Non appena smise di piovere, i mercanti sbucarono dai ripari e ultimarono la preparazione delle bancarelle lungo la sponda della Fossa Augusta. Dalle navi ormeggiate al porto fuoriuscivano schiavi che arrancavano sotto il peso delle anfore, le quali contenevano olio, vino e salse di pesce, oltre a cereali di ogni varietà e datteri provenienti dalle province nordafricane e mediorientali. Il vociare rimbombava lungo le vie parallele alla fiumana di gente, e i bambini correvano tra le pozzanghere che i genitori evitavano sollevando le tuniche all’altezza del ginocchio. Il ragazzo rabbrividiva in un angolo. Aspettava che la pattuglia di vigiles oltrepassasse il piccolo ponte e si allontanasse sull’altro lato del canale. Appoggiato al muro umido, esaminava le traiettorie degli sguardi dei presenti, che si spostavano dalle merci agli schiavi, e da questi ai patrizi che davano loro indicazioni sul come e dove trasportare gli acquisti effettuati. Il maestro sedeva sulla panca davanti a lui, dall’altro lato della strada. Anch’egli rabbrividiva. Fingeva di ascoltare una conversazione tra due clienti in coda, a pochi passi, e nel frattempo seguiva con lo sguardo i soldati. Quando il luccichio delle loriche si spense, entrando nella zona d’ombra di un tetto al di là del canale, fece un cenno al suo alunno.
– Va’, ora.
Il ragazzo annuì, e s’intromise svelto tra i ventricoli della processione, cercando di passare inosservato. Nei dintorni, nessun soldato. Cercò di mantenere un’andatura anonima, senza accelerare il passo, nemmeno quando fu vicino al bancone dei melograni e s’infilò il più maturo sotto la veste scura. Fu un attimo. Continuò a camminare, con fare disinteressato, e dopo qualche secondo, prima che potesse esalare un sospiro di sollievo, sentì gridare, dietro di lui:
– Al ladro! Al ladro! Il ragazzo, prendetelo!
Fece l’errore di voltarsi verso la voce. L’inesperienza, avrebbe detto il maestro. Il dito tozzo del mercante di frutta indicava proprio lui, e l’altra mano incitava a grandi gesti uno schiavo a inseguirlo. Il ragazzo, punto dal terrore, dimenticò l’approccio furtivo e prese a correre verso il ponte. Le voci allarmate dei presenti allertarono i vigiles, ma il ragazzo aveva già oltrepassato la loro postazione correndo chinato in avanti, invisibile dietro le schiene della folla, e i soldati si misero a rincorrere lo schiavo inseguitore. L’avamposto della Coorte Urbana sorgeva a poche insulae di distanza, e il ragazzo scartò imboccando una via nella direzione del porto. Quando il cavallo gli si parò dinanzi, sbucando all’improvviso da un angolo, non riuscì a evitarlo. Si rialzò da terra con le tempie che gli rimbombavano; era come se la sua mente avesse catturato tutte le voci del mercato e le stesse riproducendo all’unisono. Si tastò la tunica alla ricerca del melograno, ma non lo trovò. Davanti a lui, un uomo correva lungo la via, stringendo in mano un oggetto rossiccio e tondeggiante. Il ragazzo partì all’inseguimento, superando botteghe, banchieri e una coppia di uomini rivestiti di ferro armati di gigantesche asce che poggiavano a terra. Nulla gli era familiare di quella che doveva essere una nuova regio della città. Superò una gigantesca basilica con una strana croce sul tetto, che non aveva mai visto; dopodiché udì una melodia fuoriuscita da una piccola cassa di legno dotata di corde, e vide una donna indossare due sottili pezzi di vetro trasparente davanti agli occhi. Correndo a perdifiato, attribuì le visioni alla fame, e seguì il ladro all’interno di un vasto cortile. Si muoveva svelto, per la sua età, e sfrecciava tra gli alberi evitando le radici che emergevano dal suolo. Lo aveva quasi messo in trappola: il fuggitivo si trovò in uno spazio aperto confinato da una parete invalicabile, davanti alla quale una serie di uomini vestiti con strani abiti e con un ancora più strambo copricapo puntavano dei bastoni contro un gruppetto di fantocci disposti in riga. Un tuono esplose nell’aria, e il ragazzo s’ abbassò istintivamente, concedendo al furfante di scartare di lato e uscire dal cortile. Dai bastoni degli uomini si levò una spessa cortina di fumo, e l’aria si riempì di un odore acre e pungente. Il ragazzo guardò in cielo, ma non c’era nessuna nuvola. Niente pioggia in arrivo. Gli uomini si misero a pulire i bastoni, apparentemente concavi, con un’asticella sottile, e si rimisero in linea. Il fuggitivo era tornato sui propri passi, ansimando per la stanchezza, e il ragazzo recuperò terreno fino ad afferrarlo per il cappuccio, il quale, stringendolo tra le mani, era morbido e composto di un materiale che non aveva mai visto. Un frutto cadde dalla strana tasca che l’uomo portava sul ventre, ma non aveva l’aspetto del melograno che aveva rubato lui. Esaminò quindi il furfante, che boccheggiava riposandosi a terra. Ti ho insegnato bene, ripeteva tra un respiro e l’altro. Portava bracae azzurre, aderenti alle gambe, e calzari colorati che coprivano interamente il piede e la caviglia. Il ragazzo prese il frutto tra le mani, e lo aprì rivelandone la polpa gialla e l’aroma acidulo. Aveva qualcosa di familiare.
Frutto della passione, non dovresti conoscerlo, ragazzo, disse una voce alle sue spalle.
Apparteneva all’uomo dal distintivo dorato che lo afferrò per le braccia e ne vincolò i polsi a due anelli di ferro collegati da una catena. Prima che potesse protestare, il ragazzo venne condotto a forza in un’enorme lettiga d’acciaio a cinque sedute, che lampeggiava di un fuoco rosso e blu dalla sommità del telaio metallico. Il frutto della passione, come lo aveva chiamato l’uomo, rimase aperto in due sulla striscia pedonale; o, perlomeno, questa fu l’ultima cosa che vide il ragazzo, mentre la lettiga prese magicamente a muoversi senza schiavi a sollevarla. Forse il maestro raccolse il frutto e tornò al Mercato Coperto, senza l’intenzione di restituirlo; forse il frutto si trasformò in una bambina, e il maestro la condusse mano nella mano verso l’ingresso della Riccardo Ricci, o forse si appiattì fino a raggiungere lo spessore di un foglio, fino a riempirsi di parole ed essere letto, perché no, attorno a un tavolo della Biblioteca Classense.




