Mi sarei addormentata di lì a poco, se non avessi sentito il rumore. Rimasi immobile. Silenzio. Quindi poggiai i piedi nudi sul pavimento e andai alla finestra. La luna rischiarava il giardino come un latteo sole in miniatura. Vedevo ogni cosa: il salice, la fontana quieta, il recinto del piccolo orto, e le ciotole dei cani. Nulla si muoveva e, avvolti dalla luce candida del satellite, anche gli oggetti che una vita non avevano sembravano averla persa. Appoggiai le mani al vetro, e accostai il viso per osservare meglio. La vidi.
La scheggiatura non era profonda, e la sottigliezza sfregiava a malapena il vetro sottile della finestra. Il suono secco mi aveva svegliata. Un battito d’ali di un uccello di pietra, un suono simile. Passai in rassegna il giardino con lo sguardo, un’altra volta, quando un secondo sasso colpì l’inferriata. Aprii la finestra d’istinto, sbloccai il meccanismo della piccola grata e qualcosa si mosse nel buio. Dal salice si staccò un’ombra, che prima era appoggiata con la schiena al tronco e che per questo non avevo notato, e sporgendomi, una volta che fu entrata nel cono di luce, ne riconobbi le sembianze.
– Otto, cosa ci fai qui?
– Camilla.
Mia sorella dormiva, dietro di me. Il suo letto era confinato dall’altra parte della stanza e non aveva sentito il rumore dei sassi contro il vetro.
– Cos’è successo? Di nuovo?
Otto annuì. Era la terza volta che si lasciavano, anche se il loro non era mai stato un vero e proprio mollare la presa, quanto più un allentare la stretta. Per due volte si erano riconciliati e le cose erano tornate come prima, o almeno così aveva assicurato Otto. Mia sorella, dopo la prima scissione, aveva perso il sentimento originario, ma era stata sufficientemente reattiva dal soppiantarlo con una ferrea convinzione, anche se le convinzioni di una ragazzina come è Camilla, si sa, hanno breve durata. Otto non lo aveva capito; mia sorella la conosceva di striscio, pensavo, e quella volta sapevo che non ci sarebbero state analisi, confronti o riparazioni.
– Posso salire?
L’ultima volta ne avevano discusso nella nostra stanza: Otto era salito lungo la scala a pioli che tenevamo in giardino, e grazie alla sua piccola statura si era intrufolato attraverso la finestra. Io li avevo lasciati fare, per un’ora o due, ed ero rimasta a mappare il corridoio sotto i calzini anti-scivolo. Quando ero tornata a riprendere il possesso del mio letto l’allarme era rientrato, e Otto si stava ritirando nella penombra del nostro giardino tirando, presumibilmente, un sospiro di sollievo.
– No, Otto. Camilla sta dormendo.
– Potresti svegliarla?
– No, questa sera no.
– Perché?
– Otto, non credo sia una buona idea parlarle in questo momento. Se vi siete lasciati, ed è già la terza volta, un motivo ci sarà. La incontrerai nei prossimi giorni, non preoccuparti.
– Ma io devo parlarle adesso. Non capisci? Adesso.
Quante volte cerchiamo di rimediare quanto più in fretta possibile a un errore commesso, senza curarci della forma o addirittura del perché della nostra cancellatura, della nostra correzione, e tentiamo di insabbiare tutto, di dissimulare per quanto possibile, di rivestirci d’innocenza e dire «Io non volevo che accadesse. E se così è accaduto è stato contro la mia volontà. Ci sono cose che nessuno può prevedere, come può essere soltanto mia la colpa?» Doveva aver pensato questo, Otto, una volta uscito di casa con la manciata di sassi in tasca – il nostro giardino di pietre e ciottoli non ne aveva –, e forse lo aveva pensato anche mia sorella, la beata dormiente, che mai seppe di quell’ultimo tentativo che Otto fece per recuperarla, per riaverla a sé, e che scongiurai rispondendogli:
– Adesso no. Adesso non si può più. Camilla dorme, e non vuole parlarti.
– Te lo ha detto lei? Che non vuole parlarmi?
– Sì, me lo ha detto lei. Torna a casa, Otto. Scusami.
Rimase lì per qualche secondo ancora, Otto, illuminato dalla luna che sbianca la carne e incupisce gli sguardi, a soppesare le pietre restanti tra le mani come il tiratore osserva i proiettili che più non gli servono perché la battaglia è finita anzitempo, prima della sua entrata in scena, prima che potesse tenere fede al proprio ruolo e sagittare i suoi dardi all’indirizzo di un nemico, o di un’amata, come nel suo caso. Chinò il capo sconsolato, e mi soffermai sulla sua ombra generata dalla luce della luna, debole e sfumata come a rispecchiare lo stato d’animo del padrone. Mugugnò una buonanotte, e si dileguò dal giardino superando il salice. Salice piangente, pensai, anche se mi vergognai subito di quell’associazione perché si trattava di una cattiveria ingiustificata e non voluta nei confronti del ragazzo. «Io non volevo che accadesse. E se così è accaduto è stato contro la mia volontà». Io ero più grande di Camilla, e ai tempi mi era già chiaro quanto impossibile fosse il sopravvivere della simmetria dopo una separazione o uno smarrimento. C’è chi è svelto, chi è lesto a dimenticare, a modificare o invertire la rotta, a cambiarsi d’abito e mutare accento, e chi invece non resiste alla tentazione di percuotere le ceneri nel tentativo di recuperare qualche scintilla di ciò che è stato; anche se non si cerca più il calore, quello è andato, svanito, si cerca la fredda combustione che è il ricordo di qualcuno. Non seppi più nulla di quel che accadde tra Otto e Camilla, e nei giorni seguenti non vi fu interesse né sconforto, da parte mia, nel notare mia sorella tacere di mattina e dormire per cena.




