Deiezione nell’Esserci. Uno scadimento dell’esistenza in una sorta di “cosificazione” dove l’uomo diventa come le altre “cose” del mondo, scende a livello dei fatti, nella dimensione inautentica della quotidianità e della vita. Esplorare in profondità la situazione dell’uomo contemporaneo e scoprire uno spaventoso, inalterabile, implacabile Nulla: è questo lo sguardo spietato su una verità inesorabile, in buona parte mutuata dalla filosofia di Essere e tempo di Martin Heidegger, con cui Samuel Beckett investiga la condizione umana nella sua opera, non solo teatrale e narrativa, ma anche – stupefacente e forse poco conosciuta – anche in un’opera cinematografica dal titolo Film.
La gente non ha più niente da dirsi. Ogni mezzo di comunicazione fallisce. I personaggi sono anonime figure, senza volto, simboli di un’epifania del Nulla. L’assenza d’ogni speranza ben presto si trasforma nell’inutile attesa di Vladimiro ed Estragone in Aspettando Godot, inquiete maschere senza identità, proprio come il protagonista della sceneggiatura di Beckett in Film, interpretato da un genio del muto come Buster Keaton.
Una storia bizzarra che merita di essere raccontata.
L’incontro fra Keaton e Beckett (raccontato efficacemente da Alan Schneider in On directing “Film”, Einaudi/Gallimard 1994) non è casuale. È l’incontro fra due giganti del silenzio. E su questo registro si gioca la grandezza di un cortometraggio di 22 minuti, girato nel 1963, che non ebbe vita facile, che ancor oggi ha scarsa circolazione e su cui, forse, vale la pena spendere qualche parola. C’è da dire che Beckett, benché onnivoro fruitore di cinema e benché nel 1936 avesse tentato di darsi al cinema chiedendo al celebre regista russo Eisenstein di farsi assumere come assistente, nutriva una certa diffidenza, per non dire ostilità, verso la produzione o, per meglio dire, la scrittura cinematografica, giacché la sua filosofia del muto, del vuoto, della teatrale abulia dell’esistenza – lui teorico assieme a Jonesco del teatro dell’assurdo – mal si conciliava col dinamismo e la spettacolarità delle immagini della macchina da presa. Da qui il sodalizio con un maestro del muto e dell’essenzialità come Buster Keaton. Ma l’operazione di Beckett, inesauribile creatore, ogni volta capace di sconcertarci, diventa ancora più ardita.
Ne viene fuori un film sul Nulla.
L’idea filosofica che da cui parte Beckett, in qualche modo già fondante di uno dei suoi capolavori narrativi, il romanzo Watt – un romanzo ipnotico e umoristico da riscoprire – è il principio dell’empirismo di George Berkeley: esse est percipi (“essere è essere percepiti”), che diventa un’ingegnosa trovata drammaturgica, giacché l’esile trama di Film è costituita dai vani tentativi del protagonista di sfuggire al personaggio che sta tentando di osservarlo, appunto di percepirlo. Il cortometraggio, composto da tre sequenze prive di dialoghi, si apre mostrando Og (il “percepito”) che tenta di sottrarsi allo sguardo di Oc (il “percipiente”), camminando velocemente lungo una strada dritta, senza traverse, in un mattino d’estate. La seconda sequenza si svolge nel pianerottolo del palazzo in cui abita Og. La scena finale, la più lunga delle tre, ha luogo nella stanza di Og, dov’egli tenta di rimuovere qualunque oggetto, come lo specchio, o qualunque forma di vita, come il gatto e il cane, che in qualche modo possa percepirlo. Ma alla fine scoprirà con terrore che Oc è riuscito ad entrare nella stanza e che lo sta osservando. C’è poi una sorta di colpo di scena finale – che lasciamo al piacere del curioso spettatore – che mira ad approfondire e perfezionare il valore teoretico dell’esse est percipi.
Keaton, nonostante le iniziali perplessità sulla sceneggiatura (confessò fin da subito che per lui quel copione non aveva senso e che dubitava fosse possibile tirarne fuori più di tre o quattro minuti di girato) ci consegna un’interpretazione magistrale dell’inquietudine del protagonista, del dramma di essere percepito, così da annoverarsi fra le figure più emblematiche – allo stesso tempo tragiche e grottesche – dell’opera beckettiana, espressione del dissolvimento esistenziale, immodificabile e intollerabile condizione dell’uomo. Ogni mezzo di comunicazione fallisce – osservò Franz Maierhofer – in questa epifania del Nulla, nella regressione ad un viscido bruco in Molloy o, peggio ancora, in uno smozzicato balbettio o in una sorta di verso animalesco. Forse così si può interpretare la benda sull’occhio di Og, il suo stato di semi-cecità, proprio come i miti, Tiresia, Edipo, che nella loro cecità in realtà hanno visto le cose come sono.
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Andrea, narratore e saggista, è un insegnante di Letteratura Italiana e Storia. È autore di numerose pubblicazioni sul Cinque/Seicento e sul Novecento, e di una decina di romanzi. Ha collaborato per gli editori Zanichelli, Principato, Loescher.




