TNK/NSBLDR

TNK/0 riprese coscienza in seguito a un violento terremoto. Davanti a lui si profilava un’enorme pianura perfettamente levigata di colore verde, un verde chiaro che poco tempo prima lo avrebbe messo immediatamente sull’attenti, e che in quel momento, invece, gli risultò tanto ignoto quanto il motivo per il quale si era ritrovato in quel luogo. TNK/0 aveva perso la memoria. Non ricordava più la propria origine né le proprie istruzioni. Dopo qualche tentativo andato a vuoto riuscì a rimettersi in moto e iniziò ad avanzare lungo la distesa glabra in cerca di una morfologia del territorio che gli risultasse familiare. I cingoli scorrevano silenziosamente sopra il verde liscio che lo circondava e il piccolo carro armato, ancora scosso dalla brusca ripresa di coscienza, si diresse verso un luccichio che balenava in lontananza. Si trattava di un lago: una lama d’acqua gelida e immobile nella quale s’immerse fino alla torretta per scrollarsi di dosso la polvere e dove si specchiò da cima a fondo. Esaminò lo scafo, il cannoncino, e passò in rassegna entrambi i cingoli. Completamente sbiancato, il pallore aveva soppiantato il vero colore della sua livrea. Ma qual era stato, questo colore? A quale continente apparteneva e chi o cosa lo aveva spinto così lontano da casa?

TNK/0 proseguì il suo viaggio lasciando che il sole fioco e attorcigliato nel cielo asciugasse la corazza sbiadita. Procedeva lentamente attraverso le pianure del continente Verde, e ad ogni confine superato si faceva sempre più intensa la paura di essere rimasto solo al mondo.

Il primo segno di vita, tuttavia, non si fece attendere: lo individuò poco dopo essersi lasciato la piana verdognola alle spalle, in cima a un’altura blu, o forse violacea; la stanchezza gli offuscava la vista ma la sottile colonna di fumo che s’innalzava dal monte aveva iniziato a rappresentare, fin dal primo momento in cui era riuscito scorgerla, l’unica possibilità di trovare un qualcuno con cui parlare. Vivo o morto che fosse, poco importava: la solitudine iniziava ad annidarsi tra i suoi ingranaggi come ruggine, e anche soltanto la vista di un simile avrebbe potuto rincuorarlo un poco. Ben presto il piccolo carro armato si trovò nei pressi della grande foresta che abbracciava la base del monte, e dovette abbattere una serie di alberi a colpi di cannone: aveva perso la memoria, questo era vero, eppure il gesto del fare fuoco contro un bersaglio non lo aveva dimenticato. Forse perché insito nella mia natura, pensò TNK/0, o forse perché per tutto questo tempo la mia vita non deve essere stata altro che la meccanica ripetizione di una serie di automatismi.

La cima del monte aveva perso la sua punta. Dappertutto si moltiplicavano i profondi crateri dei proiettili sparati dal basso verso l’alto per assediare la posizione. L’assalto sembrava avere avuto l’esito sperato: l’altura era rimasta sguarnita da ogni sorta di difesa, molto più simile a una terra di nessuno che a una postazione fortificata, e l’unica forma di vita scampata all’assedio se ne stava immobile in mezzo a una coltre di carcasse sventrate o rese inabili dai colpi che ne avevano disintegrato gli scafi o i cingoli. Il superstite aveva il colore del monte, lo stesso blu violaceo che colorava anche le chiome degli alberi e le superfici delle rocce. La sua torretta ruotava lenta su sé stessa, senza mai fermarsi, come fosse andata in cortocircuito. Tutto il resto, poltiglia.

Vengo in pace, compagno.

Il superstite non rispose. Soltanto la delirante rotazione della torretta cerulea, che produceva un debole ronzio.

Riesci a sentirmi? Vengo in pace.

Pace? Non conosco questa parola.

Non sono qui per spararti.

E allora cosa sei qui a fare?

Sto cercando la mia casa, compagno.

Compagno? Non ne ho più, di compagni. Guardati intorno. Sono tutti morti. Non è rimasto nessuno all’infuori di me.

Che cosa è successo? Chi vi ha attaccati?

Le forze Brune, come sempre. Ma questa volta siamo stati favoriti dai dadi e li abbiamo cacciati.

Credi che torneranno?

Loro tornano sempre.

E che cosa farai? Non sei più in grado di combattere.

Fintanto che sarò vivo e in posizione, dall’Alto potranno inviare i rinforzi. Rimarrò qui. È il mio dovere. Tu, piuttosto, di che colore sei? Non comprendo.

Io… non lo so. Sto cercando di capirlo. Devo ritrovare la mia casa, come ti ho detto.

Questo è il continente Ceruleo, e tutti i carri armati di diverso colore sono considerati nemici. Dovrei spararti… se solo la mia torretta la smettesse di ruotare.

Continuerò il mio viaggio, posso chiederti il tuo nome?

TNK/C20

Non appena avrò trovato la mia casa, tornerò ad aiutarti. Te lo prometto. Addio.

Il piccolo carro armato riprese il suo cammino scendendo lungo il dorsale opposto della montagna e si diresse verso la distesa spoglia e bruna che si estendeva all’orizzonte. Passò la notte al riparo in una grotta tetra e umida, e l’immagine del carro ferito e di quella sua torretta agonizzante lo tormentò in sogno fino al risveglio.

Il turno seguente superò i confini degli ultimi stati cerulei e oltrepassò la frontiera nel punto in cui il colore dei territori passava dal viola al marrone scuro. Scavando nei rimasugli delle proprie memorie, saccheggiate da un trauma sconosciuto, TNK/0 cercò un possibile punto in comune tra la sua origine e le macerie degli edifici brunastri che ancora bruciavano ai lati delle strade. Era forse questa la sua casa? Apparteneva a queste rovine dalle quali non si sarebbe più potuto recuperare niente? I suoni secchi di una serie di spari fecero ruotare istintivamente la torretta al piccolo carro. Sotto i cingoli polverizzò quel poco che rimaneva delle cittadine rase al suolo e una volta che giunse nei pressi della sparatoria una voce risuonò.

Chi va là, soldato?

Non sono un soldato. Il mio nome è TNK/0.

Cosa ci fai qui? Avanza fino a noi e mostrati.

Il piccolo carro armato sbiadito rallentò la sua marcia e fece timidamente ingresso in quello che sembrava un vero e proprio cimitero di case e fabbricati. Una coppia di carri armati bruni stava facendo fuoco a intermittenza contro quel che rimaneva di un grosso edificio, sebbene fosse chiaro che non potesse più rappresentare alcuna minaccia.

Attenzione, soldato. Non stare così vicino a quelle pareti. Abbiamo l’ordine di abbattere tutto quanto, qui intorno.

Per quale ragione?

La nostra missione è fare terra bruciata. Dall’Alto temono una rappresaglia del nemico, alla luce dei nostri assalti recenti. Stai più indietro, soldato.

Ve lo ripeto: io non sono un soldato.

Le torrette dei due carri armati bruni smisero per un momento di sparare. Una delle due si voltò.

Ah no? Guardati, sei tale e quale a noi: hai una torretta mobile, uno scafo in buone condizioni, dei cingoli funzionanti e un cannone per fare fuoco. Soltanto una cosa ti manca. Qual è il tuo colore?

Non ne ho uno.

Impossibile, soldato. Tutti hanno un colore. 

Io il mio devo averlo smarrito.

Smarrito? Mi pare strano. Sei caduto in mano nemica?

No, credo di no.

Ti hanno forse torturato per insubordinazione?

No… non lo so.

A chi appartieni, soldato?

Sono in viaggio per capirlo.

Non ho mai visto nessuno del tuo colore. Saresti trasparente, se non fossi ricoperto di polvere. Sei solo?

Sì. 

Torna dai tuoi compagni, allora. E in fretta. È pericoloso vagare da soli, in questo continente.

Io di compagni non ne ho. Non c’è nessuno come me.

Certo è che anche noi abbiamo un colore diverso dal tuo, e quindi non possiamo esserti amici. Ora lasciaci finire il nostro compito, soldato trasparente. Forse un turno troverai la tua casa.

TNK/0 passò oltre i due carri armati bruni con fare sconsolato, con la punta del cannone rivolta verso il basso. Il paesaggio avvilente era l’esatto riflesso del suo umore e dei suoi pensieri: una landa desolata ridotta a un agglomerato di edifici che avevano perso il dono della terza dimensione, e che da alti e spessi erano stati ridotti a suon di proiettili a una lieve sottigliezza che s’inerpicava di un nonnulla dal terreno distrutto. Nel silenzio calato sul mondo come un lungo mantello dopo il passaggio della guerra, il piccolo carro armato incolore sentiva il suo cuore di pistoni e serbatoi gorgogliare, e si domandava se mai le sue gesta fossero state destinate al bene di qualcosa o qualcuno, all’infuori di sé. La devastazione del territorio bruno non gli apparve poi così diversa da quella che aveva avvelenato il continente Verde o Ceruleo, e TNK/0, ponendosi, prima di concedere la propria corazza al sonno, l’interrogativo circa il perché qualcuno dovesse mai pagare con la vita la conquista di una tristezza simile, non seppe rispondersi.

Oltrepassò l’ultimo stato bruno poco prima del tramonto del turno seguente, e il cielo, non appena il piccolo carro ebbe superato il continente, si rannuvolò all’improvviso. Il terreno sotto i cingoli era giallastro e talvolta rossiccio. Consistenza argillosa. TNK/0 avanzava seguendo un sentiero battuto anche se teneva sempre pronta, all’occorrenza, la bussola del proprio istinto. Ben presto il fango e la sabbia che s’innalzavano al suo passaggio finirono per sporcargli lo scafo di una melma arancione che in poco tempo lo colorò da cima a fondo. Quando se ne accorse, sostando lungo la riva di un fiume, il piccolo carro armato per poco non andò in cortocircuito dalla sorpresa, e si mise a specchiarsi nel corso d’acqua. Non riusciva a credere di avere finalmente sconfitto il suo pallore. L’accaduto lo rinvigorì a tal punto che dimenticò la stanchezza e si rimise immediatamente in marcia in cerca di qualcuno. Nel cielo i tuoni erano detonazioni di bocche da fuoco lontane, ma a quel punto il piccolo carro armato avrebbe affrontato un’intera divisione corazzata completamente da solo per quanto si sentiva forte e sicuro di sé. Aveva ritrovato la fiducia, la speranza e, se soltanto qualcuno fosse riuscito a confermarglielo, anche la propria casa. Imboccò nuovamente il sentiero, puntò il cannone dritto davanti a sé, come la lancia di un cavaliere inviato alla carica, e accelerò sentendo i propri cingoli schiacciare sterpaglie, ciottoli e detriti, i quali, alla luce della sua nuova rinascita, si lasciavano calpestare morbidi e ligi come cuscini di piume. Aveva preso velocità a tal punto, sfrecciando lungo il territorio arancione, che quasi non sentì la voce chiamarlo.

Dove te ne vai, tutto di fretta?

TNK/0 si fermò di colpo e ruotò la torretta in direzione della voce. Poco distante, un carro armato color corallo viaggiava in tondo, scavando nel terreno un grande cerchio.

Salve, compagno. Chi siete?

Io sono TNK/R9. Al vostro servizio.

Il carro armato, continuando ininterrottamente a girare in cerchio, parlava soltanto nell’istante in cui si trovava accanto al proprio interlocutore. TNK/0, dunque, prese a viaggiare al suo fianco, generando, giro dopo giro, un cerchio gemello che andava circoscrivere il primo.

Io sono TNK/0. Sai dirmi dove ci troviamo?

Certamente. Siamo nel continente Porpora. Ti sei perso?

Mi ero perso, sì. Ma ora credo di avere finalmente trovato a chi appartengo. Per quale motivo continui a girare in tondo e non ti fermi mai?

Le forze Grigie ci hanno attaccato pochi turni fa e sono stato colpito. Non sono più in grado di fermarmi e il mio sterzo è bloccato in una sola direzione. Non mi resta altro che girare a vuoto.

Perché non fai retromarcia? Potresti metterti a cercare aiuto.

Retromarcia, compagno? Di cosa stai parlando?

Di questa manovra, guarda qui.

Sotto le gocce di pioggia che iniziavano a scendere, TNK/0 cercò di far ruotare i cingoli in senso opposto, ma non vi riuscì. Tentò un’altra volta, poi una ancora. Infine, si arrese.

Devono averti colpito molto duramente, soldato. Riposa, tu che puoi. Non esiste la retromarcia, non fa parte della nostra natura: gli ordini sono quelli di avanzare e sparare fino al sopraggiungere della morte, cosicché i nostri rinforzi possano avere la meglio sul nemico. Non ricordi?

No, davvero…

Dovresti cercare un centro di riparazioni e farti aggiustare. Un soldato che vuole fare retromarcia è una minaccia per i propri compagni. Rischieresti di passare per un traditore. Ti dispiacerebbe aiutarmi?

Ti aiuterò. Certamente. Devi solo dirmi come.

Allontanati un poco, prendi la mira e colpiscimi. Credo che in questa maniera lo sterzo bloccato e il cingolo restante riusciranno a cooperare per aggiustare la mia traiettoria. 

Sarà fatto, compagno.

Tuttavia, mentre TNK/0 si allontanava dal proprio cerchio per aiutare il carro armato color corallo, la pioggia aumentò d’intensità, e in pochi istanti l’acqua piovana ne ripulì completamente lo scafo, cancellandone il colore.

Aspetta un momento, soldato. Tu non hai alcun colore. Ti eri mimetizzato per ingannarmi e prendermi come prigioniero? Stai in guardia!

Il carro armato corallo, pur sempre proseguendo la sua incessante rotta circolare, iniziò a ruotare all’impazzata la torretta, cercando di puntare il cannone su TNK/0, tornato ad essere quasi trasparente.

Non è così, compagno. Il mio intento di aiutarti era sincero. Lasciami fare un tentativo.

Non azzardarti a sparare anche solo un granello di sabbia verso di me. Tu sei il nemico.

Ma non ti ho arrecato alcun male.

Hai un colore diverso dal mio; anzi, peggio, non ne hai nemmeno uno. E questo è abbastanza.

Ti abbandonerò qui, compagno. Ma ti prometto che una volta che avrò trovato la mia casa tornerò ad aiutarti.

TNK/0 tornò quindi sulla propria strada rivolgendo il cannone pallido alle nuvole scure che bombardavano acqua dal cielo. Persino la natura mi fa la guerra, pensava il piccolo carro armato, rabbrividendo sotto la corazza e producendo un cigolio metallico e sconsolato. Vagò per tutta la notte in cerca di un riparo, ma si accorse ben presto che il continente Porpora, man mano che avanzava verso l’entroterra, altro non era che una piana totalmente desertica, devastata dai crocevia di proiettili. Con il morale sotto i cingoli, TNK/0 attese fermo immobile che la pioggia battente cessasse, riflettendo sul fatto che se i suoi pensieri fossero stati impermeabili, vasti e avvolgenti com’erano, sarebbe rimasto all’asciutto per sempre.

Il sole non fece in tempo a sorgere che il piccolo carro armato pallido si era già rimesso in marcia. Quanti stati avrebbe ancora dovuto calpestare? Quanti simili avrebbe incontrato sul suo cammino, e quanti ancora si sarebbero rifiutati di accoglierlo? Lungo la strada che portava al confine del continente Porpora, TNK/0 iniziò a scorgere, con sempre più frequenza, i resti martoriati di una lunga serie di carri, tutti quanti di colore nero. Più avanzava verso la frontiera e più aumentavano le torrette mozzate, i cingoli distrutti, gli scafi sfondati e i cannoni spezzati a metà. Le carcasse tenebrose non erano presenti soltanto sul sentiero; ve ne erano anche incastrate tra i rami degli alberi senza vita che precedevano la linea scura a delineare l’inizio di un cratere di proporzioni ciclopiche, come se il sole fosse crollato all’improvviso sul mondo lasciando un solco cupo e profondo. ll fondale di un abisso. Il terreno era pregno di cenere, e l’aria tanto densa dal poterla vedere: s’immaginava di dissiparla con l’asta del proprio cannone, il piccolo carro armato incolore, mentre iniziava ad affrontare la discesa che conduceva al centro dell’enorme cratere. I telai neri e opachi come artigli spezzati di un uccello infernale si stagliavano tutt’intorno e un silenzio irreale lasciava che il crepitio delle fiamme, che s’innalzavano come fuochi fatui dalle intelaiature distrutte, cantilenasse la sua nenia di tormento e solitudine. TNK/0 vagò a vuoto per molti turni, cercando di esplorare il fondo di quel cratere che sembrava essere interminabile, perdendo il conto dei carri armati rovesciati sul terreno buio, privati della torretta o ritti come statue di pietra, resi un tutt’uno con l’ambiente devastato dai cingoli sciolti che li ancoravano al suolo. 

Prese quindi a sparare, TNK/0. E sparò in alto, verso il cielo, senza alcun bersaglio se non la fortuita attenzione di qualcuno che lo avesse potuto raggiungere e salvare dalla desolazione che lo circondava e della quale, senza possibilità di rimedio, iniziava lentamente a sentirsi parte. Lo raggiunse, quando gli sembrò di aver perso tutte le speranze, il suono di una coppia di detonazioni lontane, sorelle, forse. Ruotò la torretta con velocità fulminea, e per poco non la ruppe, siccome per troppo tempo era rimasta inchiodata puntando verso l’alto. I cingoli ripresero vita e si liberarono dalla cenere sotto la quale erano rimasti sepolti. Il piccolo carro armato incolore viaggiò seguendo l’eco delle salve, che rimaneva nell’aria e si mescolava con quello dei suoi colpi, che prese a sparare incessanti per comunicare alle bocche da fuoco remote la propria posizione. La nuvola densa e scura che s’innalzava dietro di lui ne annunciò l’arrivo, e alla fine del turno raggiunse i due carri armati, i quali smisero di sparare al cielo e si voltarono all’unisono verso di lui. Erano rispettivamente di colore grigio e nero, e quando TNK/0 arrivò al loro cospetto i cannoni fumanti di tutti e tre erano ancora roventi.

Compagni, vengo in pace.

Pace sia, soldato.

Ero io a sparare. Ero io a fare fuoco. Mi avete sentito! Finalmente vi ho trovati.

Cosa ne è stato della tua colorazione originale, compagno?

Non la ho più. Anzi, forse non ne ho mai davvero avuta una. Io non appartengo a questo mondo.

Difficile da credere. Sei tale e quale a noi, se non fosse per la tua livrea. Qual è la tua consegna?

Non ne ho. Dovete credermi.

Non è possibile, tutte le truppe hanno una consegna proveniente dall’Alto: io, ad esempio, dovevo uccidere questo carro Nero che vedi qui al mio fianco.

E io dovevo uccidere il carro Grigio, soldato. Ma, come vedi, abbiamo ritrovato il senso della ragione e le ostilità tra noi due sono cessate.

È vero. Tutti hanno una consegna. La differenza, compagni, è che la mia missione me la sono data da solo. Io non muovo guerra ad alcuno stato. Vago per i continenti, senza nessuno al mio fianco, solo e soltanto per trovare a chi appartengo.

Cosa ti è accaduto, soldato? Hai tradito la tua gente?

Ho tradito me stesso, signore. Da troppi, innumerevoli turni ho ridotto la mia vita alla mera ricerca di un qualcuno che potesse accettarmi. Non ho trovato che morte e distruzione lungo il mio cammino, e sebbene non possa dire di sentirmi responsabile, la devastazione di cui sono stato testimone mi ha fatto capire che a questo mondo manca la mia traccia, la mia impronta… il mio colore.

Il colore non ti manca, compagno.

Sono pallido, smorzato, trasparente…

Ma non invisibile.

Cosa significa?

Tu esisti, soldato. Anche se un soldato, effettivamente, non lo sei; e forse, come dici tu, non lo sei mai stato.

Sì, è così. Io esisto.

Fintanto che i tuoi cingoli potranno ancora condurti attraverso stati e continenti, fintanto che potrai ancora schiacciare confini e frontiere sotto il tuo peso, fintanto che potrai ancora alzare il tuo cannone e sparare al vento, allora esisterai, e con te esisterà anche il tuo colore. A differenza nostra, che non siamo altro che illusioni e in quanto tali il nostro destino è così breve che tra un istante il mondo ci avrà già dimenticati e la nostra vita non è più intensa della polvere che ci portiamo addosso.

Io esisto.
Le parole, una volta che la coppia di miraggi fu svanita, rimasero immobili nell’aria. Riusciva quasi a sfiorarle, TNK/0, mentre anche il crepitio delle fiamme era cessato e l’intero ambiente non era tornato ad essere altro che un deserto senza nome. Mise in moto i cingoli, scavando nel terreno solchi profondi come un aratro maledetto e senza padrone. Il tramonto iniziava a coagulare nel cielo di catrame. Il carro armato incolore tornò al punto dal quale aveva iniziato a detonare i propri colpi di segnalazione, sulla cima piatta di una collina che sovrastava soltanto di pochi metri lo scenario di morte circostante, e riprese a sparare verso il cielo, mirando al sole color cenere e perforando nuvole senza colpa.


di Federico Spagnoli

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