L’orbita di un biberon dentro un forno a microonde
Se ne stava spesso seduta lì, con le gambe accavallate, su quell’unica panchina che, al tramontare del sole, tornava a essere sua.
La divertiva il pensiero che a scacciare le persone dal parco non fosse il grigio allarme di un impegno imminente, bensì la sua semplice e inequivocabile presenza.
Rifletteva anche sul fatto che era del tutto improbabile che le cose stessero veramente così, siccome la gente era troppo indaffarata per accorgersi di lei; eppure le appariva così solenne quel suo rituale, dove risaliva – dolce – la pendenza della collina e ritornava in possesso, sedendovisi sopra, di ciò che altrui mai sarebbe potuto diventare.
Era sua la panchina.
Era suo l’intero parco.
Ed era suo anche quel silenzio, rotto soltanto dai pettegolezzi di qualche fontana distante.
La signorina Skitt era una di quelle donne attente, curiose, una sognatrice, una di quelle persone che si fermano a guardare le stelle quando il cielo è limpido e che le rimpiangono quando invece è coperto. Era del tutto inconcepibile, a suo avviso, che esistesse tutt’intorno a lei un oceano di persone a cui di quel che accadeva in cielo importasse così poco. Le era sempre apparso così bello svelare gli astri che durante il giorno si nascondevano, e non riusciva a capire come il resto del mondo potesse vivere senza porsi il problema di stanare questi nascondigli. Dopotutto il gesto di ammirare una costellazione le sembrava essere alla portata di tutti, ma era altrettanto vero che rimaneva ben poco da nascondere a chi il proprio sguardo non avrebbe mai alzato. Il problema stava – perlomeno questo era il decreto interiore della nostra signorina – non tanto nella tempistica, quanto nella modalità di reazione che la gente era solita opporre all’avvenire delle cose: le sembrava che tutti guardassero solo e soltanto dritto davanti a sé, che emozionandosi guardassero dritto davanti a sé, e che morendo guardassero dritto davanti a sé. Alla pavida luce di uno scenario del genere, si era generato con grande naturalezza, dentro di lei, il gelido bisogno di affibbiare a ognuna delle persone che frequentava una funzione. Era quindi finita per circondarsi di una compagnia che ai suoi occhi – e ai suoi gesti – si materializzava soltanto al risuonare di una delle sue personali occorrenze: per lei non erano altro che tasche in cui mettere le mani nel caso in cui avesse avvertito, sulla pelle o sul cuore, un alito di realtà più freddo del previsto.
Soltanto una figura non avrebbe mai trovato posto in questa sua giostra di donne e di uomini: questo perché lei stessa non se lo sarebbe mai perdonata. Ma per il momento sarà bene riportare la nostra attenzione sull’immagine con cui la signorina è stata introdotta.
E dunque limitarci a vederla lì, seduta con le gambe accavallate sulla sua panchina, a sfogliare le pagine di un profumo nell’aria.
La vita della signorina era tenuta ben salda dalla sua proprietaria, la quale amministrava con grande abilità i proventi e le uscite delle proprie apparenze.
Era dotata di un efficiente dispositivo interiore che i suoi conoscenti più stretti consideravano come una sorta di “ponderata determinazione”, la quale – e qui dovremo aprire un piccolo spiraglio nell’intimità della nostra protagonista – si poteva altresì dedurre dalla serie di cruciverba risolti a inchiostro che conservava nella propria borsetta. Quest’ultima, pur apparendo sotto le mentite spoglie di un accessorio minimale ed elegante, era dotata di innumerevoli scompartimenti: la stessa signorina Skitt lasciava trapelare un tiepido sorriso riconoscendo di avere tra le mani quella che si sarebbe potuta a tutti gli effetti considerare una “borsetta svizzera”. Al suo interno naufragavano penne, matite, taccuini, un piccolo specchio, un mazzo di chiavi, una coppia di rossetti e un sacchetto di plastica – sul quale non è ancora tempo per noi di indagare – contenente un paio di carote tagliate a pezzetti.
La signorina, una volta acquistata la borsetta, si era ripromessa di conservarvi, e questo soltanto grazie alla fervida immaginazione di cui certo non era in difetto, anche le certezze che durante la propria vita avrebbe speranzosamente accumulato. Il suddetto bottino, che tra un momento andremo a svelare, al momento vantava di ben due certezze consolidate:
1. Le persone più lente camminano sempre in diagonale;
2. Quello della pioggia non è un odore, ma un profumo.
Fin da piccola, infatti, aveva sempre respirato con grande attenzione il profumo che si levava nell’aria una volta consumatosi un temporale. Le tornavano in mente le lunghe passeggiate che faceva in compagnia dei suoi genitori quando vent’anni prima andavano a trovare i nonni che abitavano lungo la strada che costeggiava il canale del porto. Il ramo di famiglia da cui proveniva la madre della signorina apparteneva certamente a un pino marittimo, siccome tutti i suoi componenti vivevano al ritmo di un cuore talassocratico.
Cosa significasse era facilmente intuibile: bastava osservare la maestria con cui il nonno spalmava la pece sullo scafo della propria barca, oppure accarezzare – velluto – le mani della nonna, che per quanto avessero armeggiato per decenni con fili d’acciaio, reti di nylon e ami affilati di qualsiasi forma e dimensione, erano immacolate e della stessa consistenza di quelle del più mansueto dei bambini. Questo perché se un chitarrista si riconosce dalle unghie, un violinista dalle mani e un marinaio dai calli, la nonna della nostra signorina si riconosceva grazie ai guanti che si era sempre premurata d’indossare.
– Sono pur sempre una signora. O sbaglio?
– No che non ti sbagli, nonna.
– E tu non fare quella faccia.
– Faccia? Quale faccia?
– Ti ho visto. E no, non li toglierò mai.
– Bah. Fa’ un po’ come ti pare.
– Lo vedi, tesoro? Sono sempre così gli uomini.
– Così come?
– Credono tutti che il numero e lo spessore delle proprie cicatrici sia in qualche modo un vanto: per loro è come mostrare un nuovo gioco a un’amica. Mi segui, vero Mirandola?
– Sì. Ma i giochi sono divertenti, le cicatrici no!
– Vaglielo a spiegare.
– È per questo che indossi i guanti, nonna?
– Ha semplicemente paura di tagliarsi, piccolina.
– Silenzio tu. Vedi tesoro, li indosso in modo tale da poter avere sempre le mani pulite. Al contrario di qualcun altro.
Lo sbuffare e lo scuotersi della testa del nonno.
– Le cose più importanti vanno sempre fatte con le mani pulite. Forza, mi faccia immediatamente vedere le sue, signorina!
Dorsi su palmi.
Palmi su palmi.
– Molto bene, prova superata.
– Evviva! Ma cosa ci facciamo con le mani pulite, nonna?
– Vieni con me, te lo mostro subito.
Palmo su palmo.
Le dita intrecciate.
Quando la nonna diceva così, in un attimo gli occhi della nostra protagonista – ai tempi vispe appendici dell’arguta bambina che era – s’illuminavano di una luce nuova, come il bagliore di un faro che, terminata la propria rotazione, torna a rischiarare nei paraggi di chi lo osserva. Capitava non di rado che la nonna avesse qualcosa da mostrarle, anche se nella maggior parte dei casi si trattava di qualche vecchio oggetto arrugginito che il nonno aveva riportato – imprecando – alla luce ritrovandoselo tra le maglie di una delle sue reti da pesca. I più malridotti, o quelli che venivano considerati irrecuperabili, erano spesso destinati a prendere la via dell’immondizia, che disdegnata non era dai gatti randagi della zona; quelli che invece la nonna riteneva avessero tutte le carte in regola per figurare tra i cosiddetti “cimeli” venivano ripuliti e, nell’evenienza, aggiustati, per poi essere inseriti all’interno della collezione che trovava dimora su una coppia di mensole nella sala da pranzo. Vi si poteva trovare davvero di tutto. Nel seguente ordine da sinistra a destra: un orologio a cucù – l’uccellino purtroppo vagava ancora per i fondali –, una sveglia, un piede di porco in ottimo stato, un cartello stradale che invitava a dare la precedenza al senso opposto, un monocolo intatto, una teiera in ceramica, uno schiaccianoci, e un Remington 550-1 calibro 22, che occupava la totalità della mensola inferiore.
– Quella diavoleria!
– Il diavolo ha una fabbrica d’armi, nonna?
– Tuo nonno proprio non vuole sbarazzarsene.
– Quel maledetto fucile resterà lì dov’è! Che Dio mi fulmini se qualcuno oserà spostarlo anche solo di un millimetro.
– Tappati le orecchie, tesoro.
Palmi su orecchie.
– Hanno traslocato, cristo santo. Tra-slo-ca-to.
– E chi mi assicura che non ne arriveranno di più rumorosi? Eh?
– Chiunque arrivi non puoi uscire di casa con un fucile in mano. Ma quale esempio pensi di dare a tua nipote?!
– Te lo dico io quale esempio: quello di qualcuno che ha a cuore la quiete del proprio vicinato.
– Con un fucile? Un fucile scarico per di più.
– È il messaggio che conta.
– L’unico messaggio qui dentro lo riceverà quella santa bambina di tua nipote, che guardi un po’ signor Quietepubblica si dà il caso che sia anche la mia.
– Che coincidenza!
– Ma quale coincidenza?!
La bambina osservava divertita le discussioni dei nonni, cercando di immaginarsi le parole che, se solo non avesse avuto le orecchie tappate, sarebbero andate a riempire il vociare ovattato che a malapena percepiva. Dal solo labiale non si poteva intuire granché, e quindi la bambina si basava sui gesti che i due disegnavano per aria e sul volume delle loro voci; in particolar modo su quello della nonna, che aveva sempre l’ultima parola su tutte le discussioni che si consumavano tra le mura di casa e, talvolta, anche tra quelle di locali e ristoranti. Terminata la discussione, il nonno si allontanava borbottando tra sé e sé, spargendo per aria quel suo inconfondibile brontolio a intermittenza che alla bambina era sempre apparso come il suono di una marmitta scoppiettante colta da un attacco di tosse. Quindi la nonna spostava delicatamente lo sguardo dal marito tornando a posarlo su di lei, si chinava, e, guardandola negli occhi, le spostava con dolcezza le mani dalle orecchie.
– Tutto finito, tesoro. Lasciamolo in pace quel vecchio brontolone.
– Cosa volevi farmi vedere, nonna?
– Per di qua.
Le due attraversarono l’anticamera, superarono le scale e varcarono la soglia della porta verniciata di blu che conduceva al patio. Il piccolo cortile rettangolare era delimitato da un’innocente recinzione ornata di gigli oltre la quale s’intravedevano le acque del canale immettersi in mare. Era inoltre presente, sulla destra, un piccolo capanno in legno dove la nonna condusse la nostra piccola protagonista.
– Qui, tesoro.
– Chi ci abita qui dentro?
– Nessuno. Se non qualche ragno assonnato.
– Non mi piacciono i ragni.
– E perché mai? Ne hai conosciuto qualcuno?
– No. Non si può conoscere un ragno.
– E questo chi te l’ha detto? Io quando avevo la tua età ne conoscevo uno molto simpatico.
– Non è vero. Mi prendi in giro.
– Certo che no, tesoro. È la verità.
– E allora come si chiamava questo ragno?
La nonna sorrise.
Il suo sguardo alzò il tiro.
– Io lo chiamavo “Occhi di fragola”.
– Ma è un nome buffo!
– Era piccolissimo: poteva stare su un’unghia.
– Era rosso come una fragola?
– E aveva occhi minuscoli, come i suoi semi.
– Occhi di fragola.
– Occhi di fragola.
– E non c’è più, il signor Occhi di fragola?
– Purtroppo no, bambina mia. Sono passati tanti anni. Adesso ci saranno i nipotini dei suoi nipotini, da qualche parte.
Con il dito, la nonna passò in rassegna le sottili ragnatele nell’angolo del capanno.
– Gli animali sono proprio come noi. Si possono conoscere, si può stare in loro compagnia, e per di più sono degli ottimi ascoltatori. Magari anche tu, un bel giorno, avrai un animale che sentirai tuo, in tutto e per tutto, con il quale potrai parlare proprio come parleresti a una persona.
– Ma loro non rispondono. Fanno solo dei versi.
– Anche noi, piccolina. La differenza è che diamo ai nostri versi un significato. Diamo loro un senso. Le nostre parole, Mirandola, si scrivono tutte quante nello stesso modo, eppure hanno un suono diverso per ognuno di noi.
Pronunciando questa frase, la nonna si avvicinò a due ceste appoggiate contro la parete del capanno, malcelate sotto un telo verdognolo, indicandole, con un cenno della testa, alla nipotina. Insieme, come una coppia di bucanieri davanti a uno scrigno prezioso, scostarono il telo rivelandone il contenuto al di sotto: cento, duecento, duemila mirtilli.
– I mirtilli!
Mano che si allunga.
Sorriso che si accende.
– Altolà signorina!
Mano che si ritrae.
Sorriso che si smorza.
– Non ne posso prendere nemmeno uno?
– Nemmeno uno. Non prima di domattina.
– E perché?
– Perché adesso dobbiamo portarli fuori. Devono riposare.
– Ma i mirtilli non dormono, nonna.
– Lo dici tu. Forza, portiamo fuori le ceste.
– Sono pesantissime.
– Un viaggio per volta. E guai a te se ti becco a provare ad alleggerirle!
La bambina, colta in flagrante, arrossì lievemente e sghignazzò divertita.
Una volta che le ceste furono poste sul tavolo al centro del patio, nella mente della nostra protagonista si materializzò una più che legittima domanda.
– Qui fuori i mirtilli riposano meglio?
– Certo, tesoro.
– Ma non avranno freddo?
– È soltanto per una notte. Vedrai.
– È uno dei tuoi segreti di cucina?
– Mettiamola così.
– E chi te lo ha suggerito?
– Vediamo se riesci a indovinare.
– I nipotini del signor Occhi di fragola!
– Proprio loro.
– E a cosa serve fare riposare i mirtilli in cortile?
– Pazienta, bambina mia. Pazienta.
L’indomani mattina, a colazione, non ci fu bisogno di spiegazione alcuna. La nonna e la nipotina presero posto a tavola, sedendosi l’una di fronte all’altra, con un piccolo cestello in vimini contenente i mirtilli a separarle. Entrambe ne presero un paio in mano, si guardarono negli occhi, in silenzio, e con una sottile aria di sfida li gustarono. Masticando, l’espressione della nonna rimase pressoché immutata; lo stesso non si può dire per la nostra protagonista, il cui volto accolse con grande meraviglia quel gusto mai sentito prima. Non avrebbe mai dimenticato le parole della nonna – le quali traiettorie, come andremo a scoprire, non mancarono di molto il cuore degli eventi –, e certo non avrebbe mai dimenticato lo straordinario sapore che aveva ottenuto quella frutta, lasciata a riposare immersa nella nebbia salata del mare.
Erano passati così in fretta quei vent’anni – vent’anni –, e da quando aveva iniziato a scontare l’inesorabile ergastolo dentro le fattezze del proprio corpo adulto la signorina si era domandata se lei stessa sarebbe mai diventata una di quelle odiose persone che amava definire palindrome.
La palindromia di un individuo, pensava tra sé e sé, si riscontra quando il soggetto superava il livello di guardia di tre criteri fondamentali: banalità, scontatezza e inettitudine. La signorina aveva spesso l’impressione che indovinare ciò che la gente avrebbe fatto della propria vita fosse un esercizio a dir poco elementare; le bastavano un paio di sguardi, qualche movenza, uno scambio di idee, e subito le appariva limpida, nella mente, la linearità degli eventi che da lì a qualche anno avrebbe caratterizzato la vita del suo interlocutore. Ricordiamo che la matrice attitudinale della nostra protagonista ne aveva forgiato una donna curiosa, particolare, che potrebbe già essere entrata nelle grazie di qualcuno – non c’è da escluderlo –, ma è bene anche sapere che la signorina, per quanto ogni tanto si perdesse vagabondando nei meandri della propria fantasia, era governata da un’indole fredda e pragmatica, il che rendeva la nostra giovane donna una figura subdola, furba, scaltra, come una volpe che celava, sotto lo splendore del proprio pelo fulvo, un modus operandi degno di una creatura che aveva ben poco da spartire con le innocue sembianze con cui si sottoponeva al giudizio del mondo. La realtà sapeva essere glacialmente pedofila, questo le era chiaro; come le era altrettanto chiaro il fatto che in certi casi era meglio costringersi a ragionare con la stessa empatia di un robot. La cosa, semplicemente, le sfuggiva ogni tanto di mano. Tutto qui.
Per lei era bianco o nero.
Vero o falso.
Se avesse conosciuto la medesima persona di cui aveva previsto la vita durante gli anni di vecchiaia di quest’ultima, sarebbe stata in grado di indovinarne la vita a ritroso?
Se la risposta era sì, la signorina era soddisfatta. E la persona palindroma.
Più scopriamo il mondo più ci appare ristretto; più il bambino corre per il cortile di casa, più piccolo gli apparirà; e così via. Più si conosce qualcuno, più la sua persona tenderà a rimpicciolirsi, finendo per diventare della grandezza di un amuleto, da inanellare – passando per l’ombelico, ad esempio –, e inserire nella collana delle persone che abbiamo, vivendo, consumato.
La signorina Skitt declinava con grande freddezza le tentazioni di ogni tipo di bigiotteria, in particolar modo di quella che abbiamo appena descritto. Collezionare le persone era un’abitudine alquanto deprecabile, a suo avviso; questo non perché ne considerasse riprovevole l’oggettificazione, dopotutto anche lei stessa, come abbiamo detto, vedeva in queste soltanto una misera funzione, bensì perché riteneva che non ci fosse più nessuno che valesse la pena tenere con sé. Va saputo che la vita sociale aveva smesso da tempo di apparirle come una barriera corallina di opportunità e occasioni; ogni singolo individuo le sembrava avere assunto, con il passare degli anni, le insapori conformazioni e finalità di un mero strumento.
Qui era preparata.
Lo strumento non gode mai d’esser utile; è chi lo strumentalizza a godere dell’utilità di quest’ultimo.
Tra gli appunti conservati sui suoi taccuini si trovavano tutta una sequela di pensieri del genere, la maggior parte dei quali erano stati concepiti dalla nostra protagonista proprio sulla panchina dove tutt’ora siede, sporgendosi di tanto in tanto per ammirare il panorama.
Il panorama.
Il suo panorama.
Così bello.
Dovrei sporgermi più spesso, pensa lei.
Sul mondo, sulle cose, sulle persone.
Al contrario di certa gente che non si sporge più verso niente e nessuno, per paura di rimanere delusa.
Povera gente, pensa lei.
Chi non si sporge un poco, del panorama, non capisce proprio un cazzo.
Perfettamente incastrato tra la lunghezza dei giorni e la brevità degli anni, la signorina aveva sempre considerato il tempo speso sulla sua panchina come una sorta di botola nella quale rintanarsi, eludendo in tal modo le grinfie del mondo esterno, e dove potersi ritagliare uno spazio personale entro il quale avrebbe potuto sgranocchiare qualche pensiero in totale serenità, o, nel caso in cui la giornata avesse preso quella particolare piega, dove si sarebbe potuta fermare a prendere coscienza di sé a piccoli sorsi.
La nostra signorina aveva una dipendenza da questi momenti siccome era assai lunga la lista delle cose che, per quanto ardentemente s’impegnasse, proprio non riusciva a spiegarsi. Dov’era andata a finire la bambina altruista e spensierata che era? Come era stato possibile che si fosse eclissata, lasciando il posto a quella giovane donna che ogni giorno impediva a sé stessa di provare emozioni di un calibro superiore a un modico apprezzamento o a un lieve e contenuto disprezzo?
Da piccola aveva sempre percepito di possedere un talento per lo scoprire i meccanismi che mettevano in moto la vita delle persone circostanti. Erano i tempi in cui poggiava la testa al finestrino, lasciando che la cintura le reggesse la guancia, e chiudeva gli occhi. Non rimanevano altro che il blando rollio dell’auto di suo padre, le dita del vento che cercavano di infilarsi nella fessura di un finestrino appena abbassato, e il suono dell’asfalto che scorreva al di sotto. Il veicolo partiva, accelerava, rallentava, accelerava nuovamente, rallentava ancora e si fermava; lei era in grado, grazie all’allora quinquennale esperienza che aveva nei panni di passeggera, di calcolare – occhi chiusi – i semafori a favore e quelli contro. Giocava inoltre, e non senza un grande successo, a misurare la fretta delle persone sulla base dell’anticipo, rispetto alla fermata dell’auto, con cui i presenti si slacciavano la cintura. Si sentiva un vero prodigio, sebbene non avesse mai confrontato con nessuno le capacità di cui abbiamo appena parlato; esisteva qualche altra bambina, tra le fronde del mondo che la circondavano, che fosse in grado di replicare questi suoi segreti virtuosismi? La nostra piccola protagonista era convinta di no, e questa sua convinzione veniva oltremodo rafforzata dalle parole della mamma, la quale, ogni volta che la figlia tornava da scuola sventolando la zuccherina notizia – che alla suddetta appariva alquanto insipida – di un buon voto, alludeva a come la sua bambina dovesse essere senza ombra di dubbio la mente più brillante di tutta la classe.
Tali apprezzamenti, o tali lusinghe, erano tanto comuni tra le smancerie della mamma quanto rare e imprevedibili tra le granitiche risposte del suo papà.
– Oggi ho preso nove.
– Che notizia.
Sfogliarsi di pagine di giornale.
– Brava la mia bambina. Scommetto che hai preso il voto più alto anche questa volta!
– Sì.
Contatto tra gomiti.
– Ha preso nove.
– Nove.
– Nove.
– Ho capito sai.
– E non le dici nulla?
– E cosa dovrei dirle?
Giornale cambia – violentemente – proprietario.
– Nove! Grandioso, un bel nove! E dimmi un po’, Mirandola, su cos’era l’interrogazione?
– Sugli Stati Uniti.
– Gli Stati Uniti, beh fantastico.
– Sapevo quasi tutto perché il nonno mi ha lasciato un suo diario di bordo dove racconta della luna di miele con la nonna.
– A New York, se non sbaglio.
– A New York, sì.
– Vediamo se te lo sei davvero meritata, questo nove: lo sai, Mirandola, qual è il simbolo della città di New York?
– Sì. È una statua che i francesi hanno donato agli Stati Uniti per dire loro “grazie tante”, anche se non so bene per cosa.
– Eccellente. E come si chiama questa statua?
– Statua della Libertà.
– Proprio così. Pensa te che stronzata.
– I termini.
– Sì, cioè, stavo dicendo: pensa un pò che ironia!
– Non ti piace, papà?
– Ah, non è certo questione di piacere, quelli sono soltanto gusti. Ma come gli è venuto in mente di simboleggiare la libertà con una statua?!
– Cos’ha che non va la statua?
– E me lo chiedi pure? Se fosse davvero una statua della libertà se ne andrebbe in giro per il mondo, non ti pare?
– Ma papà, se la Statua della Libertà fosse libera di muoversi, sarebbe allo stesso tempo perfettamente libera di non farlo.
– …
– Magari se ne sta ferma lì perché le piace starsene a guardare le barche.
– …
– O magari perché le piace il fatto che i gabbiani le si posino sopra.
– …
– O forse perc…
– Va bene! Basta così, ho capito.
Il giornale ritorna al suo possessore iniziale.
La nostra piccola protagonista si dirige verso la propria cameretta. E la sua mamma, con lo sguardo, cerca quello del marito.
– Non è una bambina straordinaria?
– Se lo dici tu. Apperò – indice sulla pagina – già venticinque anni dal caso Knott–Davis…
– Non azzardarti a cambiare discorso.
– E cosa vuoi che le dica? Brava glielo hai già detto tu.
Quando un aeroplano tagliava il cielo sopra di lei, la signorina si immaginava un gessetto che scorreva su una gigantesca lavagna azzurra. Le sarebbe piaciuto prendere il brevetto di volo e guidare uno di quegli aerei monoelica che vedeva spesso evoluire tra le nuvole che ombreggiavano il campo d’aviazione. Il termine “volare”, tuttavia, non descriveva a pieno le vere intenzioni della nostra protagonista. Lei in quel vento ci voleva sguazzare: voleva nuotare tra le correnti d’aria, fendendole con delicatezza, come una lama che accarezza la pelle, e si voleva immergere il più a fondo possibile in quel blu che mai era riuscita a toccare. I suoi genitori si erano riempiti d’orgoglio non appena aveva esposto loro le sue idee. Parlando con lei di questo suo voler “nuotare” e di questo “blu inesplorato”, avevano subito pensato che si fosse decisa a seguire le orme dei nonni, prendendo la via del mare. Chi glielo avrebbe spiegato che la profondità non si trova per forza in basso, e che non è propria soltanto dell’abisso; perché anche una misera pozzanghera, se guardata per il verso giusto, ha tutto il necessario, e il cielo con essa. Chi glielo avrebbe spiegato che l’oceano nel quale desiderava nuotare non rifletteva le nuvole, ma le stringeva a sé; che secondo lei le piante, gli alberi, non erano altro che alghe di terra, e che non avrebbe desiderato altro che incastrarsi come un tassello, soffiata per aria nella notte, tra le stelle al di sopra e le luci della sua città: cento, duecento, duemila stelle al di sotto.
Quel giorno l’aeroplano tracciò la sua solita retta sulla lavagna azzurra, destinata a svanire nel giro di qualche minuto. La signorina Skitt ne seguì la scia con lo sguardo, e le sembrò che il pilota del velivolo stesse provando a scappare da quelle nubi scure che erano apparse in lontananza. Era meglio non trovarsi lassù nel bel mezzo di un temporale, questo era poco ma sicuro. Chissà se l’odore, o meglio, il profumo della pioggia, lassù, aveva la stessa mistura di aromi che si respirava con i piedi a terra; chissà quale rumore si levava dalla fusoliera, dove la pioggia doveva cozzare come milioni di minuscoli proiettili aventi lo stesso bersaglio.
Un’altra delle innumerevoli sfide tra le macchine escogitate dall’uomo e le forze della natura escogitate da… da chi? Chiunque fosse, la signorina pensava che quest’ultimo avrebbe sempre vinto; certo, gli artifici degli uomini avrebbero potuto anche avere la meglio in qualche piccola battaglia, ma alla lunga sapeva che lui – sempre che fosse un’entità maschile – l’avrebbe spuntata. L’uomo era senz’altro in grado di costruire marchingegni incredibili, con i mattoni delle idee e la calce del denaro, che tuttavia spesso e volentieri si trasformavano in qualcosa di diabolico. Doveva per forza esplodere tutta quella roba e morire tutta quella gente? Non sarebbe stato meglio per tutti limitarsi a creare solo ed esclusivamente macchinari miti e inoffensivi?
Un po’ come quel piccolo orologio dal cinturino di cuoio che portava al polso; sottile, leggerissimo, non poteva nuocere a nessuno, se non a qualcuno che riservasse i propri timori allo scorrere del tempo. Ma non era certo il suo caso.
L’orologio non aveva alcuna minaccia in serbo per lei, che di tanto in tanto vi accostava l’orecchio per udire quella fitta conversazione che sembrava esserci all’interno: le sembrava un dialetto così interessante, quello degli ingranaggi.
Una volta che l’aeroplano fu in salvo, la signorina si soffermò a osservare il suo inseguitore; o meglio, le sue inseguitrici. La coltre di nuvole scure si avvicinava lentamente, e strangolava il bagliore di un tramonto vivido e sanguinolento, come se le stesse nubi avessero spremuto il sole con troppo vigore. Il tuono viene sempre dopo il lampo perché la luce viaggia più velocemente del suono: sembrava infischiarsene, tuttavia, il giardiniere del parco, che una volta accortosi dell’imminente diluvio smise di fare le unghie alla siepe e iniziò i preparativi per la traversata a pedali che lo separava da casa.
Meglio così, pensò lei.
La gente circostante, a giudicare dagli sguardi che le venivano rivolti, non aveva mai riservato una grande considerazione per la sua piccola liturgia personale. Per fare in modo che ciò non avvenga anche nel caso del lettore, sarà bene fare un ulteriore passo indietro, in direzione dell’infanzia della nostra signorina. Non era raro, difatti, trovarla affacciata alla finestra ogni qualvolta ci fosse un accenno di pioggia nel cielo, con il pollice e l’indice premuti sul vetro.
Era in attesa. Voleva lui.
Il fulmine sezionava le nubi in un istante, e lei doveva farsi trovare pronta. Non appena appariva lo afferrava dalla punta e lo trascinava giù – svelta – fino alla coda, come per tirare una pellicina. Il suo trucco, tuttavia, non aveva ancora dato prova della propria efficacia, ma la bambina che lo aveva partorito non ebbe mai orecchie per la voce del verbo “arrendersi”, e certo è che la giovane donna che le succedette non fu mai da meno. Per cui non c’è da stupirsi – ve ne prego – se mentre tutti quanti si equipaggiano di ombrelli e impermeabili, la nostra protagonista se ne sta ritta sulla sua panchina, con l’indice e il pollice della mano sinistra svolazzanti per aria.
Lo prenderà, prima o poi. Non dubitatene.
In fondo non c’era nessuno, oltre a lei, ad avere capito che i fulmini non sono altro che cerniere per aprire un mondo migliore.
L’orbita di un biberon dentro un forno a microonde è un romanzo d’invenzione di Federico Spagnoli.
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