CAPTITOLI XV-XXIV – L’orbita di un biberon dentro un forno a microonde

Quando la lattina di Coca-Cola schiacciata arrivò ai piedi del signor Scoleridge, questo non se ne accorse nemmeno. Stava sfogliando le pagine del suo giornale preferito, ed era immerso nella lettura a tal punto che non udì nemmeno la voce del bambino che gli si parò dinanzi per reclamare il suo pallone di latta improvvisato.

Il pomeriggio si era fatto piuttosto freddo, e il signor Scoleridge, una volta messe le proprie mani sul tanto agognato bottino strappato all’edicola, si era ritrovato a dover affrontare una complicata decisione: tenere o non tenere i guanti – questo era il dilemma. Certo, una sfogliata di pagina fatta come si deve prevedeva che i polpastrelli venissero pienamente a contatto con la carta – con o senza previa leccata –, eppure quel giorno l’aria fredda gli si era infilata nel colletto del maglione e nella rientranza delle maniche arrotolate, e questo, perlomeno in un primo momento, lo aveva fatto desistere dall’applicare alla lettura del giorno il rigido protocollo della sfogliata di pagina perfetta. Ma gli era bastato arrivare al termine degli articoli sportivi, che occupavano le prime sei o sette pagine, per fare mentalmente ritorno sui propri passi e cambiare l’idea di partenza. 

Cosa sarà mai un pò di freddo alle dita? 

Il piccolo gesto di togliersi i guanti fu per lui una significativa presa di posizione nei confronti delle condizioni climatiche così avverse alle sue letture, ma nessuna delle persone che sfilavano freneticamente sul marciapiede sembrò rendersene conto.
La fretta era proprio una brutta bestia, pensava. E da almeno venti di quei settant’anni che aveva speso nella giungla – che molti altri invece chiamavano “mondo”– si era deciso a fare di tutto per impedire alla fretta di fare capolino nel motore delle sue giornate e insinuarsi tra i pistoni della sua condotta, compromettendo in tal modo la stabilità del mezzo.

Il nostro signor Scoleridge, al contrario di molti, aveva infatti capito perfettamente che il corpo di cui disponeva sarebbe stato il solo e unico veicolo di cui poteva fidarsi ciecamente. Secondo il suo punto di vista macchine, elicotteri e treni altro non erano che la versione in miniatura di traghetti o bisarche: grossi veicoli che ne trasportano di più piccoli. La sua Harley-Davidson erano le proprie braccia, il busto, le gambe, e ci teneva a trattarla con grande cura; anche perché, una volta superata la soglia della settantina, le membra iniziavano ad essere un vero e proprio reperto d’epoca, scherzava coi colleghi.
Questo era il motivo per cui il signor Scoleridge si alzava di primo mattino e faceva colazione insieme ai camerieri, gli addetti alle pulizie e gli chef dell’Hotel Clifford. Il suo turno alla reception iniziava alle otto in punto, momento in cui dava il cambio al collega a cui toccava la fascia oraria notturna, ma impostava la propria sveglia almeno un paio di ore prima: con gli occhi semiaperti e la testa a covare i pensieri non schiusi della notte sotto il cuscino, il signor Scoleridge amava ascoltare il suono dell’albergo che si svegliava con lui. Passavano, sopra la sua stanza, i carrelli degli inservienti che sferragliavano trascinandosi dietro le ruote guaste, e sentiva il defluire dell’acqua all’interno dello scheletro dell’edificio, ossia le tubature. L’Hotel Clifford non doveva dormire sonni molto tranquilli, e si svegliava piuttosto intorpidito. I suoni mozzati delle sveglie interrotte, i piccoli frammenti di conversazioni consumati a fil di voce tra i corridoi dormienti, e il timido aprirsi e chiudersi di porte e finestre, altro non erano che lo sbadigliare dell’Hotel; il quale poi si stiracchiava e sgranchiva le gambe al ritmo della porta girevole che annunciava un ingresso o un’uscita. Ad accogliere i nuovi arrivati, e a prendere nota del congedo dei vecchi, vi era il sorrisone del signor Scoleridge, sovrastato da un paio di occhiali tondi che rendevano a questo il servizio – oltre che ottico – di farlo passare per un tipo alquanto bizzarro.
O almeno, questo è ciò che gli aveva detto qualche cliente, salutandolo con calore come fosse un amico di vecchia data.
Questo genere di cose non gli capitavano certo in giro per strada, dove ognuno sembrava essere perso nei propri affari, inseguendo un immaginario filo di Teseo alla ricerca della via di uscita dai labirinti che, spesso e volentieri, i giovanotti si creavano da soli. Per fortuna certe cose non cambiavano mai, e una di queste era il suo giornale preferito.

Il signor Scoleridge, quindi, tolti i guanti, se li mette in tasca, e non senza una smorfia seccata.
E anche se quest’ultima potrebbe essere apparsa come del tutto ingiustificata agli occhi di un passante casuale, a noi è concesso uno sguardo più attento, o meglio, più ravvicinato.
Ed eccolo lì, il misfatto. Proprio all’ultima riga dei risultati sportivi si trovava – in grassetto – l’esito della partita della sua squadra del cuore.
Razza di incompetenti.
Un sonoro 0 a 4.
Giocando in casa, addirittura.
Come biasimarla, signor Scoleridge…

Leggere aggiunge tempi supplementari alle partite che si stanno perdendo, e il nostro signor Scoleridge la sua partita la stava perdendo da un pezzo.
Non era raro vederlo passeggiare lungo la riva della laguna, perso – o forse ritrovato – nei propri pensieri, mentre di tanto in tanto faceva un leggero sussulto; questo non perché soffrisse di singhiozzi ricorrenti, bensì perché la sua mente, pungolata da una qualche riflessione di troppo, lo faceva sobbalzare al rinculo di ciò che aveva compiuto. Bisogna sapere – inutile starse a tergiversare – che il signor Scoleridge aveva amato una donna, tanto, tanto tempo fa, e che, a causa del suo modo di essere, era finito per perderla. È necessario inoltre specificare, prima di fare ulteriore luce sulla faccenda, che con “perderla” non si vuole certo intendere il fatto che il signor Scoleridge avesse smarrito la propria moglie all’interno di un qualche dedalo insidioso; egli si era sempre trovato a proprio agio nelle situazioni di pericolo – la mano di lei sul suo gomito – e quando i due avevano deciso di dare una possibilità al labirinto di granoturco della famiglia Darrell era riuscito a trovare la via d’uscita in tempo record. 

Il signor Scoleridge aveva perso la propria moglie come un cantante perde la propria voce o uno strumento il proprio suono. Basti pensare che aveva sempre considerato quella donna come la punta di un grammofono, e che, a suo modo di vederla, la melodia della vita sarebbe potuta risuonare soltanto grazie al suo contatto.
Le due parti si erano divise – pensava lui – nel momento esatto in cui avevano smesso di tenersi per mano camminando insieme. Non c’era stata una soluzione proposta, dibattuta e infine accettata; e nemmeno l’ombra di un accordo comune. Era successo e basta. E ora il signor Scoleridge, sedendo alla reception dell’Hotel Clifford, osservava – prima di ogni altra cosa – le  modalità con cui le coppie si tenevano per mano: vi era chi accostava soltanto gli indici, incrociandoli – spesso i più giovani –, oppure chi faceva perfettamente combaciare i palmi, con i pollici ad accarezzarsi e le quattro dita rimanenti incastrate come chiusure lampo.

Chiusure lampo
Ecco cos’era stata, la loro: una chiusura lampo.

Il signor Scoleridge conservava questi ricordi – dolore annesso – come colibrì all’interno di una voliera. A qualcuno questa sua piccola metafora potrà sembrare banale; bisogna tuttavia riconoscere che effettivamente i colibrì sono uccellini vispi, leggeri, taglienti, proprio come i ricordi, e che sono in grado di posarsi indenni sui rovi, proprio come i pensieri del signor Scoleridge tornavano ad adagiarsi sulla spinosa questione.
Per lunghi anni si era sentito come un cacciatore stanco di cacciare, e una volta conosciuta quella donna si era sempre recato a trovarla nella speranza di dimenticarsi il fucile da lei.
Ribadire come il nostro signor Scoleridge non fosse riuscito nel suo intento equivarrebbe a girare il dito nella piaga, ed è meglio non infierire nei confronti di qualcuno che, per quanto si fosse ripromesso di abbandonarlo, il proprio fucile tutt’ora lo impugna.
Troviamo dunque un compromesso; anche perché il signor Scoleridge ha terminato da un pezzo la lettura del proprio giornale e si è recato, come è solito fare prima di cena, nei pressi della laguna per fare due passi.
Invece di girare il dito nella piaga – solo per questa volta –, impegniamoci far ruotare qualcos’altro: il meccanismo d’ingrandimento del cannocchiale con cui lo stiamo osservando. Ci avviciniamo quindi a lui, sempre di più, e lo vediamo passeggiare tra i ciottoli stringendo tra le mani quello che, grazie al nostro considerevole ingrandimento d’immagine, cessa – fortunatamente – di essere un fucile, e assume le sembianze di un metal-detector di marca Knott-Davis.

Nessuno sapeva quale fosse il suo vero nome.
Il signor Knott si era guadagnato il proprio grazie alle omonime gomme da masticare di sua invenzione, le quali erano celebri in tutto il mondo per il loro vertiginoso coefficiente di difficoltà masticatoria. L’idea gli era venuta in mente rimuginando sul fatto che le persone sembravano nutrire un vero e proprio interesse collettivo nel cimentarsi in sfide prive di una qualsiasi logica: il signor Knott rifletteva sulle gare per mangiatori di hot dog, sulle competizioni dove l’obbiettivo era fare emergere dal terreno quanti più lombrichi possibili utilizzando solo ed esclusivamente strumenti musicali, oppure sui duelli a suon di torte in faccia che si tenevano in autunno nel suo paese natale. Quest’ultima gli sembrava in assoluto la sfida più stupida perché il costo d’iscrizione era molto più basso del prezzo di una torta intera alla pasticceria locale. Ecco spiegata la sua firma – sinuosa e ondulata – in cima agli elenchi dei partecipanti di tutte le edizioni. 

– Qualche parola per la radio locale, signor Knott?
Passaggio – triplo – di tovagliolo sui baffoni.
Dita striate di crema pasticciera a sistemarsi il bavero della giacca in tweed.
– Certamente, perché no.
– Dunque, quest’anno è arrivato quattordicesimo. Il risultato non è stato dei migliori, eppure lei non sembra per nulla amareggiato. Si sta già preparando per la prossima edizione?
– Naturalmente.
– Cosa pensa della grande competitività con cui gli altri concorrenti hanno gareggiato?
– La sorvolo.
– Sorvola?
– Sorvolo.
– Bene. D’accordo. Eppure, nonostante la sua assidua partecipazione, non è ancora mai riuscito a salire sul podio. Crede che gli altri partecipanti preparino la gara in maniera diversa?
– Credo che siano un mucchio di imbecilli.
– Prego?
– Ha sentito.
Sorsata da mezzo litro di succo d’uva frizzante.
– Mi scusi, e cosa pensa di chi non prende parte alla competizione?
– Ah, quella è l’apoteosi dell’imbecillità.
– Signor Knott, per favore, siamo in onda.
– Lo so bene.
– Lei ha una pessima opinione sia degli spettatori sia dei partecipanti. Perché quale motivo dunque si iscrive ogni anno?
Rutto spaventoso.
– Fare merenda.
– …
– No?
– …

Il signor Knott non seguiva con grande interesse le sfide tra i virtuosi della masticazione delle proprie gomme.
Gli era stato riservato un posto d’onore nella giuria dell’edizione inaugurale, ma vedere quegli omoni paonazzi asciugarsi il sudore dalla fronte e dalle guance mentre facevano lavorare le mandibole – fradici ruminanti color porpora –, lo aveva fatto desistere all’inizio del quarto round.
Va saputo che la genialità del signor Knott si era palesata piuttosto precocemente, e si vociferava che i genitori lo avessero abbandonato dopo che lui – a pochi mesi dal suo decimo compleanno – si era presentato all’ora di cena con una cartelletta contenente una sfilza di contratti e clausole con i quali intendeva inserire, all’interno delle dinamiche familiari, un sistema per “essere sgridato a rate”, come aveva detto lui. La rateizzazione delle proprie sgridate non doveva evidentemente rientrare nei piani della coppia, la quale consegnò in forma anonima il piccolo ad un orfanotrofio; nei pressi del quale, compiuta la maggiore età, il signor Knott finì per inventare un modello di sigarette proteiche – che tuttavia non ebbero il successo sperato.

Accadde, un giorno, che una delle gomme da masticare del signor Knott fuoriuscì dalla bocca dell’inserviente di un centro commerciale, e andò a finire tra i meccanismi delle scale mobili inceppandole per interi giorni.
La resistenza del materiale della gomma si rivelò un vero grattacapo per gli addetti alle riparazioni – i quali, per l’appunto, studiarono il problema scuotendo e grattandosi la testa –, e la questione finì per danneggiare non solo gli affari dei negozi del centro commerciale, bensì anche la reputazione delle scale mobili prodotte dall’azienda del signor Davis.

Costui era un uomo piuttosto taciturno, metodico, le cui miti attitudini mascheravano una preponderante venalità e un comportamento estremamente opportunista, da mero approfittatore, che in breve tempo – come si potrà intuire – lo aveva reso un eccellente uomo d’affari.
Non ci pensò quindi due volte, l’astuto signor Davis, a portare in tribunale l’inventore delle gomme da masticare Knott; per il quale, sebbene non lo avesse mai rivelato in pubblico, nutriva una profonda ammirazione. Il signor Knott non navigava certo nell’oro, e non si fidava dei pochi avvocati – pochi e scarsi, per la precisione, aggiungerebbe lui – che si poteva permettere. Pregò quindi il signor Davis di risolvere la questione senza passare per vie legali, e quest’ultimo, che non dopotutto non aveva alcun reale interesse nel far passare il proprio beniamino sotto processo, acconsentì a trovare una soluzione diversa.

Il caso Knott-Davis conobbe la propria origine tra le sillabe pronunciate – anzi, sospirate – dal geniale inventore all’orecchio dell’uomo d’affari. Gli occhi di questo s’illuminarono, una serie di contatti vennero fatti immediatamente convocare e il giorno dopo i due entrarono in possesso di un locale nei pressi della laguna, che tennero nascosto agli occhi dei passanti con l’aiuto di un gigantesco tendone. Passò quindi, dopo una settimana o due, sulla riva della laguna, un piccolo manipolo di uomini in giacca e cravatta che scortavano un uomo dai tratti mediorientali vestito da emiro e una donna ricoperta di gioielli dalla testa ai piedi: sua moglie. Il giorno seguente i signori Knott e Davis – in borghese – tappezzarono tutta la città di manifesti che annunciavano una colossale ricompensa per chiunque avesse ritrovato l’anello di smeraldo che la moglie dell’emiro aveva smarrito camminando sulla riva della laguna.
Terminata l’intensa campagna di volantinaggio, i due procedettero a rimuovere il tendone che nascondeva il locale: il fatto che si rivelò essere un negozio di metal-detector fu giudicato da tutti come una pura e innocente coincidenza.

I signori Knott e Davis si arricchirono moltissimo siccome tutti quanti vollero tentare la fortuna cercando l’anello tra i ciottoli della spiaggia. A questo immenso guadagno va sottratta soltanto la modica cifra con la quale i due assoldarono il lavapiatti della rosticceria persiana, sua sorella, e la piccola squadra di finte guardie del corpo; queste ultime molto probabilmente dovettero provvedere in autonomia ad equipaggiarsi di cravatte, auricolari e occhiali da sole. Si trattava pur sempre del signor Davis.

Non c’è dunque da sorprendersi se anche il buon signor Scoleridge, ai tempi appena ventenne, cadde vittima del caso Knott-Davis, del quale si discusse ardentemente per i decenni a venire. 

Facciamo però attenzione a non confondere il signor Scoleridge per uno sprovveduto qualunque; immaginarselo a caccia di una ricompensa in denaro sarebbe un errore madornale. Aveva acquistato anche lui il metal-detector – questo è vero –, eppure l’anello di smeraldo intendeva tenerselo per sé, o meglio, per la sua fidanzata, che negli anni a venire divenne sua moglie e nei decenni seguenti, come sappiamo, soltanto un saluto al quale rispondere. 
Ma il signor Scoleridge non intendeva certo demordere, anche perché in tutto questo tempo era divenuto esperto di un particolarissimo tipo di agricoltura: la coltivazione intensiva di certe speranze, fiamme sulle quali soffiava con cautela; abbastanza spesso da tenerle vive, e da una distanza sufficiente per non rischiare di spegnerle.

A quasi cinquant’anni di distanza dal caso Knott-Davis, il signor Scoleridge era l’unico ad essere ancora in cerca del tanto agognato anello.
Si sarebbe presentato con quel meraviglioso regalo – pensava lui – e lei non avrebbe mai potuto dirgli di no. A separarlo da questa rosea visione soltanto due ostacoli: l’assenza effettiva dell’anello, che si stava rivelando introvabile, e la lieve asimmetria tra i regali che intendeva dare e che desiderava ricevere.

Uno in cambio di due.
È chieder troppo?
Forse no.
Immaginiamocela quindi lì – anche solo per un momento –, a camminare tra i ciottoli della laguna, la sagoma di un uomo che le mattine di Natale desiderava scartare due regali soltanto: gli occhi appena svegli dell’amore della sua vita.

Non è forse questo il bello delle cose? Il fatto che poi si complicano?
Il signor Scoleridge non ne era del tutto sicuro.
Provava spesso l’amara sensazione di aver deglutito certe grandi occasioni della propria vita senza averle davvero masticate a fondo. Quando pensava alla passata relazione – l’unica che aveva mai avuto – gli tornava in mente l’affilata definizione del verbo tagliare, letta alla sezione “curiosità” del giornale locale e attualmente conservata – grazie ad un tutto sommato preciso ritaglio – sul proprio comodino.

Tagliare: interrompere la continuità di un corpo.

Il signor Scoleridge, che, come andremo a vedere, custodiva un’indole estremamente romantica, amava pensare che lui e sua moglie, l’uno tra le braccia dell’altro, fossero andati davvero molto vicini, ai tempi, al diventare un tutt’uno. E allora quale motivo lo aveva spinto a mettere la firma su questo suo round-robin personale? Cosa lo aveva portato a gettare tutto all’aria, per poi ritrovarsi a non potere fare a meno di rincorrere – le braccia e lo sguardo al cielo – quelle sequenze di ricordi?
Il fatto è che sua moglie aveva sempre vissuto al centro di una vita-sinusoide, di cui lui era riuscito a scorgere soltanto le estremità, le quali lo avevano ammaliato completamente, ubriacandolo da capo a piedi; lei, invece, aveva sempre dimorato soltanto nella parte centrale, ben distante da tutto quell’ondeggiare di superficie, e una volta resosene conto lui si era ritrovato costretto a dover sparare nel mezzo – all’incirca – per tentare di ritrovarla.
Ma dove si trova il centro di una cosa che ondeggia? Il suo proiettile – ne era è certo – si era perso per strada.

Il signor Scoleridge non era mai stato molto bravo con grafici cartesiani, diagrammi e funzioni, eppure – inspiegabilmente – gli veniva naturale rappresentare quel suo amore perduto nella maniera che abbiamo appena descritto. E, con la medesima naturalezza, circa due volte al mese, si era recato – per tutti quegli anni – ad appoggiare sopra lo zerbino della moglie le fotocopie degli esiti di certi suoi calcoli statistici, stando ai quali le due parti si sarebbero dovute ricongiungere al cento per cento.
Nonostante gli sforzi, il signor Scoleridge non aveva mai ricevuto una nemmeno singola risposta; né tantomeno, a dirla tutta, una conferma di ricevuta avvenuta. Gli basterebbe andare a suonare il suo campanello – se solo trovasse il coraggio, da qualche parte, dentro di sé – per scoprire che il cognome della donna era stato sostituito con quello dei nuovi inquilini. L’idea che lei potesse avere traslocato non si era palesata nemmeno per un istante nella mente del nostro galantuomo; chissà come avrebbe reagito alla notizia che tutti i suoi fogli di calcoli erano destinati a trasformarsi in barchette di carta, delle quali i nuovi inquilini avevano già allestito una rispettabilissima flotta.
Si potrà inoltre facilmente intuire che tra le romanticherie del signor Scoleridge vi era il fatto che, una volta separatosi dalla moglie, non aveva mai cercato in alcuna maniera di sostituirla.

Lei aveva fatto lo stesso?

Il velenoso dubbio che qualcuno avesse preso il suo posto gli faceva passare l’appetito, e da molto tempo gli capitava di sentire il proprio stomaco annodarsi e attorcigliarsi su sé stesso come una murena stretta a pugno intorno all’amo. Dall’istante in cui la relazione con la moglie era stata consegnata alle sapienti mani del passato, il signor Scoleridge era dimagrito sensibilmente; lo stesso, tuttavia, non si poteva certo dire per il suo conto in banca, il quale, delineando – con una certa ironia – una singolare proporzionalità inversa, si era appesantito di una triade di zeri.

La tabaccheria Bart&Moody si trovava esattamente a metà strada tra l’Hotel Clifford e l’abitazione della moglie. Il signor Scoleridge – questo va anticipato – non venne mai a sapere del trasloco di quest’ultima.
Prima di sviscerare questa curiosa vicenda, va saputo che Bart e Moody erano i due maiali appartenenti al signor K. J. Love, il quale aveva deciso di allevare nel cortile di casa la coppia di animali – maschio e femmina – per dimostrare ai propri figli quanto potesse essere lontana dalla realtà la considerazione che i maiali avevano nell’immaginario collettivo della gente – gentaglia, anzi, correggerebbe il signor Love. Il solo pensiero che le persone considerassero quegli animali come sporchi e stupidi lo faceva andare su tutte le furie: era da veri e propri idioti credere che i maiali si rotolassero nel fango e negli escrementi per divertimento.

Rinchiudetevi voi in una gelida gabbia di due metri per due, e poi vediamo chi è che si diverte a sguazzare nella propria merda.

Il signor Love prendeva la faccenda molto sul personale; forse perché era un animalista convinto, o forse, più semplicemente, perché sulla sua camicia azzurra si trovava la spilletta dei membri onorari del British Literature Fan Club, dalla quale si poteva evincere che fosse un grandissimo fan di Orwell. Teneva lunghissimi discorsi riguardo l’intelligenza dei maiali, in particolar modo alle sagre del paese, i quali tuttavia venivano ascoltati soltanto durante le pause tra le varie esibizioni – perlopiù gare di masticazione di gomme Knott o di lancio di suocere con catapulta –. Il signor Love tornava quindi sconsolato alla propria tabaccheria, maledicendo l’allergia che le persone sembravano avere nei confronti della verità. Non erano affatto poche le serate in cui lo si poteva trovare seduto dietro al bancone, sconsolato e con il morale sotto i piedi, mentre si costringeva a ritardare l’orario di chiusura per parlare con qualcuno. Vedere in queste condizioni l’umile condottiero di una vita semplice e onesta fa piangere il cuore; il signor Love in fondo non era altro che una di quelle creature miti – morbide al tatto – che non appena si appassionava a qualcosa ne faceva la propria ragione di vita. Il vero problema era che la sua passione sembrava avere spazio e tempo per qualsiasi cosa, il che potrebbe apparire – perché no? – come una bellissima sfumatura della sua personalità; tuttavia, spesso e volentieri, questa sua passione randagia e multiforme si traduceva in una serie di piccole follie. Era stato sufficiente avere un amico appassionato di aforismi e un altro di sigari e gioco d’azzardo, affinché si convincesse ad aprire una tabaccheria e a mettersi a vendere pipe, gomme Knott e gratta e vinci.

Rendi il gioco tutto ciò che hanno e potrai fare di loro tutto ciò che vuoi.

Il signor Love pensava spesso a questa frase del suo amico, il quale, da quando aveva aperto l’attività, per un motivo o per un altro si era sempre dimenticato di fargli visita.
Ed è a questo punto che il nostro dovere chiama: con un piccolo salto indietro nel tempo, entriamo nella tabaccheria del signor Love – il quale non ci ha notati perché sta sfogliando attentamente una rivista sui pettirossi – e, poggiandogli una mano sulla spalla, lasciamo gli ormeggi della nostra fatidica domanda.

– Allora cosa stracazzo hanno di speciale ‘sti maiali?
Sussulto sorpreso.
Rivista terra-aria sparata in un angolo.
– Buong… ehm, cioè salve! Anzi no, buonasera! Scusi ma non l’avevo sentita entrare. Dunque, circa la sua domanda – lieto che me l’abbia chiesta – vorrei prima di tutto fornirle qualche esempio concreto: i maiali sono tra i pochissimi animali al mondo in grado di riconoscere sé stessi e altri individui attraverso uno specchio – pensi un po’ –, dimostrando di possedere una spiccata autocoscienza; hanno una memoria fortissima, e una grande empatia e socialità; quando uno di loro riesce ad aprire la chiusura del recinto, gli altri maiali, semplicemente osservandolo, imparano a loro volta, dimostrando anche un’elevata capacità di apprendimento sociale; possiedono un sistema di comunicazione complesso, con circa una ventina di versi differenti per esprimere necessità o emozioni; e inoltre – e questo è fondamentale – sono fantastici animali da compagnia, al pari di cani e gatti, se non più intelligenti e curiosi.
– Ah.
– Ecco perché da quando Moody ha partorito la cucciolata di maialini ne regalo volentieri a chi sente di avere bisogno di un qualcuno.
– La sua è un’opera pia, signor Love.
– Pia o non pia, poco importa. Faccio quel che mi va. Lei per caso conosce qualcuno che avrebbe bisogno di un maialino da compagnia?

In questo preciso punto della conversazione, il nostro interlocutore immaginario svanisce, lasciando il signor Love senza parole.

Mi sono sognato tutto?

 Forse è proprio ora di andare a dormire, pensa lui. 

Qualcuno potrebbe dire che il nostro gesto nei confronti del signor Love sia stato spregevole. Generare una conversazione immaginaria con il semplice intento di farlo sfogare un po’ non rispetta certo le norme del galateo, direbbe qualcun altro, ma noi un lacchè personale non ce l’abbiamo, e il buon signor Love, di rancore nei nostri confronti, non ne serberà.
S’infila quindi sotto le coperte, di buonumore – con cautela –, stando attento a non svegliare la moglie addormentata. L’avrebbe raggiunta a breve nel sonno, protetto e accarezzato da una confortevole certezza: quell’inconfondibile percezione che un’idea rivoluzionaria lo stesse attendendo a un solo sogno di distanza.

Ma come ti è venuto in mente?
Non ricordi?
Ricordi cosa?
Rendi il gioco tutto ciò che hanno e potrai fare di loro tutto ciò che vuoi.

La moglie del signor Love non poteva credere ai propri occhi: soltanto una settimana prima il marito aveva impegnato l’orologio d’argento, la decappottabile, il telescopio e il suo inseparabile windsurf; e ora aveva pure il coraggio di venirle a chiedere di mettere in affitto metà del garage? E poi cosa se ne faceva di tutti quei biglietti del gratta e vinci?
– Gratta e Perdi, tesoro.
– Eh?
– Gratta e Perdi. Proprio così.
– Tu mi prendi per il culo.
La moglie del signor Love non amava molto andare per le lunghe. 
– Non hai che da fidarti.
– Fidarmi? Fidarmi di uno che vuole affittare metà del nostro garage a degli sconosciuti?
– Proprio di lui.
– Tu adesso mi spieghi per filo e per segno cosa stai facendo e a cosa ti servono tutti questi soldi, altrimenti stanotte vai a dormire con Bart e Moody.
– E chi ti dice che non l’abbia già fatto?
– Ma quando mai.
– Hai ragione. Forse mi confondo, cara. Sai, con quelle maschere antirughe che ti metti la ser…
Ciabatta su nuca.
Una sessantina di chilometri orari.

Terminate le munizioni – aveva soltanto due piedi –, la moglie del signor Love si dimostrò tutto sommato ben disposta ad ascoltare la spiegazione del marito, e ne rimase, come assai di rado le accadeva, esterrefatta.

L’apparizione dei “Gratta e Perdi” sembrò agli abituali clienti nientemeno che una simpatica trovata pubblicitaria, e il signor Love riuscì a venderne a bizzeffe. Nessuno si curava del fatto che ogni volta che grattavano la scheda – unghia, moneta, o scimitarra che fosse – perdessero: in fin dei conti perdevano alla stessa maniera anche con tutte le altre tipologie di gratta e vinci; perché dunque non scegliere l’unico che avesse un nome diverso?
Il signor Love riuscì in poco tempo a rimettere le mani su tutto ciò che aveva impegnato, a evitare ulteriori dimostrazioni di artiglieria domestica da parte della moglie, e ben presto anche ad ampliare la tabaccheria che avrebbe lasciato, sottolineava durante i pranzi e le cene in famiglia, ai propri figli una volta in pensione. 
Ma il signor Love aveva sottovalutato l’immancabile fortuna di questi ultimi, che dal canto loro volevano fare di tutto, nella propria vita, tranne che finire a dover gestire una polverosa tabaccheria. I due erano piuttosto bruttini – questo rimanga tra noi –, ma sono in pochi a non sapere che la fortuna è una dea bendata, che trascende le sembianze, e che quindi non si fece alcun problema a baciare – forse addirittura con la lingua – i figli del signor Love. 
Non dimentichiamo inoltre che la tabaccheria Bart&Moody era situata esattamente tra l’Hotel Clifford e la casa di due armatori di flotte navali cartacee, e che il tragitto era percorso di giorno in giorno da un uomo e dal suo fidato metal-detector.

Gratta e Perdi? E se non gratto? Vinco?
Il signor Scoleridge, come tutti i romantici degni di questo appellativo, era una persona profonda, sensibile, e molto, molto attenta.
Ecco perché una volta acquistato il biglietto del Gratta e Perdi lo aveva riconsegnato intonso; ed ecco perché giustamente aveva preteso la cifra scritta in caratteri cubitali sul biglietto.
Inutile dire che il signor Love fu costretto a fornire di tasca propria, siccome i Gratta e Perdi erano una sua personale invenzione, la somma pattuita al fortunato vincitore. E una volta che quell’uomo e il suo metal-detector oltrepassarono la soglia dell’uscita si rese conto che non avrebbe potuto fare altro che chiudere i battenti. I suoi figli festeggiarono ballando nel salotto di casa con Bart e Moody, promettendo che ci avrebbero pensato loro, una volta cresciuti, a rilevare l’attività del padre, e che l’avrebbero trasformata in qualcosa di “meno palloso”. Le giornate del signor Love si ridussero a un costante girovagare per il cortile di casa, dove inseguiva i maialini che continuava a dare in adozione.

Gli era rimasto solo quello.
Gli erano rimasti solo loro.

E separarsene, di volta in volta, gli costava emotivamente molto caro. Talmente caro che certi pomeriggi, durante le sue abituali passeggiate al parco cittadino, gli sembrava di vedere uno dei suoi maialini seduto su una panchina, proprio come un bambino, a mangiare pezzetti di carota dalle mani di una giovane signorina.

Proprio come il suo metal-detector, anche la ricevuta della mastodontica vincita accompagnava il signor Scoleridge ovunque andasse. La teneva nella tasca superiore della giacca, vicino al cuore, quasi avesse paura di dimenticarsene. Cosa farne, di tutti quei soldi, era un bel dilemma: i soldi fanno la felicità, ma la felicità è tale se e solo se viene condivisa; quindi, ragionando su una sorta di proprietà transitiva, sarebbe stato felice con quei soldi soltanto nel caso in cui li avesse condivisi. Pensava questo, il signor Scoleridge, mentre passeggiava, una sera, attraverso il buio e le luci di una città che dormiva a occhi aperti. Sui marciapiedi, in bilico sui muretti, bottiglie piene di birra – o, più verosimilmente, piscio – e mozziconi. Erano dettagli del genere a ricordargli che tutt’intorno a lui vivevano migliaia di altre vite, che incrociava e con cui interagiva ogni giorno, ma delle quali non si era mai curato più di tanto. Da ragazzo aveva l’abitudine di recarsi, in compagnia di qualche sua amica – in zona di promozione –, a passeggiare tra i pendii delle colline che circondavano la zona residenziale. Nei mesi estivi era la prassi distendere una coperta, la sera, e starsene a guardare le sagome buie degli edifici dall’alto in basso. Si chiacchierava piano, a bassa voce come per non svegliare gli insetti dormienti o come se qualcuno avesse potuto sentire a chilometri di distanza. Erano conversazioni importanti, tanto quanto i silenzi che seguivano; a volte scattava un bacio, a volte no.

E se parlassimo ancora di segreti?

Il signor Scoleridge, fin da bambino, aveva sviluppato l’abitudine di raccontare piccole storie, che imparava quasi a memoria per fare colpo su amici o amichette. Allungando nuovamente lo sguardo e le orecchie sul passato, potremmo perfino recuperarne una: la sua preferita. Bisogna sapere che il nostro signor Scoleridge aveva conquistato sua moglie grazie al racconto delle vicende di un personaggio ispanico chiamato Octàvio Nobre: nientemeno che il miglior gastronomo del mondo. 

La leggenda di Nobre venne a crearsi prestissimo, a soli otto mesi dalla sua nascita, quando un giorno sputò il latte materno sul pavimento facendo il pollice verso come un imperatore romano. Si dimostrò fin da subito un neonato dal palato incontentabile – un vero prodigio, dicevano – e ben presto venne a crearsi una sorta di competizione dove le donne del paese lo allattavano a turno per stabilire chi di loro avesse il latte migliore. Un episodio memorabile avvenne quando il bambino pronunciò la sua prima frase, rivolta al figlio di una delle allattatrici, mentre cingeva il seno di questa con le labbra.

Alla goccia, hermano.

In seguito, Nobre diede prova del proprio talento culinario ottenendo una smisurata quantità di lauree, premi e riconoscimenti, che gli attestavano il fatto di possedere il palato migliore del mondo. Era in grado di risalire, masticando un pezzo di carne, al tempismo di cottura con una precisione che arrivava al millisecondo; gli bastava sorseggiare qualche goccia di caffè per capire la provenienza dei chicchi – in questi casi la sua precisione arrivava quasi al chilometro quadrato del paese in questione – ed era tranquillamente in grado di stabilire il mare e la profondità alla quale era stato pescato un pesce basandosi solo ed esclusivamente sul sapore delle sue squame. 

Ben presto, tuttavia, Nobre finì per annoiarsi delle cibarie commestibili, e iniziò a studiare – e dunque ad assaggiare – di tutto e di più. I maggiordomi della sua villa accoglievano continuamente ingegneri, scienziati e curiosi, che portavano un piccolo campione di un certo materiale da fare masticare al gastronomo per testarne la qualità. La formidabile mandibola di Nobre venne messa a dura prova da pezzi di catrame, reperti archeologici, e perfino dal frammento di un meteorite, ma resistette e il successo del suo possessore dilagò sempre di più. 
Naturalmente, con tutti questi impegni gastronomici, la vita di Nobre non ebbe mai spazio per amici, attività di svago o altre pacchiane distrazioni. Si circondava di collaboratori, clienti e della sua folta schiera di maggiordomi. Nient’altro. All’apice della sua carriera, si vociferava che, poggiando semplicemente le labbra sul cuore di qualcuno, fosse in grado di stabilire se costui fosse malato o meno. Non era raro che le persone scoppiassero in lacrime, alla vista di quel suo pollice verso con cui comunicava gli esiti negativi delle sue visite. E quando una donna, per il terrore di avere contratto una malattia terminale, si mise a piangere durante la seduta, una lacrima le discese il volto, atterrò sulla clavicola e giunse fino alle labbra di Nobre, poggiate sul cuore di lei.
L’infarto lo colse fulmineo: cadde di schiena, con gli occhi sgranati e le dita pietrificate, come una statua. Morì così, il miglior gastronomo che il mondo avesse mai conosciuto. Non riuscendo a comprendere il sapore di lacrima di quella donna piangente.

La leggenda di Octàvio Nobre era un colpo sicuro, e il signor Scoleridge lo sapeva perfettamente. Gli capitava spesso di pensare al momento in cui aveva terminato di raccontare le vicende di quel gastronomo ispanico, e lei, quasi commossa, l’aveva baciato. 

Aveva funzionato.
Aveva funzionato.

Terminata la passeggiata serale, basta un sguardo all’orologio per ricordare al signor Scoleridge che a breve inizierà il suo turno alla reception dell’Hotel Clifford. Quindi lo vediamo affrontare il fatidico tragitto ben consapevole del fatto che non riuscirà a fare a meno di fermarsi davanti a un edificio a noi ben noto. Questa volta, tuttavia, non ha nessun foglio di calcoli o serie di grafici da poggiare sullo zerbino. Soltanto un metal-detector e la ricevuta vincente che conserva nella tasca. Fermo, sulla soglia di quella porta non sua, il signor Scoleridge ricorda la proprietà transitiva. 

I soldi fanno la felicità.
La felicità è tale solo se condivisa.

Per un istante riflette sul fatto che le sue azioni potrebbero essere confuse con una sorta di tentativo di corruzione, ma la sua coscienza, cedendo alla morsa del cuore, fa finta di niente. Appoggia quindi la ricevuta sullo zerbino, firmandola a nome suo e scribacchiando una vergognosa – per un romantico come lui – proposta alla moglie. 
Si allontana di soppiatto, come avesse piazzato una bomba ad orologeria, e riprendendo in mano il proprio metal-detector, prosegue verso l’Hotel.

Ma certo è che nessuno di noi potrebbe accettare una mossa del genere, e siccome tutto ci è concesso, ci apprestiamo a trasformare il pezzo di carta pieno di zeri in qualcos’altro. 
E per quanto sappiamo benissimo che qualsiasi cosa finiremo per inserire al posto della ricevuta sarà destinata a diventare una misera barchetta di carta, nulla ci impedisce di creare, al posto di quello scontrino di merda, una lettera d’amore firmata da lui.

Amata compagna mia,
ti penso sorreggendo anni difficili, qui, sulle mie spalle, dove una volta si posavano le tue mani – le tue mani soltanto – e ora sento unicamente le pacche, velate d’affetto, degli sconosciuti con cui riempio i miei giorni. Torno a casa camminando lungo il nostro viale, e pago volentieri il prezzo di allungare la strada nella speranza di ritrovare, al centro delle pozzanghere in cui usavamo specchiarci, i nostri volti, riflessi uno accanto all’altro. 
Uniche isole di quegli oceani microscopici, come dicevi tu.
Ho sempre avuto il corpo che desideravo – ti ricordi? –, ma non ne avevo mai posseduto il linguaggio, prima di incontrarti; volevo farlo muovere, farlo parlare, farlo danzare, come un burattinaio che tende e ritrae i propri fili, e che riuscivi a impersonare soltanto tu. Una marionetta senza cavi, ecco cosa sono diventato, senza la tua presenza mia guida. Da quando è calato il sipario, tra noi, ho cercato ogni giorno di inseguire il colpevole dell’angoscia che provo in tua assenza; mi sono infilato attraverso certe porte, ho risalito certe scale, e violato certe stanze, fino a riuscire a intrappolarlo in quattro angoli, dove non avrebbe più avuto via di scampo. Ma questi quattro angoli – lo sai bene – sono quelli del mio specchio, e mi basta un passo di lato, per sfuggirvi. E non è forse ciò che fai anche tu? Sfuggirmi? Con un passo di lato, di danza – distanza – scappi via da me. Ma devi sapere che finalmente ho capito, mia amata, che l’unico errore che si possa mai commettere è non imparare nulla dagli errori che si commettono, e che io, nei nostri confronti, sono la causa di tutti. Devi anche sapere che sarei disposto a tutto, pur di riaverti, pur di ricostruire il nostro amore: il nostro equilibrio mai stato simmetria.
Dove sei?
Sapresti dirmelo?
Sento che ti nascondi, qui, nelle stanze del mio cuore – dove il frigorifero scalda le cose –, dove continui a lasciare le tracce di ciò che mi ha sempre tenuto in vita, e di cui mai mi ero reso conto.
La tua schiena, i tuoi occhi, nostro figlio.
Nostro figlio che rubava la sabbia al mare e poi correva verso di noi prima che le onde gliela portassero via. Cercare insieme il tesoro in giardino, e non trovarlo mai. Indicare insieme la vela lontana, e non vederla più.
Vi penso ancora seduti a questa tavola, dalla quale ti sto scrivendo, e dove mi ritrovo ad apparecchiare per un uomo soltanto. E quell’uomo sono io.

Sono io. 
E quel “soltanto” il segno di quanto mi manchi tu.
Tu, che amavi me, nostro figlio. E amavi i lamponi, le more, e la carne di cervo.
Dopotutto non è anche lui un frutto del bosco?
Ti sei portata via tutto; il bambino, le tue idee, le tue frasi.

Cammino da solo, per il nostro viale – l’ho già detto? –, ma cosa te lo dico a fare? 
Una persona non è un luogo, me lo dicevi sempre. È più luoghi. E trovamelo, un posto che non sia tu.
Ti scrivo per metterti al corrente di questi miei pensieri, amore mio, nient’altro. Per metterti al corrente del fatto che la tua assenza mi costringerà a considerare l’opzione di dimenticarti. Dimenticarvi, anzi. Nostro figlio non lo rivedrò più. Non è vero?
Non è così?
Per potere si può sempre – si può sempre –, il fatto è che non si vuole quasi mai. E io prego ogni giorno che tu voglia tornare qui da me e allontanare queste mie idee, queste idee che vedono prendere forma un oblio artificiale al quale dovrò consegnarvi. Come può proteggersi un uomo che ha perso tutto, se non con la convinzione di non aver mai posseduto nulla?
Torna da me. E fa’ presto.
Torna da me, e amiamoci di un amore non misurabile. La pesantezza di un bacio, lo spessore di un’ombra.
Torna da me e metti fine a questo mio vagabondare lungo i viali, e a questa sensazione che ovunque vada, senza di te, faccia buio più presto.

O qualcosa del genere.


L’orbita di un biberon dentro un forno a microonde è un romanzo d’invenzione di Federico Spagnoli.
Tutti i diritti sono riservati all’autore.

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