el mar, y cuànto mar

Spesso mia madre voleva stare in spiaggia fino a tardi, aspettare il sole basso, il primo vento fresco della sera; voleva prendere tutto quello che riusciva di quel mare, spaventata dal ritorno a casa. Temeva di non sfruttare a pieno quelle due settimane di sole che in un anno si concedeva. 

A me capitava, dopo aver pranzato in appartamento, di addormentarmi e non tornare al mare fino alla mattina dopo. 

Quando succedeva era faticoso scendere alla spiaggia, e ogni istante che procrastinavo rendeva la cosa sempre più complessa. Sentivo come se dentro di me qualcosa avesse rinunciato al mare, come se fossi a posto così. Stavo in casa, nel mio luogo sicuro, asciutto, dove potevo lavorare, sistemare le cose, dormire, far passare l’inutile tempo. 

La sera leggevo nel terrazzo, il capo chino sui libri. Il nostro appartamento era all’ultimo piano, il sole scendeva quindi lento, e l’ora del tramonto era lunga e sospesa. Se mi fossi alzato avrei visto da sopra la folla degli operai industriosi sgambettare un passo via l’altro verso le loro case, la grande folla dei bagnanti, dei consumatori, ma mi bastava stare a capo chino e sentirne le voci, le voci concitate, di chi ha tanto da fare e sul calar della sera deve dimostrare ancora tutto. 

Scorreva via ogni fascia di età con il loro personale accento, parlavano della cena, dei programmi alla televisione, delle docce calde che si sarebbero fatti, della sabbia nel costume, di quali negozi erano chiusi, e quali invece erano aperti.  Parlavano di dove volevano andare, di cosa fare, e sembravano gli infiniti giorni, le innumerevoli possibilità, gli inesauribili desideri, i bisogni morbosi: qualcosa di concreto e indefinibile allo stesso tempo, di attaccato fin sotto alla carne.

Leggevo spesso anche in spiaggia, sul lettino. Nelle orecchie il frangersi delle onde, lo sferzare del vento, le urla dei bambini: erano letture faticose, spesso interrotte, sonnacchiose, scomode, assolate, dove diventava duro tenere aperto il libro. Lessi di monasteri, della germania, di frati silenziosi tra la nebbia, e il libro, pensate, mi sfiancava la mano; nelle mie giornate piene d’ozio diventava quello, per me, un duello micidiale, ma nella fatica di quel gesto ritrovavo tutto il viaggio fantastico, come se lo vivessi sulla mia pelle. 

Apparentemente immerso nel mare con tutti i sensi, travolto dalla realtà intorno a me, trovavo il potere di andarmene altrove. 

Era un incantesimo privato, mio, del quale potevo scegliere la forma, il colore, la durata, e che esigeva da me la massima diligenza, il massimo impegno nel compiere quel gesto estenuante, l’impormi fino a sostituirmi a tutto il mondo circostante. Magia rara che avrei portato dietro per sempre. 

Raramente restavamo in spiaggia per pranzo, si svuotava tutto, eravamo in pochi, quasi nessuno, e prima che la gente tornasse facevamo una passeggiata sul bagnasciuga; i palazzi sgrattati, i bagni, colorati tutti diversi tra loro. Non si incontrava gente intorno, sembrava di essere alieni approdati da un altro pianeta, gli oggetti, apparentemente familiari, rivelavano il loro volto insolito, diventava difficile decretare con certezza quale fosse il loro preciso utilizzo. Le stesse domande mi ponevo nei confronti delle grosse opere di cemento, dei camminatoi, delle passerelle, dei giochi per i bambini, dei tavolini piantati nella sabbia, tutto era allungato, rimpicciolito, reso irriconoscibile dall’assenza delle persone. 

Saliti fin dentro la pineta di un campeggio, dietro il casone di uno stabilimento balenare, abbiamo visto, attraverso una rete metallica, una piscina: dentro c’erano dei bambini che nuotavano, così vicini al mare, eppure all’ombra tra gli alberi, con la cuffia in testa. 

Sono andato al mare partendo dalla mia città una volta, ci sono andato in bici, ero con un mio amico. 

C’è voluto un po’, abbiamo fatto varie soste, e più ci avvicinavamo, più ci separavamo dal nostro luogo d’entroterra, più fuggivamo dalla nostra sterminata pianura, e più appariva trasformato il panorama: in mezzo a campi di canna palustre si stagliavano casoni vuoti, torri colombarie ammonticchiate di guano, bilancioni in lamiera scoloriti, luoghi in disuso, case dimenticate, vecchie secche piscine, parchi giochi falliti, e aleggiava l’ampia domanda inesorabile, e non trovava risposta, e viaggiava da luogo a luogo. 

Guardando questi posti penso alle vite delle persone, alle loro scelte, ai loro investimenti, ai loro desideri insoddisfatti, al momento in cui hanno dovuto chiudere tutto e andarsene per non tornare, e anche al momento in cui hanno capito che avrebbero dovuto chiudere tutto per andarsene e non tornare, e anche al momento in cui si sono chiesti se forse si sarebbe avvicinato il momento in cui avrebbero dovuto chiudere tutto per andarsene non tornare. Mi viene come l’idea che invecchiare possa voler dire sentire dentro di sé un campeggio abbandonato, un ristorante fallito, un palazzo che crolla un po’ alla volta. 

La campagna premarittima introduce quel luogo che è la mia riviera, dove in altri tempi c’era grande sfarzo, e spese, e sogni, e capitali, ma ora altro non è che il lento avvicinarsi al territorio dei desideri insoddisfatti. 

Ogni anno, alcuni mesi prima c’è già chi aspetta il ritorno dei bagnanti, con un consueto rito si prepara la spiaggia, i cingolati sbattono i banchi di sabbia, si accendono le luci la sera, si riaprono le gelaterie, i ristoranti, gli alimentari, e riprendono a suonare le sale giochi, riprende forma quel vertiginoso movimento orizzontale, enorme, quel brulicante fare nulla, quel costante desiderio di distrazione. Sale, a chi ci sta fin troppo dentro, la rassegnazione, la consapevolezza del non potersi fermare.

di Roy Chiluzzi

Roy è nato a Imola nel 2003. Liceo musicale, Lettere Moderne, esami in latino ancora non superati. Preferisce leggere che scrivere, ma leggere non fa guadagnare soldi. Altro: capelli castani, -2 occhio destro, -1.75 occhio sinistro, 42 di piede.

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