal gruppo di Glanton, composto prevalentemente da ex soldati e poveri disperati armati fino ai denti, il linguaggio crudo ed essenziale di McCarthy ricostruisce metodicamente la desolazione della frontiera tra Stati Uniti e Messico di fine diciannovesimo secolo, dove l’unica legge rimasta in vigore si rivela essere quella della violenza più spietata.
L’ottenimento di una precoce maturità è uno dei temi chiave nella narrativa dello scrittore d’oltreoceano, dove ragazzi di dodici o tredici anni si ritrovano a ricoprire il ruolo di uomini adulti e, come tali, a dover fare ben presto la conoscenza di un mondo soggiogato dalla guerra, il quale, nel caso del protagonista di Blood Meridian, è teatro di scontri brutali e senza pietà dove le incursioni degli Apache sono all’ordine del giorno e non si fanno attendere le rappresaglie dei governatori locali, che pur di liberarsi della presenza indigena sul territorio delle colonie rimpinguano le file delle proprie reclute con ogni sorta di criminali e aguzzini. Quella di Glanton è tuttavia una banda atipica, resa unica dalla sua guida “spirituale”, in cui s’imbattono per caso, ovvero il giudice Holden, definita da Harold Bloom “la figura più terrificante della letteratura americana”, un uomo alto e grasso – gigantesco –, completamente glabro, che non arriva lontano dall’impersonare un vero e proprio dio della guerra. Le vicende narrate seguono un filo conduttore di fatti realmente accaduti: agli ordini di Glanton, che deve (storicamente) la sua devozione all’arte del massacro a una strage che i Lipan fecero ai danni di un gruppo di donne statunitensi tra le quali vi era la sua consorte, i cacciatori di scalpi si mettono sulle tracce dei villaggi Apache, Chiricahua e Yuma, e non esitano a prendersi quante più vite possibili senza differenziare tra donne, soldati, anziani, bambini, sani, malati, uomini e animali. Uno degli episodi più crudi, difatti, vede proprio il massacro di una colonna di innocenti muli carichi di mercurio gettati senza alcuna reale motivazione dal crinale di una montagna.
[…] gli animali cadevano in silenzio come martiri, girando lentamente su se stessi nell’aria e deflagrando sulle rocce sottostanti in incredibili esplosioni di sangue e argento […]

La narrazione è resa varia e mai banale dalle fenomenali descrizioni paesaggistiche di McCarthy, che riesce, attraverso una perfetta miscela tra scenari decadenti (letti di laghi prosciugati, villaggi rasi al suolo, carcasse di animali morti di sete) e letterali prove di forza della natura (tempeste di sabbia o pioggia, fulmini che squarciano il cielo, e persino un vulcano attivo), a ravvivare di volta in volta la curiosità e l’interesse per le piuttosto meccaniche e ripetitive operazioni della banda – trovo i nativi-li massacro-strappo loro lo scalpo-cerco un posto dove dormire –, che si muove guidata non soltanto dalla prospettiva di una futura ricompensa, ma anche e soprattutto dalla perversione nei confronti di una violenza che assume una vera e propria forma ideale. Glanton e i suoi vagano semplicemente alla ricerca di carne da riempire di piombo; e, come accade in numerosi casi, di sperma, siccome sono molti i cacciatori di scalpi che prima di passare la lama sulla testa delle donne e bambine Apache ne stuprano i cadaveri.
Poco o nulla rivela invece la prospettiva del ragazzo, la cui coscienza sembra adattarsi perfettamente alla vista dei continui orrori; va anche detto che lui stesso, all’inizio del libro (pagina dieci), tenta di accecare un uomo con il collo rotto di una bottiglia, e quindi risulta limpida la volontà di McCarthy di introdurre subito un protagonista che “cova un gusto dentro per la violenza insensata”, e che possa rivelarsi in grado di reggere non solo il concetto puro di violenza irrazionale, ma anche le prove che mettono a repentaglio la sua stessa vita.
La questione principale da comprendere, una volta preso tra le mani Blood Meridian, è la totale distanza che vige tra lo stile narrativo di McCarthy e quello che a un occhio più superficiale – o disinteressato – potrebbe apparire come un più che ovvio accostamento della suddetta narrazione al genere splatter. Ciò che viene evocato accade. Punto. Accade e basta. Non c’è alcuna volontà di voler sdrammatizzare gli episodi saturi di violenza o, ancor peggio, di volerli lenire per mezzo di una qualche forma di ironia. Le descrizioni riflettono con mirata esattezza l’accadere e il susseguirsi delle vicende, senza risparmiare dettagli crudi e dialoghi minimali, dai quali traspare, insieme – naturalmente – all’interminabile sequenza azioni disumane, la totale devozione e fedeltà dei cacciatori di scalpi verso la danza della guerra. Teste e arti mozzati, corpi evirati, occhi cuciti, stupri, pedofilia, necrofilia, massacri di innocenti e stragi di animali inermi sono soltanto alcune delle scene che McCarthy presenta agli occhi del lettore con la stessa naturalezza con cui i protagonisti delle vicende le compiono.
Vicino a lui c’era un uomo seduto con una freccia che gli penzolava dal collo. Era lievemente piegato in avanti, come in preghiera. Il ragazzo stava per allungare la mano verso la punta di moietta insanguinata ma poi si accorse che l’uomo aveva addosso un’altra freccia, immersa nel petto fino all’impennaggio, ed era morto. Dappertutto c’erano cavalli a terra e uomini carponi, e ne vide uno intento a caricare il fucile col sangue che gli colava dalle orecchie, e vide uomini col revolver smontato che cercavano di infilare al posto giusto il tamburo di riserva carico di pallottole, e vide uomini in ginocchio che si piegavano di lato ad abbracciare la propria ombra sul terreno, e vide uomini infilzati dalle lance e afferrati per i capelli e scalpati in piedi, e vide i cavalli da combattimento calpestare i caduti e un piccolo pony dal muso bianco con un occhio chiuso emerse dal buio e cercò di morderlo come un cane e poi scomparve. Tra i feriti alcuni sembravano muti e istupiditi e altri erano pallidi sotto le maschere di polvere e altri ancora se l’erano fatta addosso o si erano gettati inciampando e barcollando sulle lance dei selvaggi. […]

Apice indiscusso della bibliografia di McCarthy (sovrastando silenziosamente anche la Trilogia della Frontiera, composta da capolavori quali Cavalli Selvaggi, Oltre il Confine e Città della Pianura), Blood Meridian porta il concetto di violenza a un livello mai raggiunto da nessuno grazie al suo linguaggio grezzo e alle insuperabili caratterizzazioni di personaggi come Glanton o il giudice Holden, che dimorano nella sottile e difficilmente (per noi mortali) raggiungibile linea che separa il mondo reale da quello leggendario. Edificato a regola d’arte sopra sequele di fatti realmente accaduti, questa è l’opera dove McCarthy insegna al mondo come tra le viscere della guerra non vi siano mai colpevoli, ma soltanto autori.
Tutte le citazioni sono prese da “Meridiano di sangue – Cormac McCarthy (Einaudi Super ET 2012)”.




