La bella

I sonagli appesi al muro sibilano accarezzati dall’aria che entra dalla finestra socchiusa. La luce è opaca, al di fuori, e cola oltre i vetri appannati di un lampione solitario. Le lancette dell’orologio a cucù hanno smesso da tempo di rincorrersi, e sul legno è rimasta una sottile patina di polvere. Lei entra nella stanza quasi barcollando. La testa le pende da un lato come cercasse di schivare i proiettili di una sparatoria perenne, invisibile, e la sua pelle, al bagliore del lampione remoto, luccica ornata di piombo. Al centro della stanza vi è una sedia a dondolo che si muove lenta e indecifrabile come sospinta dalle mani di qualcuno nascosto nell’ombra. Lo scricchiolio del legno è l’unico suono nell’aria, ed è sinistro, un gracchiare. Lei avvolge tra le dita la gonna candida del vestito e, ruotando su sé stessa, prende posto sulla sedia, che continua a dondolare come se vi si fosse seduto sopra un corpo senza peso. Le gambe a penzoloni risaltano nel chiarore della stanza, e scoprono i piedi rivestiti da una coppia di scarpette rosse e arcuate come grosse ciliegie deformi. Posa entrambe le braccia, dai gomiti ai polsi, sui braccioli, lasciando soltanto le dita gonfie a pendere nel vuoto. La testa inclinata rimane sospesa nel buio. Qualcuno dice che in quella bocca si nascondano denti alti e aguzzi come grattacieli, e che tra le sue gengive si conservi la ruggine; altri raccontano che i suoi capelli, colore del rame, siano in grado di immagazzinare e condurre l’elettricità. Nessuno le ha più aperto le labbra o afferrato la testa, né tantomeno sfiorato le guance piene e bombate che tengono in ostaggio quella sua smorfia di ostile senno e mistero. Dal seno piatto, restando in silenzio, si può ascoltare l’ultimo respiro di una nenia meccanica, che scivola via dal congegno che le è stato impiantato dietro il petto. Chi l’ha conosciuta è pronto a giurare che, a suo tempo, la sua voce fosse capace di ammorbidire il velluto, e che le donne del chiostro portassero i tessuti al suo cospetto in attesa di vederne l’incanto. Prima che le cose cambiassero, e prima che lei si mettesse a intagliare coltelli, anche i bambini le stavano intorno e giocavano a trattarla come una regina. La prendevano in spalla, a turno, oppure le costruivano dei piccoli troni con i rami e il fango, e la facevano sfilare lungo il perimetro del patio. Tutti la conoscevano e tutto le era concesso; tranne il privilegio di varcare le porte. Se ne stava fuori, anche quando nevicava o pioveva, con la testa appoggiata alla vera del pozzo. Gli occhi, nascosti dietro i capelli fradici, osservavano il vuoto. Erano le donne ad asciugarla, appendendola al ramo di un albero sulla riva del fiume, e a pettinarla nuovamente dopo che la pioggia ne aveva trasandato la chioma. Lavavano i panni e sé stesse, le donne, immerse nell’acqua cristallina sotto la quale calpestavano ciottoli curvi come polpastrelli e lisci come unghie. Di tanto in tanto qualcuna le si avvicinava e faceva passare l’indice dentro l’anello che portava sulla schiena, e che ora non c’è più. Lo tirava delicatamente verso di sé e, mentre la cordicella si allungava per poi ritrarsi tra le scapole appuntite, la canzoncina prendeva forma, nell’aria, e sembrava cantata da un coro di centinaia di piccoli angeli. Parlava di suore, si racconta: di centoventi piccole suore e della loro ricerca per una “bella”. 

centoventi piccole suore
cent’anni di vita per venti d’amore
cercan la bella cui il sogno non muore
di un altro destino e una vita migliore

centoventi piccole suore
vent’anni di vita per cento d’amore
cercan la bella per chiedere il nome
della vita nel ventre di cui porta il gonfiore


Qualcuno sostiene che la bella fosse lei, che le suore non l’avessero mai trovata e che il suo cambiamento derivasse proprio da questo. Altri credono invece che la ricerca non sia mai finita, e che tutt’ora una torma di suore la stia cercando chissà dove. Nessuno sa che è arrivata qui. O meglio, che ci è tornata.
Si muove lungo le pareti della cucina in silenzio, come assorta in una preghiera interminabile, e si passa le lame dei coltelli sulle dita, smussandone il filo. Discende le scale che portano alla cantina facendo schioccare i passi sui gradini come fossero i rintocchi di un antico orologio che gira a vuoto da secoli, rimembrando al mobilio polveroso e desolato che lo circonda il lento incorrere di una scadenza dimenticata. I suoi occhi spalancati sono come fessure, nel buio, fessure dalle quali lei vede e sente tutto. Cerca e trova sempre la sua bacinella piena fino all’orlo di grasso gelido, il grasso con cui si lubrificano gli ingranaggi e dove lei tuffa la testa fino all’altezza delle tempie, riemergendo con il volto grondante e i capelli intrisi di liquido argenteo. Sbatte a intermittenza le palpebre fino a liberare nuovamente il bianco delle proprie sclere di cera, e risale i gradini reggendo tra le dita sporche l’orlo della gonna. Per lei giorno o notte non fa differenza. Incespica lungo i corridoi della casa stando rasente alle pareti, con la testa che le penzola da un lato e le scarpette che sfregano crepitando per terra, rigando di rosso scuro le assi del pavimento. Potrebbe aprire la bocca facendo scattare la sua lingua di legno, aprendo le fauci a tal punto dal poter ingoiare un intero pianeta, persino il nostro, se solo volesse. Così si dice. E si racconta che nel suo corpo giacciano viti e molle di provenienza sconosciuta, che nessuno ha mai trovato e a cui nessuno ha mai saputo attribuire una funzione o un’origine. La sua pelle piombata è liscia e fredda come fosse piena di ghiaccio, e nel suo stomaco ribolle il mercurio. Chi è?

di Federico Spagnoli

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