La corsa inizia su una sequela di note limpide, trasparenti, come cristalline gocce di un diluvio messo in pausa a mezz’aria, e l’odore del cuoio e del sudore dei destrieri si mescola a quello del legno, della ceramica e della vernice acrilica. La melodia è punzecchiata da un ritmo sottile e regolare, un ticchettio che si smarrisce dietro al suono dei campanelli e dello scalpitare dei cavalli. Un attimo prima della partenza, il primo fantino sente in bocca il sapore della tensione, miscelato a quello della gomma da masticare che fa a pezzi sotto le arcate nervose e intermittenti; tiene le briglie del cavallo ferme, stritolandole tra le dita, e lo stesso fa con le redini della sua persona, bisbigliando una preghiera di buona sorte e liquirizia. Il secondo stringe la sella tra le cosce, avvinghiandosi al ventre gonfio e poi vuoto, gonfio e poi vuoto, gonfio e poi vuoto del suo cavallo; si sintonizza col suo respiro e respinge, socchiudendo le palpebre, le gocce di sudore che gli scivolano giù dalla fronte. Il terzo la melodia non la sente nemmeno: alle sue orecchie giunge soltanto il ticchettio di sottofondo, il metronomo che scandisce vita, risuonando, o morte, riducendo al silenzio lo scalpitio degli zoccoli. Allo scattare del via è il più veloce a partire, e il frustino schiocca sulla groppa del cavallo percuotendone il manto e piegandosi sopra i muscoli contratti. Il primo fantino inizia a masticare più velocemente, e taglia l’aria immobile fendendola con il muso del proprio destriero. La voce roca incita l’animale a superare i due simili, e le locuzioni aromatizzate arrivano anche al secondo fantino, che gli è dietro, e che a sua volta sprona il cavallo piantandogli i tacchi degli stivali nei fianchi. La melodia dei campanelli incalza destrieri e fantini a rincorrersi l’un l’altro, e i frustini scuotono aria, pelli e pensieri. I giri si accumulano, i cavalli iniziano a faticare, ma le distanze iniziali sono rimaste intatte. Eppure non c’è fantino che non abbia puntato i piedi sulle staffe e non si sia piegato in avanti, chi per incitare il proprio animale e chi per sussurrargli onori e promesse, nel tentativo di raggiungere l’avversario che galoppa fuggendo dal suo inseguitore e tallonando chi lo precede. Girano in tondo, cavalli e fantini, e al suono della marcia cadenzata imposta dal ticchettio non si riesce più a distinguere tra primo e ultimo, vincitore e perdente, tra chi è in testa e chi è finito in coda, ma pur sempre sul podio. I tre animali sudano copiosamente, e la schiuma fuoriesce dalle loro bocche come il residuo di un processo meccanico. Ne indovinano il sapore, la consistenza, i fantini, mentre la corsa inizia a giungere al termine, e anche questa volta non sono in grado di stabilire chi tra loro abbia tagliato il traguardo per primo. Rallentano, storditi, confusi, e lentamente riportano i destrieri alle posizioni iniziali, riponendo i frustini sulle selle, e sputando, chi imprecazioni, chi liquirizia, all’indirizzo invisibile della melodia morente. I campanelli si acquietano, il ticchettio meccanico batte gli ultimi colpi, come se una mano di unghie laccate tamburellasse le dita su una superficie vetrata, e tanto lontana dalla realtà non è, questa mano, che si chiude salda sul carillon e lo solleva lontano dalla portata di quella del figlio. È la sesta corsa, oggi, è abbastanza, viene spiegato, e in risposta non vi è altro che uno sbuffo e una protesta. Sarà anche la sesta corsa, oggi, eppure non è ancora riuscito a decidere il suo favorito.
Brr – I’ll




