INTERMEZZO, CAPITOLI XXXI-XXXV, EPILOGO UNO/EPILOGO DUE – L’orbita di un biberon dentro un forno a microonde

Intermezzo – Sogno Tre

La stanza è nera, avvolta dal buio. Lui non è entrato. Lui era qui. Da sempre.
La figura si avvicina. Cammina piano, nessun rumore, se non un ronzio di sottofondo. 
Dagli angoli, proviene dagli angoli. 
Si avvicina – ma non a me – e inizia ad appoggiare le sfere. Ce ne sono otto. 
E ci sono otto pilastri. Tutt’intorno.
Le sfere colorate sono diverse, di dimensioni diverse, di colorazioni diverse. Lui parte dalla prima. 
È blu scura, densa, piccola ma attraente, e l’appoggia sul primo pilastro. 
Non dice nulla.
Non mi vede.
O forse sì.
Mi vede ma non dice niente. Ed è giusto. 
Anche io vedo lei, la bambina, raccogliere le margherite tra le corsie dell’autostrada: ne trova poche – fa quel che può –, io la vedo, la vedo, la vedo sempre e non dico niente.
In silenzio Lui si avvicina – ma non a me –, e appoggia la seconda sfera, azzurra, o forse verdognola, molto più grande della prima. La appoggia sul pilastro e non dice nulla. Si muove nell’ombra, mentre io siedo per terra, al centro, tra i pilastri: non mi ha visto. Non sa che sono qui.
O forse sì.
Forse lo sa che ci sono anche io.
Forse lo sa e non dice niente.
Si avvicina al terzo pilastro e il ronzio si fa più acuto, come ravvivato dalla figura misteriosa. La terza sfera è pallida, emette un bagliore più smorzato delle sorelle, eppure è dorata, e di tanto in tanto pulsa, come scossa da un conato della propria luce.
La più grande è la quarta, marrone chiaro, enorme, che Lui appoggia su un pilastro simile agli altri, come se le sfere non avessero peso né forma: come fossero solo e soltanto concetti. 
Posa l’immensa sfera e il ronzio riprende a scuotere le pareti, collocate a una distanza indefinita da me.
Eppure le sento.
Le sento fremere, vibrare, scuotersi, dimenarsi, come fossero mura liquide imprigionate da due forze gravitazionali opposte. Come fremeva la lampada blu nella stanza della mia amica – la sua lampada blu –, che è morta da tempo e non capisco il perché. 
La quinta sfera ha i colori del fuoco, ma è un fuoco tenue, tenue – tenue, ma non fatuo – che non scalda la stanza, anzi, la raffredda. Raffredda lei e acquieta il ronzio, che cessa per un istante e io respiro. Respiro io e respirano anche le pareti; le pareti molli, le pareti snelle, ovunque esse siano.
Sento una pulsazione, da dentro, ma non sono io. È la sesta sfera, che ha i colori che più di tutti mi appartengono: sono quelli della terra, del mare, delle montagne e delle pianure; sono quelli che sento pulsare, quelli che riconosco come miei. Faccio per alzarmi, per scorgerli meglio, ma sono ancorato al pavimento da una forza bruta, sconosciuta, e quindi la osservo: la mia sfera posizionata su uno dei pilastri, uno come gli altri, dove poco più avanti Lui posiziona la settima.
Sembra avere il colore del marmo, un giallo sbiadito soffocato dal bianco che lo riduce a sottili striature. È così candida, così liscia. La figura posa anche questa sfera su un pilastro. Poi si fa avanti. Regge in mano l’ultima: l’ottava. È grigia e spenta, come fosse una pietra. Lui la solleva con la stessa facilità delle altre, si avvicina all’ultimo pilastro e la posa sopra.
Galleggiano, le sfere.
Nel buio, pulsano come luci di un gigantesco acquario notturno. E c’è un pesce a nuotare. Un pesce solo. 
È Lui.
Si aggira tra le sfere colorate, vedo l’ombra sfiorarle una ad una, come per accertarsi che siano ognuna al proprio posto. Nuota, nel buio, come se vi appartenesse, come un pesce degli abissi guidato dall’istinto. Dall’istinto e dalla fame. 
Dalla fame di me. 
Ed ecco che mi guarda. Mi vede. E mi guarda e mi vede come lo guardo e lo vedo io. 
Con il suo occhio a fendere il buio, la sua iride verde – o forse gialla – che ingloba quella pupilla sottile e affilata. La nostra pupilla.
La pupilla della vipera.
E Lui si avvicina, e il suo occhio è su di me. 
Non dice nulla. Ed è giusto.
“Voltati”. Ecco cosa vorrebbe dirmi.
Ma non dice nulla. Nuota in silenzio, nell’ombra, e viene verso di me.
Si avvicina, ed è sempre più tagliente, sempre più appuntita.
La pupilla della vipera.
È lei a farmi voltare. 
È lei ad arrivarmi a un passo, galleggiando nel buio.
Fino a guardarmi da vicino. 
Come se mi conoscesse.
Fino a immobilizzarsi, nell’ombra.
Fino a chiudersi.
Su di me.


Il signor Scoleridge stava già per deglutire il biscotto della fortuna della rosticceria cinese Hòng Lòng quando si ricordò del biglietto di carta che vi si trovava all’interno. Strabuzzò gli occhi, smise di masticare e scandagliò per qualche istante i dintorni – era pur sempre un tipo discreto –, dopodiché tirò fuori dal taschino della giacca un fazzoletto color malva e vi rigurgitò silenziosamente la carcassa del biscotto e quel che restava del povero biglietto. La scritta a inchiostro era ancora leggibile.

Quando ad aspettarti troverai delle rapide, affilate e taglienti, sii acqua, non corpo.

Il receptionist rimase qualche secondo a osservare la frase divinatoria, come se nel rileggerla avesse potuto notare delle parole che a un primo sguardo gli erano sfuggite. Non trovandole, individuò un bidone della spazzatura a pochi passi nel quale gettò, o meglio, incastrò, la confezione unta d’olio degli spaghetti di soia, il sacchetto di carta svuotato degli involtini primavera, e il biglietto profetico; il povero biscotto, invece, ritornato perfettamente in regola secondo l’indice di commestibilità del signor Scoleridge – i quali criteri spesso e volentieri variavano in base all’appetito e alla fretta –, fece un altro giro sotto le arcate dentarie. 

I biscotti della rosticceria Hòng Lòng avevano un sapore intenso, particolare, che di tanto in tanto scatenava la fantasia dei clienti nell’immaginarlo. C’era chi lo accostava al cartongesso, chi all’amianto, e chi alla suola della scarpa di un pentatleta a fine gara. È bene specificare che nessuno di questi espertissimi recensori aveva mai realmente constatato i sapori ai quali faceva riferimento, tranne che nel caso del nostro signor Scoleridge: a suo modesto parere i biscotti della rosticceria Hòng Lòng sarebbero stati sgraditi perfino a un certo Octàvio Nobre, ed erano certamente paragonabili al sapore di una striscia pedonale. 
Ne masticava quindi uno, tranquillamente, dirigendosi verso l’Hotel Clifford.
E cos’è quella faccia? ci riprenderebbe lui.
Può capitare a chiunque di inciampare, no?

L’immagine della caramella rimase nella mente del signor Scoleridge per tutta la restante durata del suo tragitto verso l’Hotel. Sciolta, scolorita – perduta –, luccicante sotto la luce del lampione, la caramella era stata prontamente presa d’assalto da un nugolo di formiche. Pensò allo sfortunato bambino al quale doveva essere caduta, trascinato per mano dalla mamma che di lì a poco gli avrebbe ricordato di non raccogliere le cose finite a terra; e poi rifletté sulle fortunate formiche, le quali avrebbero avuto di che sfamarsi per parecchi mesi a venire. Le lacrime di un bambino oggi sono la gioia di un formicaio domani. 
Il signor Scoleridge di lacrime ne aveva spese parecchie: chi o cosa era finito per beneficiarne?


Aggrappata ai margini della città, come stesse scappando dalle fauci di fattorie e casolari di campagna, vi era la piccola enoteca gestita dal migliore amico del nostro receptionist, ovvero un purosangue irlandese noto come il signor Rynne. Il locale ospitava un modesto numero di tavoli in legno, intorno ai quali non di rado mandrie – sì, mandrie – di motociclisti si radunavano per gustare qualche calice. La scena faceva sempre sorridere il signor Rynne, che considerava ridicola questa nuova moda che imperversava tra i motociclisti di fingersi sofisticatissimi esperti di viti e aromi per impressionare le cameriere del locale. I risultati erano piuttosto scarsi, e non solo perché il palato degli espertoni – soprannome dato loro dall’enologo irlandese – fosse abituato a birre tiepide e acqua di borracce mai lavate, bensì perché i loro vocaboli – e dunque le loro adulazioni – erano di un livello a dir poco infimo. 
La battuta classica, che tutti conoscevano, veniva rivolta alle cameriere più graziose, e verteva sul fatto che i camionisti avessero i baffi a manubrio per un motivo ben preciso, e che qualcuno li avrebbe dovuti, prima o poi, utilizzare in tal senso, cavalcandoli proprio come una moto. 
Come ben sappiamo, anche il nostro signor Scoleridge ne possedeva una, di moto, e dunque anch’egli potrebbe essere considerato come una sorta di motociclista; tuttavia, scene del genere non lo mettevano certo a proprio agio, anzi, il signor Scoleridge parcheggiava la propria Harley-Davidson di carne e ossa ben lontana dalle sparatorie dialogiche che vedevano saettare per aria queste e altre vili porcherie. 
L’insegna del locale era sobria, composta, perfettamente in tono con la figura del signor Rynne, che dal canto suo sopportava con grande professionalità la condotta – spesso oltre il limite – dei motociclisti. Certo, un paio di volte era capitato che qualcuno di loro si fosse spinto troppo in là, allungando le mani sulle gambe di una delle ragazze, e lo spirito irlandese del signor Rynne, tanto fiero quanto bellicoso, aveva guidato uno dei suoi enormi pugni contro il volto del trasgressore, il quale era volato, attraversando la vetrina, fuori dal locale di parecchi metri. Sull’asfalto, proprio dove ora si è fermato il signor Scoleridge, vi era ancora il segno che venne fatto a testimoniare il luogo d’atterraggio del malcapitato. Con le punte degli stivali a solleticare la striscia di gesso, il nostro receptionist nota che l’insegna nuova di zecca dell’enoteca presenta un insolito sottotitolo. 

L’acqua diluisce il vino. Il vino diluisce l’anima.

Frasette del genere avevano sempre fatto storcere il naso al suo amico: c’era sicuramente lo zampino della moglie, la quale, oltre ad avere un’indomabile parlantina, era da sempre astemia. Raccontava spesso che una volta, da bambina, aveva annusato profondamente l’odore di alcol etilico che la mamma utilizzava per pulire, e aveva provato la stessa sensazione che si prova quando “ci si lancia da uno scivolo di schiena, e si va giù, sempre più forte, e non c’è modo di fermarsi – non c’è altra via –, quindi si piega il collo e si stringono forte le mani sulla nuca in attesa dell’impatto”. 
Sparava un sacco di cazzate, la moglie del suo amico. Eppure questa descrizione rimase fedelmente impressa nei ricordi del signor Scoleridge, come se la sua mente avesse finalmente riconosciuto un frammento d’infanzia e si fosse decisa a conservarlo con sé.
E ritornando al discorso della coppia formata da bevitore compulsivo e astemia, il nostro receptionist rifletteva sul fatto che in fin dei conti non c’era nulla di male. D’altronde anche la stramba canzoncina che stava canticchiando, facendo il suo ingresso nell’atrio dell’Hotel Clifford, parlava di una vicenda simile:

Il mio vicino di casa è una persona curiosa,
astemio da una vita eppure fa il sommelier, 
ha un pastore tedesco dal nome francese 
che risponde se gli urli “qua Robespierre!

Finito di masticare il biscotto della fortuna – tempo record: soltanto ventidue minuti –, il signor Scoleridge salutò il collega e prese posto al bancone della reception, trincea di legno dalla quale avrebbe dovuto affrontare le copiose frotte di clienti serali: probabilmente una sperduta famiglia in vacanza, un paio di solitari uomini d’affari, e forse anche qualche artista in piena crisi creativa, intento a ritrovare l’ispirazione delimitando il campo di ricerca alle quattro pareti di una camera singola. 

Il signor Scoleridge, il giorno del suo arrivo, aveva espressamente chiesto di poter disporre di una camera doppia, con due letti separati, che avrebbe alternato di volta in volta in base al proprio umore: letto vicino alla porta quando si sentiva abbattuto; letto accanto alla finestra quando invece il suo morale era più alto. Inutile dire che ci basterebbe entrare di soppiatto nella sua camera, utilizzando il passepartout che conserva nel terzo cassetto del bancone, per trovare uno dei due letti perennemente disfatto e l’altro apparentemente immacolato, come se le lenzuola fossero impossibilitate ad accogliere un corpo e non fossero mai state sfiorate nemmeno da una corrente d’aria sfuggita al vetro della finestra. Erano dettagli del genere a giustificare il fatto che il nostro signor Scoleridge, posizionato piuttosto in alto nella piramide alimentare degli animali sociali, fosse finito per ignorare le conversazioni che spesso e volentieri ribollivano, soffriggevano e sfrigolavano dietro le porte della cucina dell’Hotel. Negli anni le interazioni con i colleghi erano calate drasticamente, di qualità e quantità, siccome nessuno era – e sarebbe – stato in grado di comprendere i suoi dubbi, i suoi problemi, che certo non avrebbe mai potuto esporre a chi ancora non aveva capito che se la mente scinde, il cuore mescola. 

In silenzio, nei panni dell’unica sentinella a salvaguardia dell’atrio dell’Hotel Clifford, il signor Scoleridge riflette su quanto sia diventato, a questo punto della sua vita, difficile sorprendersi. I più attenti avranno certamente notato una significativa somiglianza con la situazione del signor Love, che trovammo barricato dietro il proprio bancone in attesa di un’insperata sorpresa. Da parte nostra sarebbe a dir poco indecoroso non riservare al signor Scoleridge il medesimo trattamento con cui abbiamo sollevato l’umore del nostro tabaccaio. Per questo motivo ci toccherà prendere in prestito un po’ della fortuna dei figli di quest’ultimo, e sarà proprio grazie a questa fortuna – che dovremo restituire con gli interessi –, che dalla porta girevole dell’Hotel Clifford faranno il loro ingresso tre papabilissimi clienti: un uomo, una donna e un maialino. 

Basta questo a far rinsavire il signor Scoleridge dal suo torpore introspettivo, facendone scattare lo sguardo sui primi due, e su quel loro strambo modo di tenersi per mano che mai aveva visto prima. 
Finalmente un po’ di originalità: le dita di lui serrate intorno al polso di lei.


Epilogo Uno/Epilogo Due

Com’è fredda questa stanza, non è vero Pizarro? E che buio, qui dentro. C’è una televisione spenta, nell’angolo – il suo piccolo lume rosso –, un’abat-jour sul comodino, che chiedo di poter accendere per ritrovare il suo viso. La porta si chiude, dietro di me, e lui mi tiene per mano – le dita – e mi accompagna fino al letto. Mettiti lì, Pizarro, di fianco alla televisione, e non dire nulla – non dire nulla –, guarda soltanto; guardalo cingermi per la vita, dolcemente, posare le sue labbra sulle mie, come petali, e sfiorarmi il collo con le sue dita calde, leggere, sicure; guardalo scendere, con il dorso della mano, sul mio petto, oltre il vestito, scendere sul mio cuore, sul mio corpo, sulle mie forme, guardalo prendersi il dinamismo, la forza, e le movenze mirate del mio essere femmina. Del mio essere me. Osserva i nostri baricentri scontrarsi al rallentatore, e respingersi pur rimanendo attaccati, osservami infilare i pollici sotto le spalline, precedendolo, e osserva il mio sorriso mentre prende forma, nella penombra, il mio corpo accanto al suo, accanto al busto a cui sono avvolta, all’uomo a cui sono stretta, alle spalle a cui getto le braccia come se non potessi raggiungerle, e che invece sento sotto le mani, sotto le braccia, e che spoglio con lentezza, con armonia, e che voglio sentire gonfiarsi nello sforzo di prendermi, sollevarmi, e distendermi davanti a lui; distendermi e raggiungermi il prima possibile – il prima possibile –, adagiandosi su di me.

Una stanza come le altre, non importa. La tengo stretta per il polso e con il piede faccio entrare l’animale. Sbatto la porta dietro di me. È buio, ma è un buio utile, sufficiente. Lei biascica qualcosa, le cedono le gambe; le cedono le gambe e vuole accendere la luce. Vuole vedermi di nuovo, vuole ritrovarmi, vuole ritrovare me e la mia pelle bianca, la stessa pelle che ricopre le mie nocche e che si adegua al suo zigomo, mentre la colpisco. Toccarsi. Toccarla. È come un gioco. È come un gioco e l’afferro per la spalla, e lei piange e protesta, e quindi la strattono e la getto per terra, nell’angolo. L’animale mi guarda, dalla penombra, e strilla come un dannato. Mi vede e mi riconosce: perché sa. Strilla e vuole sfuggirmi, ma io non voglio te. Lei respira forte, respira veloce, ma non inghiotte aria; e so come ci si sente, lo so bene, so come ci si sente ad essere per terra, in un angolo buio, a coprirsi il volto con le mani e il busto con le gambe, come ci si sente a chiedere aiuto con la voce spezzata dal pianto, dall’ansia, dalla tosse che non vuole saperne di uscire e dall’aria che non vuole saperne di entrare; raggomitolata, sul pavimento freddo, con i capelli sul viso, ancora non sei mia, ancora non sei mia e devo afferrarti di nuovo, e cerchi di dimenarti, è normale, è l’istinto, e cerchi di liberarti da me e dalla mia bocca e dalle mie mani e dalle mie dita, che ti stringono desiderandoti viva. Non vuoi aiutarmi? Non ti va di aiutarmi a spogliarti, a spogliarmi, a colpirti di nuovo, sul volto, a guardare le tue ginocchia cedere e il tuo corpo accasciarsi sul letto, come aggrappato a un’unica salvezza. Una salvezza ferma, una salvezza salda: una salvezza che passa attraverso di me.

Si sdraia nudo, sul mio corpo, e lo cingo con le braccia e con le cosce, e lui appoggia il suo sorriso sul mio, sotto questa luce calda, radiosa, che illumina la sua pelle rosa incontrare la mia; incontrare il mio volto, i miei seni, il mio collo dove scivola il suo e la mia schiena dove scorre la sua mano a cercarmi. E i suoi polpastrelli, il dorso delle sue dita che risalgono dai fianchi alle scapole, dai seni al mio inguine, e scivolano nel buio mentre le sue labbra si socchiudono sul mio lobo, e lo sento, lo sento il suo fiato così dolce – così caldo – avvolgermi la nuca fino a sussurrarmi quell’armonia che provo a suscitare in lui; nel suo corpo, tra le sue gambe, dove scendo poggiando la mia guancia alla sua, prendendone la pelle morbida tra i denti e accostando la mia mano al suo cuore, che tengo a bada, leggera, e leggera guido la sua mano sul mio seno, sulla punta, dove svaniscono i suoni, i ronzii, dove svanisce il sapore della sua saliva e le sue labbra si chiudono sul mio petto e le mie dita si stringono tra i suoi capelli, seguite dal mio palmo, il mio palmo sovrano, che si adagia sulla sua testa e ordina, inflessibile, spingendola in giù; ed è un ordine preciso, un ordine atto a riportare ordine, un ordine sovrano, l’ordine della sua mano che cinge la mia coscia stringendo con le dita e scorrendo all’interno col pollice, esplorando la mia pelle nuda nella penombra; nuda al suo sorriso, alle sue dita, nuda alle sue labbra e ai suoi denti, divenuti possessori di quel che celo al di sotto. 

Con le dita – uncini – le strappo il vestito, distruggendone la sagoma, il gonfiore, ma non i colori, che il buio si è già preso. Mi cerca con le dita, le dita spente, le dita fragili, e con i suoi occhi, gonfi di lacrime. Cerca la mia pelle, cerca il mio bianco, il mio bianco cadavere, il mio bianco cadavere che ora si arrampica su di lei e la tocca. Toccarsi. Toccarla. Giochiamo. Giochiamo a divaricarti le gambe, senza fatica, a piegarti le braccia contro il letto e a stringerti il collo contro il cuscino; lo stesso cuscino con cui cerchi di coprirti, di coprirti al mio volto, al mio corpo, di coprirti da me. Le ginocchia a nasconderti il ventre – l’istinto – per proteggerti, per proteggerti da chi spezza la tua guardia e ti colpisce forte, con una violenza non tua, una violenza che ti frantuma il naso e ti preme la nuca contro il muro, un muro rigido, freddo, che non può difenderti perché ti è dietro e non ci separa. Ti è dietro e tu mi sei davanti, e mi sono davanti le tue labbra, che assaporo sebbene rimangano immobili, accettandomi, accettando la mia lingua e i miei denti, con cui scopro il tuo sapore, il tuo sapore ferroso e sanguinolento. È lo stesso che senti anche tu? Guardami. Guardami. Mi guardi? O te ne vuoi stare lì, impotente, a sentire la mia bocca lambirti il collo e infilarsi tra i tuoi seni, così libera, senza incontrare difesa; la tua difesa snervante e incosciente, la tua difesa che nulla può contro il bianco della mia pelle, che attraversa il buio di questa stanza come io attraverso te, come i miei denti attraversano le tue labbra, mordendole fino a strappartele via. Non lo senti il tuo odore? L’odore del tuo sangue, delle tue lacrime, della mia saliva che ti imperla le guance e delle tue labbra che sanno di ferro. Le tue labbra morte, le tue labbra in disuso, che ti pendono da un’estremità della bocca e non potranno più cercarmi. Ma questo è un gioco, e se non mi cerchi tu allora ti cercherò io. E ti cerco ancora calda, ancora viva, ancora pulsante nel ventre che scruto con le labbra, che dipingo con la lingua e che scavalco con il mento, fino a posarmi tra le tue cosce, tra le tue curve ondulate, fino a raggiungere chi sei, chi sei veramente, fino ad arrestarmi per un momento, un momento soltanto. Fino a masticarti cruda.

Non smettere mai di stringermi a te. Non smettere mai di guardarmi in quel modo. Di guardarmi nuda, nella penombra, con quel tuo occhio. Non smettere mai di posarlo su di me; di aprirlo, di richiuderlo, di nasconderlo e di mostrarmelo; il tuo occhio affilato, il tuo occhio sinuoso, rettiliano, il tuo occhio serpentino. La tua pupilla. Così sottile, così bruna, così incastonata nel verde e nel giallo di quell’iride che tanto a fondo mi scruta. Non smettere mai di guardarmi, di vedermi e di ottenebrarmi con la tua pupilla. La tua pupilla della vipera. Che mi dice “voltati, amore mio”, e io mi volto, mi volto, mi volto e ti trovo lì, a due labbra da me; ti trovo lì a osservarmi sotto la luce di quel tuo occhio che su di noi si chiude, e che ci avvolge mentre ci circonda il silenzio nel quale rimaniamo stretti, l’uno tra le braccia dell’altro, immobili, esausti, a sorridere insieme.

Smettila di prendermi con te. Smettila di fissarmi. Smettila di accettarmi. Di accettare me, il mio corpo. Di accettare le mie mani, le mie dita, la mia lingua, i miei denti, le mie labbra. Di accettare il mio occhio. Di accettare il modo in cui ti guardo ora che è tutto finito; il modo in cui ti rivesto senza più sfiorarti, il modo in cui cerco di riportarti qui, davanti a me, il modo in cui cerco di convincerti a tornare, a tornare in questa stanza dove non c’è più nessun rumore e dove nessuno ha visto niente. Dove non ci sono occhi. Se non il mio. Il mio occhio che troppo ha visto, nulla ha dimenticato e che a tutto è sopravvissuto. Se non lei. Se non la mia pupilla. La mia pupilla della vipera. E ti dico “voltati, voltati cazzo, voltati. Voltati, cristo. Voltati… ti prego”. E tu non ti volti, te ne stai lì, con il collo spezzato e lo sguardo trasparente a fendere il buio. Con i polsi senza vita piegati sotto il peso delle mie braccia, del mio corpo, della mia pelle; sotto il peso del mio bianco cadavere. Chiudi gli occhi. Chiudili e tienili chiusi mentre mi avvicino ancora a te, per un’ultima volta; tienili chiusi mentre respiro il tuo sangue mescolato alla mia saliva, mentre respiro le tue lacrime, di cui ho il sapore sulla lingua, mentre infilo il pollice e l’indice nella tua bocca, sulla gengiva e li spingo in alto, arcuandoti il labbro, e rimaniamo in silenzio, l’uno tra le braccia dell’altro, immobili, esausti, a sorridere insieme.

Fine.


L’orbita di un biberon dentro un forno a microonde è un romanzo d’invenzione di Federico Spagnoli.
Tutti i diritti sono riservati all’autore.

Rispondi

Scopri di più da Pesci Strani Rivista

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere