Il volume della voce è mantello o sipario, e quando si alza nasconde dietro di sé il significato delle parole. L’urlo del padre era rimasto intrappolato nella testa del bambino, che prima di addormentarsi non aveva potuto fare a meno di rivivere mentalmente, più e più volte, la discussione di qualche ora prima. Cosa gli avesse detto, suo padre, sbottando e colpendo il tavolo con il pugno, nemmeno non lo ricordava. Pensava alla frase gridata, detonata invisibile in ogni angolo della casa, di cui si era perso il senso. Il martellare del cuore dentro al petto era dovuto all’improvvisa saturazione sonora che aveva annientato ogni possibilità di risposta. Poi tutto era finito. Il silenzio era stato ricucito passando per la sutura degli oggetti posati, delle monosillabe sottili in replica a un gesto più blando del solito, e dei passi attutiti sulle scale inevitabili, per tornare alla casa nella casa che è camera propria. In realtà il cuore batteva ancora, meno forte di prima, perchè anche lui si stanca, come diceva la mamma, e il bambino aveva ascoltato il proprio battito inghiottendo i residui del pianto e premendo le estremità del cuscino sulle orecchie, con il volto rivolto verso il basso. A pancia in giù, respirando a bocca aperta, si era quindi addormentato da un paio di ore prima che un suono secco facesse vibrare le assi del pavimento.
Il bambino apre gli occhi, e nota che stranamente non erano intorpiditi né pesanti: come se si fosse svegliato all’ora perfetta, al suono di una sveglia impeccabile, forse biologica, che tuttavia non aveva fatto trillare nessun campanello o sonaglio. Il pinguino è in piedi, al centro della stanza. Lo guarda con le pinne conserte, e batte a terra con il palmo della zampa. Gli occhi bui riflettono il lume fioco dell’abat-jour sul comodino, che rimaneva accesa per tutta la notte. Dal fianco pende un’etichetta. Hamleys.
– Che batosta, quest’oggi…
– Vattene via.
– Vi abbiamo aspettato per ore.
– Vattene via, signor Piccadilly.
Il pinguino sistema il monocolo, e si scrolla di dosso la brina ripulendo il poliestere. La finestra è socchiusa, e spira un alito d’aria fredda. Un’altra zampa spunta dall’apertura, e con un cigolio crea un varco per il resto del corpo, che balza dentro la stanza senza fare alcun rumore, se non uno squittio eccitato.
– Chiudetela, adesso.
– Ne manca uno, vostra signoria. Lo sa.
– Non serve che veniate tutti. Non vi voglio stanotte.
– Che batosta, in effetti…
– Stai zitto.
Il bambino si alza dal letto. Il signor Piccadilly gli arriva di poco sopra al ginocchio. Il Ratto, invece, rimane a quattro zampe ad annusare le pantofole. Squittisce, di tanto in tanto, come il segnale di un radar che intercetta segretamente i dettagli dell’ordinario. A tracolla porta un piccolo arco senza corda, che gli sta attaccato al dorso come per magia. Entrambi si scostano, ma di un passo soltanto, quando il bambino va a chiudere la finestra, stringendo la maniglia più forte del solito.
– Andate via.
– Bisogna pazientare, vostra grazia. È colpa delle luminarie mobili.
– Che ore sono?
– Domani è sabato. Non dovete andare a scuola.
– Perché mi parli così? Ci sono solo io. Sono uno.
– E uno è sufficiente, vostra altezza.
Dalle scale, al di sotto, si sente una sequenza di passi pesanti, che arrancano come sacchi di pietre gettati sui gradini. Il bambino aumenta l’intensità dell’abat-jour, e fa un respiro profondo, sconsolato. Giunto all’ultima rampa di scale, davanti alla porta chiusa che lo divide dalla cameretta, la terza presenza si arresta. Il pinguino si fa da parte, allontanando con la pinna anche il Ratto, che smette di squittire non appena il ronzio si propaga nell’aria. La vibrazione si fa sempre più intensa, come se uno sciame d’api stesse bussando alla porta. Dalla serratura, tuttavia, entra soltanto la Vespa Regina, che fa un volo di ricognizione lungo il soffitto della stanza e va a posarsi sullo schienale della sedia. Parola d’ordine, dice, con voce metallica e distorta.
– Condizione, dice il pinguino. Riposizionamento. Grondaia.
Il bambino li osserva seduto sul letto, con i gomiti sulle ginocchia e il mento poggiato sulle mani. Soffoca uno sbadiglio. Il Ratto se ne accorge, e allunga il muso umido e appuntito verso di lui. Poi si volta verso la Vespa Regina. Torchio, dice, con la voce di un centenario. La Vespa, quindi, si leva in volo e, atterrando sulla scrivania, si trasforma in un pellicano.
– È sempre la stessa storia, dice il bambino. Non esiste la parola d’ordine. Fate finta.
Le tre presenze ignorano le lamentele. Il signor Piccadilly sistema l’abat-jour in maniera tale che possa illuminare l’intera parete adiacente al letto; il Ratto si arrampica sul comodino e riapre la finestra. Un miasma scuro e inodore scivola dentro la cameretta. La finestra si chiude da sola. Il rivolo nero scorre lungo il muro, il pavimento, e ricopre il letto del bambino, che nel frattempo si è messo seduto a terra, al centro della stanza.
– Perdonate l’inconveniente ritardo, vostra eccellenza, dice il pellicano dalla voce robotica. È colpa delle luminarie mobili che hanno installato per le strade: le ombre si scomodano a fatica, di questi tempi.
– Ve l’avevo detto. Luminarie mobili.
– Calmi, che inizia, dice il Ratto.
Il bambino approfitta del silenzio che si viene a creare per tendere l’orecchio e ascoltare i rumori della casa. Dalle scale non proviene nulla, nel bagno, giù di sotto, non c’è nessuno, e fuori dalla finestra tutto sembra andare liscio, il che, a quest’ora della notte, sta a significare che nulla accade e tutto fila. Affondando l’ala nell’enorme becco, il pellicano estrae una bacchetta d’avorio, e si schiarisce la gola con un rantolo mostruoso. Nell’aria pulsa soltanto il lume dell’abat-jour. Il pavimento sotto il bambino è rimasto freddo, ma la compagnia del pinguino e del Ratto, accanto a lui, ha il potere di renderlo meno scomodo. In piedi, sulla scrivania, il pellicano alza la bacchetta e, come strattonato da un filo, il miasma nero cosparso sul letto diventa bidimensionale e va a proiettarsi sul muro. Il pellicano inizia a percuotere la semi-oscurità della cameretta infilzandola con lo spillo d’avorio, e alterna affondi, sferzate e difese, come se stesse combattendo contro uno spadaccino invisibile. L’ombra si allunga, comprima, estende e ritrae sulla parete, diventando prima un volto demoniaco, poi una serie di onde a schiacciare un isolotto, e ancora: una mongolfiera che svolazza in diagonale, fino all’angolo del muro; un serpente sottilissimo che si allunga da parte a parte per poi diventare una pioggia di fiori senza petali, e gli steli, caduti sulla superficie del letto, che si trasformano a loro volta in schegge appuntite e s’innalzano a comporre il dorso spinoso di un animale scheletrico (un istrice morto di fame, pensa il bambino) che si trascina lungo la parete ed esplode macchiando il muro di motivi geometrici. Il pellicano direttore d’orchestra tiene lo sguardo acquoso sullo spettacolo, e contempla le ombre muoversi e mutare forma al gesto ampio del fraseggio, o cadenzato, a indicare il cambio di tempo e il conseguente passaggio da cerchi e quadrati a nuvole tutte spigoli, che s’incastrano l’una con l’altra e convergono al centro della parete formando un occhio, il quale si fa man mano più liscio, più tondeggiante, fino a diventare un cerchio iscritto in un’ellisse, un’ellisse che però vibra, si muove, si scuote e si dimena e scalcia e si frantuma collassando in un paesaggio in rovina al di sotto. Ora il cerchio non è più iride, ma sole: stella di una famiglia di tetti e campanili che sottostà alla sua ombra senza muoversi di un millimetro. Il Ratto, di fianco al bambino, squittisce, più eccitato di prima; il signor Piccadilly muove il becco, masticando qualcosa. Davanti agli occhi del bambino, il sole nero diventa mano, prima umana, e che poi via via si fa più affilata, come quella di una bestia, seguendo le direttive della bacchetta d’avorio, e gli artigli soppiantano le unghie e le grinfie di tenebra strappano le case e le cattedrali alla base del letto, ruotandole su sé stesse e incastrandole in cielo, dove la parete confina col soffitto. A testa in giù, la cittadina cede alla forza di gravità (il pellicano si ferma per un momento, lascia fare) e si allunga calando sul muro come un branco di lacrime buie sulla guancia del cartongesso. La zampa demoniaca si fa più morbida, le sue curve si addolciscono (il pellicano apre le ali e ordina un rallentamento d’andatura), e si apre la mano, ritornata umana, a raccogliere lo sgocciolare della città. Il palmo si chiude. Nessuna sbavatura. Nessun rumore. Soltanto il silenzio dell’orchestra bidimensionale che si ricompone, adagiandosi sul letto, infine rotto dalla voce metallica del pellicano suo direttore. Grazie, grazie tante.
Il pinguino sbatte le pinne di poliestere applaudendo animatamente, ma senza produrre alcun suono; il Ratto ritorna ad annusare la stanza, zampettando sotto il letto; e il bambino, per nulla impressionato, questa volta non soffoca lo sbadiglio.
– Avete gradito, vostra maestà?
– Sì, sì…
Il pellicano ripone la bacchetta dentro al becco, e ingoiandola ritorna Vespa Regina. Annoda un paio di volte la sua traiettoria ronzante intorno al volto del bambino, e luccicando si congeda attraverso la serratura. Una volta oltrepassata la porta, i sacchi di pietra tornarono a crollare sulle scale, come se un gigante stesse saltando giù da una rampa all’altra. Il bambino assonnato apre nuovamente la finestra, e il Ratto sgattaiola via lungo la neve sporca coagulata al fianco della strada. Si stropiccia le palpebre, senza alcun effetto, e torna sotto le coperte, stringendo a sé il pinguino peluche. Sente il cuore lieve, il battito mansueto, come se riproducesse una delle candide andature imposte dal pellicano.
Terminata la dittatura della bacchetta d’avorio, l’abat-jour cessa di essere il riflettore della parete-palcoscenico e ritorna sul comodino. L’aria invernale, passando per la finestra rimasta socchiusa, estrae le ombre aspirandole dalla stanza come una serpe pentitasi del proprio morso, e la luce delle stelle, imprigionata nel vetro, ricompone il telaio di costellazioni a sorreggere il cielo, al quale non giungono mai le urla dei genitori, per quanto forti possano esplodere. Soltanto l’immaginazione arriva fin lassù, passando per lo sguardo di chi sarebbe tornato a sognare di nuovo, una volta aperti gli occhi l’indomani mattina.




