Défaillance

Défaillance è un attraversamento nel territorio fragile della percezione.

Nei paesaggi selvaggi l’assenza non è un vuoto, ma una forma di rivelazione.

«La luce crea la realtà, la défaillance la visione». È da questa frattura che nasce la serie. Qui, ciò che si dissolve non scompare: si trasforma.

La défaillance non è fallimento, bensì sospensione: un momento in cui l’ordine si incrina e lascia filtrare un’altra possibilità allo sguardo. La neve cancella ogni traccia, la nebbia avvolge il sentiero, il ghiaccio trattiene un fuoco che continua a vibrare nel profondo. In queste immagini la natura non è solo scenario, ma un organismo che si ritrae e si svela, ricordandoci la precarietà del nostro passaggio.

Se la memoria è un campo di nebbie e interruzioni, allora essa vive proprio nel suo carattere instabile. Non è mai un possesso, ma un attraversamento.

«Nel bianco della neve, l’ombra di un passo» rivela come ogni ricordo sia un’apparizione intermittente, destinata forse a svanire. La défaillance diventa così il ritmo stesso del ricordare: un battito irregolare che dà respiro al tempo, un errore che diventa intuizione.

Nel corso della serie, il vuoto emerge come luogo possibile. Laddove la luce si ritrae, inizia la visione. L’assenza non è più mancanza, ma superficie aperta, soglia da cui l’invisibile può affiorare. L’imperfezione, la traccia cancellata, la forma che si dissolve: tutto concorre a generare un nuovo modo di guardare.

«L’errore è una frattura da cui filtra la luce» — e in quella frattura si apre lo spazio per una rivelazione.

La sequenza conduce infine verso un punto di consapevolezza: ciò che crediamo stabile è destinato a trasformarsi, e proprio nel momento in cui la traccia si cancella essa appare più nitida. Nel chiaroscuro della memoria affiora l’eco di ciò che siamo, una presenza sottile che vive nella distanza, nel tremolio, nell’intermittenza.

Défaillance, allora, non è perdita: è il respiro della memoria, il margine nel quale la visione trova la sua forma più essenziale. Una crepa che non distrugge, ma apre.

Un passaggio che non definisce, ma invita — a restare, a osservare, a lasciar emergere.

Alessio Cauteruccio, in arte “Froosh”, è originario di Caserta. Nato come musicista, si è avvicinato alla fotografia a 18 anni e successivamente alla regia. Lavora tra suono e immagine, con un particolare interesse per i linguaggi ibridi dell’audiovisivo. Usa l’arte come spazio di ascolto per ciò che non riesce a farsi parola. Ogni suo progetto nasce da un’esigenza autentica, mai da una forma predefinita.

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