L’ultimo giorno della vita di Joille Munt iniziò come tanti altri. Il primo raggio di sole, filtrando dal finestrone centrale del binario sette, le sfilò lentamente dagli occhi la coperta di oscurità. Come al solito, si concesse qualche istante per ammirare la danza del pulviscolo alla luce del mattino. Le pareva un corpo di ballo, uno di quelli grandi e numerosi – grandiosi – dove a turno ognuno, transitando di fronte all’unico faro del palcoscenico, si prende il suo momento di gloria prima di ributtarsi nella mischia indistinta dei suoi mille compagni. L’universo è a pezzi, borbottò Joille mentre si metteva seduta sul letto di cartone che si era fabbricata. Nel compiere tale gesto la sua schiena sessantacinquenne protestò con un sordo scricchiolio: la poverina ne aveva passate tante. Trent’anni spesi sulla sedia di una cattedra di scuola elementare avevano già da tempo iniziato a presentare il conto. Ma da quando alloggiava alla stazione ferroviaria di Bramversa, Joille aveva imparato a non dare troppo peso al dolore.
Dall’alto della sua postazione vedeva ogni angolo dell’edificio. La quiete mattutina nell’aria umida e sospesa era il dono segreto per chi sceglieva la stazione come rifugio per la notte. Ben presto sarebbe stata folgorata dall’ineluttabile tran-tran che ogni giorno riscaldava quelle gelide piattaforme. Di lì a poco, il vento della frenesia avrebbe ripreso a soffiare come se non avesse mai smesso. Il passo svelto e disinvolto delle studentesse universitarie avrebbe incrociato l’arroganza svettante dei colletti bianchi, e le movenze animalesche dei ragazzacci di quartiere avrebbero tagliato la strada all’angoscia delle nonne affannate. Per il momento, l’atmosfera era ancora limpida.
A Joille era sempre piaciuto osservare le persone. Da bambina erano gli anziani i suoi bersagli prediletti. Li scrutava mentre se ne andavano in giro con quell’aria stanca e distaccata, il passo lento, la schiena gobba, il capo chino e le mani incrociate dietro la schiena. Staranno cercando i giocattoli che hanno smarrito, si raccontava, ci credo bene che sono stanchi! Tutto il tempo con lo sguardo in giù a sondare il terreno. E guarda lì che gobbe!
Ad ogni modo, dal giorno seguente nessuno, anziano o giovane che fosse, sarebbe più ricaduto sotto la luce della sua attenzione. Joille, infatti, era giunta alla conclusione che di tempo su questo pianeta ne avesse ricevuto a sufficienza e che, bene o male, i giorni degni di essere vissuti li avesse prosciugati tutti. In cuor suo lo sapeva già da un po’, anche se forse non le era mai parso così chiaro prima dello scorso giovedì, quando, camminando di fianco a una pozza d’acqua sul ciglio della strada, aveva incrociato il suo riflesso e aveva visto una figura dall’aria stanca e distaccata, il passo lento, la schiena gobba, il capo chino e le mani incrociate dietro la schiena. A quel punto si era resa conto di non sapere quale giocattolo stesse cercando e, tutto d’un tratto, aveva capito che non aveva più voglia di giocare.
Arrivato il momento di alzarsi, un fremito la attraversò da capo a piedi. Non poteva fare a meno di pensare che quel suo corpo che ora appariva così vivo e pulsante l’indomani sarebbe stato cibo per vermi. A dire il vero l’idea non la faceva rabbrividire, anzi, le sembrava se mai bizzarro, per non dire comico, che le sue membra potessero disanimarsi da un giorno all’altro. Si sentiva come una marionetta a pochi istanti dalla fine dello spettacolo. Fu proprio con fare burattinesco che scese per la tromba di scale che dava sul retro della stazione, quella ormai in disuso da anni. Dopodiché prese il sottopassaggio, uscì dall’ingresso principale e si diresse verso il centro del piazzale esterno. Qui fece una giravolta su sé stessa, come per dare una rapida occhiata panoramica, sebbene sapesse già in che direzione andare. In realtà quello era il suo gesto d’addio, tanto modesto quanto sincero, rivolto a quella che era stata la sua dimora e il suo riparo per gli ultimi due inverni. Ripensando a come era finita lì, le immagini del passato riaffiorarono una dopo l’altra nella sua mente.
Tutto era iniziato nove anni prima, all’interno di un reparto ospedaliero, in un tiepido pomeriggio di primavera. Alla notizia che la malattia di cui soffriva da tempo era ormai in fase di regressione, e che quindi poteva considerarsi guarita, Joille aveva colto il messaggio all’istante: la vita non l’avrebbe graziata una seconda volta. Era ora di prendere decisioni importanti, era ora di nascere per davvero. Abbandonò tutto o, per meglio dire, lasciò quel poco che aveva – un vecchio appartamento e un lavoro come maestra di scuola – e partì in viaggio per il mondo. Ci rimase a lungo, passando per foreste da fiaba, città pittoresche, salpando per fiumi chiari, mari oscuri, attraversando campagne desolate e scalando montagne immerse nella neve. Ma, ad ogni passo compiuto, sentiva la sagoma di un vuoto farsi sempre più spazio dentro di lei. Era una forza tenebrosa a lei sconosciuta che cresceva giorno dopo giorno, lenta ma inesorabile. Con il passare degli anni quell’ombra varcò i confini del suo corpo e finì per raggiungere quelli dell’intero pianeta. Non c’era luogo dove andasse in cui potesse sfuggirle, non c’era istante in cui non ne avvertisse la presenza. Si rese conto che quel suo immenso vagare non era stato altro che una fuga.
Da cosa, non le era ben chiaro. Così fece ritorno nella sua città – per quanto il termine “sua” le suonasse ormai privo di significato – e si accampò sul soppalco interno della stazione, in alto, là dove nessuno avrebbe mai potuto ambire di gettare il proprio sguardo. E ora si trovava lì, pronta ad affrontare il suo ultimo viaggio, quello più importante.
Ragionando sul quando farla finita, la sua scelta era ricaduta su un normalissimo mercoledì di novembre. Riguardo al dove, fin da subito non aveva avuto alcun dubbio: il mare. Fu così che iniziò il suo cammino verso ovest, lungo il decumano della città. La destinazione finale era Capo Incanto, una ripida parete di roccia bianca a strapiombo sugli scogli. A piedi distava circa mezza giornata. Joille era consapevole del fatto che, lungo quella strada in pietra, sarebbe andato in scena il suo ultimo grande tuffo nel passato. In poco tempo raggiunse la casa della sua infanzia. Era rimasta pressoché identica, ai suoi occhi da adulta si era solo un po’ rimpicciolita e i suoi colori si erano annacquati. Dal punto in cui si trovava lei riusciva a intravedere, oltre le colonnine del balcone, l’interno della sua cameretta. Se qualcuno in quel momento glielo avesse chiesto, avrebbe risposto che sì, un poco quella sua vecchia tana le mancava. Le capitava di alzarsi al mattino rivolgendo il suo sorriso ai batuffoli bianchi dei pioppi che le bussavano alla finestra. Lei apriva, poi in silenzio li guardava invadere dolcemente il salotto e portare, come messaggeri silenziosi, l’annuncio della primavera ad ogni angolo della stanza. Era tuttavia il giardino interno l’area dell’edificio a cui era più affezionata. Come avrebbe potuto dimenticarsi l’infinità di sere passate in compagnia del suo fratellone sull’amaca sospesa tra gli alberi di gelso. A tender bene l’orecchio avrebbe giurato di udire ancora l’eco delle loro voci bianche:
– Viktor guarda! Una stella terrestre!
– Una che?
– Una stella terrestre! Là! Non la vedi?
– Sciocchina, quella è una lucciola.
– No, ti sbagli – insisteva con spirito – è una stella terrestre! Una grossa anche!
– Non esistono stelle di terra, Joille, esistono solo le stelle di cielo.
– Sì che esistono! Come fai a non conoscerle?
– …
– Le stelle terrestri sono stelle stanche di stare lassù appese tutto il tempo a girarsi i pollici. Così, ogni tanto, quando gli va, scendono a farsi un giretto qui da noi. Ma quando vengono a farci visita non lo fanno da incoscienti… restano bene in allerta. Per non farsi acchiappare trattengono il respiro. Quando lo fanno, la loro lucina si spegne. Solo che, poverine, ogni tanto dovranno respirare anche loro, no? Ed è allora che le vedi brillare. Furbe le stelle, eh?
– Ma chi te le ha raccontate tutte queste stron…
Viktor non fece in tempo a terminare la frase che Joille era già partita a cercare di afferrarne una.
La Joille del presente rivisse l’intera scena al di là del cancello, appoggiata al ferro arrugginito, con quell’espressione che ha chi da una nave osserva la propria terra farsi sempre più stretta. Era da tanto che non rincorreva una stella. Suo fratello era andato a vivere all’estero con la moglie e i figli. Chissà se adesso anche lui ripensava alle loro serate. A dire il vero non era nemmeno certa che sapesse di avere ancora una sorella. Di sua madre e suo padre non aveva grandi ricordi, né era mai stata particolarmente legata a loro. Si erano occupati di lei quel tanto che bastava da ritenere soddisfatti i propri doveri familiari. Per il resto, erano state figure piuttosto assenti. In seguito, una volta che lei si era trasferita nel suo appartamento e aveva ottenuto un lavoro stabile, i loro rapporti si erano allentati sempre di più fino a quando ne aveva perso i contatti dopo che era partita per il suo lungo vagabondaggio.
Joille non era a conoscenza del fatto che, poco dopo la sua partenza, i suoi genitori avevano venduto la casa per spostarsi in un casolare nella campagna limitrofa, stanchi di una vita passata a respirare il carbone. Non lo aveva saputo e non lo venne mai a sapere, dal momento che scelse di non oltrepassare la soglia di quella proprietà. Non avrebbe più rivisto nessuno di loro.
Avanzò per qualche altro centinaio di passi e questa volta si trovò di fronte alla sua vecchia scuola elementare. Nel miscuglio di emozioni che si mosse in lei a prevalere fu il disgusto. D’altronde era all’interno di quelle mura biancastre che era lentamente cominciata la sua discesa dalle nuvole – o da ovunque fosse solita vagare la sua mente – senza che lei nemmeno se ne accorgesse. Il rumore molesto e scortese dei tasti sulla calcolatrice sovrastava il sottile fruscio che proveniva dallo sgretolarsi delle sue ali, che le permettevano di volare nel regno della fantasia ogni qualvolta lo desiderasse. Per quanto ogni adulto non smettesse di ripeterle che stava crescendo, in realtà erano i bordi del suo mondo a farsi più stretti.
Quantomeno non le mancava l’appetito. Già dopo la prima settimana si era guadagnata l’epiteto di “lingua di gatto”, in onore dei dolcetti che sua nonna con tanta cura e affetto le preparava e co i quali lei, con altrettanta ingordigia, si riempiva le guance a ricreazione. Non perse quel vizio fino a qualche anno più tardi, al liceo, quando a riempirsi furono le sue labbra, e non di dolci, ma di baci. Prima quelli di Bruno, poi quelli di Thorin. Per nessuno dei due provò mai, nemmeno lontanamente, qualcosa che potesse vagamente somigliare all’amore. Non che Joille sapesse davvero cosa fosse. Può darsi che a volte lo percepisse, nascosto tra le note di una sinfonia, dietro ai simboli di una formula matematica o in mezzo ai petali di un fiore. Può darsi che lo sentisse vibrare, che sapesse che era lì, ma non lo conosceva. A cercarlo di sua sponte non lo avrebbe trovato. Solo quando si abbandonava al flusso delle cose lo avvertiva per davvero; solo quando lo ignorava ne veniva attraversata.
A interrompere un altro flusso, quello dei suoi pensieri, comparve, sulla traiettoria del suo sguardo, la lingua ruvida di un gattino randagio che si era appostato di fronte all’ingresso della scuola con l’intento di darsi una bella pulita. Passò la mano un paio di volte sul suo dorso striato, poi proseguì.
Nel frattempo, le strade di Bramversa cominciarono a farcirsi di corpi e di chiassi. Giunta sulla soglia della piazza principale della città, Joille si trovò di fronte al solito marasma di anime indaffarate ed indifferenti. Questa volta, però, trasse un insolito sollievo da quella visione. Non c’era individuo che fosse a conoscenza delle sue intenzioni. Quel giorno Joille si sarebbe liberata dalle catene dell’esistenza e nessuno si sarebbe curato di opporsi alla sua scarcerazione; non uno di loro si sarebbe fatto avanti a supplicarla di riconsiderare la bellezza dello stare al mondo, a fingere che della sua esistenza a qualcuno importasse davvero, quando fino a un minuto prima le sarebbero transitato davanti senza il minimo riguardo, beati e sereni nell’atto di ignorare quel rifiuto umano lasciato per strada a marcire. No, per fortuna niente di tutto questo sarebbe accaduto: poteva procedere indisturbata. Si mosse per attraversare la piazza e, man mano che sguizzava tra la folla, avvertì una sensazione di freddo sulla pelle, come se la morte stesse già volteggiandole attorno. Osservando quelle sagome che ora la circondavano Joille vedeva più dei cristalli che delle persone. Algide statue dai contorni chiari e nitidi, autoritratti immutabili, capolavori limati al dettaglio; quelle forme andavano in giro a sfoggiare orgogliose la loro glaciale perfezione. A lungo Joille aveva provato a imitarle, più volte aveva tentato di assumere le loro sembianze cristalline, ma era sempre rimasta la solita goccia d’acqua, incapace di trasformarsi in qualcosa che gli altri potessero definire. La colpa non era tanto della povera Joille, quanto della fiamma che ardeva dentro di lei e che mai accennava a spegnersi: era la fiamma della passione. Era stata quella a mandare in fumo ogni speranza di solidità. E adesso la goccia d’acqua schizzava via tra i cristalli, sfiorandoli appena, quel tanto che basta a scaldarli senza scioglierli. Con aria furtiva passò all’altro versante della piazza e continuò sulla via principale, percorrendola tutta, fino a oltrepassare le porte e i confini della città. Camminò ancora per diverse miglia all’ombra dell’ampia foresta che si frapponeva tra le ultime abitazioni e la costa. Passo dopo passo sentiva il peso della società scivolarle via dalle spalle. Fino a quel momento non se ne era mai liberata veramente; aveva sempre dovuto fare i conti con gli sguardi della gente, l’ansia, le preoccupazioni. Ma ora ogni cosa era passata. Tutto ciò non era che un puntino astratto nel tempo.
Il sole era giunto sull’altro versante della calotta celeste, e Joille aveva ormai perso ogni contatto con la civiltà. Immersa in quella natura silvestre, si concesse qualche granello di sabbia dalla clessidra che le rimaneva per fondere anima e corpo con l’ambiente circostante. Giacque un poco sul tappeto di muschio che adornava il pavimento umido e mise a tacere la mente. Stette ad ammirare le geometrie messe in scena dalle foglie, dal cielo e dal loro continuo giocare a rubarsi lo spazio. Ma per quanto cercasse di assaporare la poesia di quell’attimo, percepiva un alone di inquietudine intorno a sé, come se qualcosa stonasse in sottofondo. Da un po’ di tempo, infatti, Joille non si riconosceva più come padrona dei suoi sentimenti. Anche quando restava da sola, era convinta di trovarsi all’interno di una recita. Ogni contemplazione della bellezza le pareva una falsa cerimonia, ogni apprezzamento una forzatura. Di colpo i pensieri tornarono ad affollarle la testa. Lo stava facendo davvero o per finta? Aveva veramente rivissuto il ricordo di lei con suo fratello? Aveva realmente osservato il pulviscolo venir colpito dalla luce del mattino? Era stata lei, Joille, a lasciare ogni cosa e partire per vedere il mondo? O stava solo seguendo un copione? Ancora una volta quel vuoto che aveva imparato a conoscere in viaggio era all’improvviso tornato a tormentarla. Era perciò arrivato il momento di alzarsi e riprendere il tragitto.
Aveva già attraversato buona parte della foresta quando le si aprì di fronte una piccola radura, al centro della quale si ergeva un giovane salice solitario. La sua figura fragile si stagliava sul vasto manto verde dell’erba. Joille lo osservò dapprima a distanza, dopodiché gli si avvicinò con passo liturgico e con rispetto, come ci si volge a un tempio sacro. Una volta giunta ai piedi dell’albero rimase a scrutarlo a lungo, gli girò intorno un paio di volte e ne accarezzò la corteccia. Poi emise la sentenza: quel salice era degno della sua fiducia. Fu così che proprio a lui rivolse le sue ultime parole, in modo che le proteggesse, le tenesse nascoste, al riparo da chi non fosse stato in grado di ascoltarle, per far sì che non andassero sprecate, che non si smarrissero nell’aria. A lui le consegnò così che le custodisse per chi avesse avuto cura di cercarle e, pur non trovandole, le avesse comprese. Salutò per sempre il suo fedele amico e ripartì, mentre con la voce del pensiero si domandava se fosse mai valsa la pena aprire la bocca.
Percorse l’ultimo tratto di selva e ne raggiunse presto il confine. Il panorama si spalancò nuovamente, ma questa volta si dipinse di blu. Ecco che, qualche passo più avanti, uno spigolo di scogliera si affacciava vertiginosamente sul mare: era giunta a destinazione. La luce del tramonto richiamava il cielo al suo cospetto, sussurrandogli che non avrebbe potuto aspettare momento migliore per iniziare a versare le sue lacrime; lui, dal canto suo, non si fece attendere. Con delicatezza, una pioggia fina e dorata cominciò a picchiettare sulla pelle di Joille. Si sentì sciogliere le gote come se calasse fuoco dall’alto. In quell’istante capì che, in fin dei conti, le gocce d’acqua non hanno proprio nulla da invidiare ai cristalli. Attese che il sole si dileguasse dietro l’orizzonte così da risparmiargli il crudo spettacolo. Insieme a lui si fece da parte anche quella nuvola passeggera, lasciando a nudo il soffitto a sovrastare mare. La brezza marina le faceva da culla mentre, distante qualche spanna dal precipizio, liberava in volo i pensieri come pulcinelle di mare. Avrebbe fatto ciò che non era riuscita a fare in una vita intera: si sarebbe tuffata. Di sponde ne aveva calpestate parecchie, ma era sempre rimasta sulla riva, ancorata al timore di essere trascinata via dalla forza della corrente. E se fosse accaduto per davvero, se fosse stata risucchiata, come avrebbe potuto raggiungere ciascuno degli oltre mille mari che la attendevano? In fondo, ovunque uno si butti, con sé butta via anche tutto il resto. Joille questo lo sapeva bene. Immergersi nelle cose non era mai stato il suo forte. Adesso non c’era paura nel suo cuore, ma solo malinconia. Dolce, amara malinconia. Quello era l’unico vero sapore che la vita adulta le avesse donato. Talvolta era così forte che riusciva a sentirlo in bocca e dalla voglia di condividerlo si sarebbe messa a baciare chiunque. Ma non c’era più tempo. Ormai così vicina alla fine, riavvolse per un attimo il nastro e tornò con la mente al principio. Joille non credeva davvero di essere venuta alla luce su questo pianeta. Era invece assai più persuasa dall’idea di essere nata su una stella, e non una qualunque, bensì una di quelle facili alla noia, una che non si fa troppi scrupoli a fuggire via dalla propria costellazione per venire a svagarsi un po’ sulla Terra. E se per caso, durante uno di quei giretti, Joille fosse cascata giù dal dorso della sua stella e fosse restata lì, nessuno avrebbe mai sospettato che quella piccola creatura potesse provenire da tanto lontano. Ora era il momento di tornare lassù. Così, con cerimoniale cura, si spogliò di ogni sua veste, puntò lo sguardo sull’orizzonte e avanzò delicatamente verso il ciglio del dirupo. Un passo dopo l’altro, il mondo attorno cominciò a sbiadire, lasciando soltanto una scia verso l’infinito. Da questa si fece trasportare fino a che la terra sotto i suoi piedi divenne un mero ricordo tattile. Mentre le forze invisibili si impadronivano del suo corpo, una lucciola si librava con grazia nel cielo notturno, andando a prendere posto di fianco alle stelle, sue legittime sorelle.
di Luca Mandracchia
(Editing di Federico Spagnoli)




