Che piacere rileggere La grande Gatsby! Anche se la storia è ambientata d’estate, nel caldo scintillante di una villa di Long Island, associo sempre le vicende di Jamesa Gatsby e di Daisy Buchanan a New York, tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera. Forse è la bellezza giunonica della protagonista, giustamente entrata a far parte della storia della letteratura per le sue proporzioni quasi mastodontiche, oppure è l’idea, largamente condivisa in film e serie americane, che New York ritrovi nel personaggio della grande Gatsby i suoi colori naturali: le tonalità bronzee del suo incarnato, da grande conceria all’aperto, e l’azzurro specchiato dei suoi occhi, quasi l’inverno, come un vecchio venditore ambulante, avesse deciso di smerciare le pietruzze dei cieli dell’Upper East Side sulla sua bancarella improvvisata; fatto sta che questo romanzo di Fitzgerald sembra identificarsi con la città stessa in cui l’autore ha amato e vissuto, quella New York anni Venti che da allora reca il marchio di J. Gatsby. Una donna capace di far innamorare di sé non solo diversi uomini (e fin qui, nulla di nuovo) ma anche altre donne, come la dorata e pericolosa Daisy Buchanan, alter-ego snob e prepotente della grande Gatsby. Perché “grande”? Non solo per le sue dimensioni, bensì per la proprietà tutta individuale di saper instillare in chiunque, dal narratore Nick Carraway, ondivago e lirico come le luci sul mare attorno a Long Island, all’atletica Jordan Baker, perennemente in marcia su un campo da tennis, la qualità indefinibile del sogno americano, che poi la tradizione ha appuntato proprio addosso agli anni Venti per farne una sontuosa rappresentazione dell’età del jazz. A evocare e far risplendere questo sogno è proprio Jamesa Gatsby: alta, muscolosa, dalla pelle abbronzata, i capelli ancor più corti di una flapper (ed era appena l’inizio del secolo!), abiti fluenti rosa e color caramello, la rude eleganza di chi gestisce traffici poco leciti e ha (tratto originalissimo per la letteratura dell’epoca) uno stuolo di sottoposti ai suoi piedi, la grande Gatsby è divenuta il simbolo di una nuova identità femminile capace di ballare, bere, fare soldi e vivere tutte le proprie passioni, anche quelle che la società considerava illecite, come l’attrazione delle donne per altre donne. Tra le nappine déco di questo personaggio colossale rimangono impigliati sguardi, acconciature femminili e aneddoti piccanti: alle celebri feste che organizza nella sua villa (un enorme maniero circondato di giardini azzurri i cui passaggi di proprietà la dicono lunga sul boom piuttosto effimero dell’economia americana durante il periodo) tutti mormorano, infatti, dei peccati di una donna che ha ottenuto, da sola, tutto quello sfarzo, dalle automobili cromate e fragili come giocattoli, ai gioielli rutilanti di gemme, dagli abiti color corallo e verde mela ai servizi costosi, ideati per favorire le aspersioni di champagne. Ha ucciso un uomo? È l’ex moglie di un barone tedesco? Quanti amanti deve aver seppellito per avere a disposizione così tanti soldi? Da dove viene tutto il suo denaro? A tali domande ovviamente nel romanzo non viene data risposta, poiché la grande Gatsby rimane un mistero, in vita e in morte. In vita è chiaro solo che le sue feste principesche altro non servono che a colpire l’attenzione dell’amata Daisy, conosciuta anni prima nel salotto dorato della sua agiatezza a Louisville e da allora oggetto di una passione che ha fatto sfiorire i tiepidi amori con gli ufficiali di Camp Taylor. In mortem si scopre che il suo percorso, prevedibilmente poco lineare, l’ha portata in ambienti ostili e disonesti, nei quali la sua grande abilità con le persone e i sogni la rendono perfetta per accumulare favolose ricchezze, prestigiose frequentazioni, di cui gli ospiti alle sue feste favoleggiano: tuffi nei rubini in antichi palazzi sul Canal Grande, esclusivi cenacoli nei dorati giardini di Oxford, amicizie con produttori e attrici di grido…
È la polvere di stelle sulla quale insiste il testo, quella polvere che il lettore percepisce più minaccia incombente che pioggia di lustrini. Quando il marito di Daisy, l’arrogante Tom Buchanan, scopre la relazione della moglie nemmeno con un uomo, ma con un’altra donna, l’orologio di lusso dei piani di Jamesa Gatsby si infrange: in una scena divenuta celebre, Daisy, ubriaca (si beve sempre in quest’opera: è il Proibizionismo, d’altronde) investe, uccidendola, Myrtle, l’amante di Tom, nella lugubre cornice della valle delle ceneri, una discarica sulla quale vigilano gli occhi giganteschi di un cartellone pubblicitario che la critica ha avvicinato all’implacabile sguardo di Fitzgerald stesso sui suoi personaggi. È la fine per la “grande Gatsby”, e non ovviamente per la signora Buchanan, la vera colpevole: la società si scaglia su questa donna larger than life, che le è sempre sembrata scomoda, con tutti i suoi misteri e la sua ricchezza, accusandola della morte di Myrtle solo perché Daisy, quando ha colpito a tutta velocità la povera donna, guidava la macchina della Gatsby. Le voci circolano, e forse una vendetta da parte del marito di Myrtle, forse una rivalsa di alcuni collaboratori ben poco solidali, portano alla morte di Jamesa Gatsby. A occuparsi delle esequie è Nick, da sempre affatturato dalla grande fata al centro del romanzo, la maga che ora giace al centro della sua splendida villa come in un monumentale sepolcro: l’organizzazione del funerale diviene esercizio di ricostruzione del passato della grande Gatsby, un’elegia che, inutile dirlo, al massimo si ricompone di frammenti e stralci perché l’America non ha né castelli né nobili, né passato né storia, e quindi non può averli nemmeno Jamesa Gatsby. O non è del tutto così, forse? Come in ogni grande romanzo modernista, i confini non sono mai netti, e l’ellissi è sempre pronta a strizzare dettagli nascosti fuori dal tessuto della prosa di
Fitzgerald. Dopotutto, ci viene detto chiaramente che la grande Gatsby ha accumulato prima soldi facendo la mantenuta, poi truccando imponenti giri di scommesse, e del suo amore autolesionista per le donne non vi sono dubbi. Ugualmente definito è il sottile incanto che emana la sua personalità, se non proprio la sua figura, descritta all’inizio del romanzo mentre si protende, come
una galassia, verso la luce verde che, sul molo opposto, segnala la presenza del luogo in cui vive l’adorata Daisy. E forse non ci sono dubbi nemmeno sulla malia che quest’opera esercita sui lettori, pronti a vedervi, come Nick Carraway sul ponte di Queensboro, la meraviglia verdazzurra di New York attraverso il tempo, cornice in cui la luce appare lavata dai lampioni o strappata dai cornicioni dei palazzi, i raggi gettati come un gambero in un acquario di nubi su Madison Avenue. Su questo palco sembra muoversi da allora lo spettro colossale della grande Gatsby, ritta sulle sue gambe selvagge simili a grattacieli, gli occhi chiari pronti a girare come albe truccate sul Plaza, il suo vestito accostato alla notte come uno schiaffo dato al pepe macinato delle stelle.
Angelo è assegnista di ricerca in lingua inglese presso l’Università di Cassino. Tra i suoi interessi di ricerca: la letteratura vittoriana, la storia del gioiello nei paesi di lingua inglese, il romanzo storico angloamericano del Novecento.
Ha scritto sui racconti del soprannaturale di R. L. Stevenson e Vernon Lee, nonché sulla narrativa di Virginia Woolf, Anthony Burgess e Frederic Prokosch. Ha esordito come romanziere con “La macchina di Babele” nel 2021 (Porto Seguro Editore). Ha pubblicato la monografia critica “Il ritratto immaginario dalla fin de siècle al contemporaneo (Solfanelli, 2024).




