Noi, Umani

Io, Robot è un’antologia apparsa per la prima volta nel 1950 ad opera dello scrittore naturalizzato statunitense Isaac Asimov. I nove racconti che lo compongono rappresentano un pilastro narrativo per il mondo della fantascienza ed esplorano le casistiche eventuali dell’attuazione delle Tre Leggi Fondamentali della Robotica, le quali orchestrano la convivenza e collaborazione tra esseri umani e robot.

1. Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Oltre alla figura centrale di Susan Calvin, Capo-psicologa della US Robots, e la coppia Powell-Donovan, astronauti collaudatori di campo, i racconti hanno come veri protagonisti sei tipologie di robot. Proponiamo un estratto di ognuno di loro a partire da Io, Robot, Oscar Mondadori, traduzione di Vincenzo Latronico, 2022.


Robbie

Batté una mano sul torace di Robbie: “Cattivo! Adesso ti sculaccio!”
E Robbie si rannicchiò proteggendosi il viso con le mani, tanto che lei si sentì di aggiungere: “Ma no, Robbie, non ti sculaccio. Però tocca lo stesso a me nascondermi perché tu hai le gambe più lunghe e avevi promesso che non correvi finché non ti trovavo”. Robbie annuì col capo – che era un piccolo parallelepipedo con gli spigoli stondati, connesso al parallelepipedo simile ma più grande del torace mediante una corta asta flessibile – e si girò verso l’albero obbediente. I suoi occhi luminosi furono oscurati da un sottile otturatore metallico e dall’interno del suo corpo risuonò un ticchettio regolare e vibrante.
“Adesso non sbirciare… e non saltare i numeri!” lo ammonì Gloria prima di correre a nascondersi.


Speedy

“Ehi, Speedy!” gridò Donovan, agitando freneticamente una mano.
“Speedy!” urlò Powell. “Vieni qui!”
La distanza fra i due e il robot errante andava riducendosi di minuto in minuto. Più grazie agli sforzi di Speedy che al lento trotto dei loro destrieri vecchi di mezzo secolo. Adesso erano vicini a sufficienza da notare che Speedy aveva una strana andatura barcollante, sbandava da una parte all’altra… e poi, quando Powell agitò di nuovo il braccio aumentando al massimo l’alimentazione della radio portatile, preparandosi a chiamarlo ancora, il robot alzò lo sguardo e li vide.
Si arrestò di colpo e rimase fermo per un attimo. Appena instabile, oscillando, come in balia di un venticello.
Powell gridò: “Insomma Speedy! Vieni qui, bello”.
Al che la voce robotica di Speedy risuonò per la prima volta negli auricolari di Powell.
Disse:”
Hot dog, let’s play games. You catch me and I catch you; no love can cut our knife in two. For I’m Little Buttercup, sweet Little Buttercup. Oooops!”


Cutie

Cutie rise. Era una risata disumana, il suono più meccanico che avesse prodotto sino a quel momento. Era acuta ed esplosiva, regolare come un metronomo e altrettanto priva di inflessione.
“Guardatevi” disse poi. “E lo dico senza alcun intento offensivo. Però guardatevi! Siete fatti di una sostanza informe e molliccia, priva di forza e di resistenza, e per l’approvvigionamento energetico dipendete dall’ossidazione della materia organica, un processo estremamente inefficiente… quella roba lì.”
Indicò con disapprovazione i rimasugli del panino di Donovan.
“Cadete in coma a intervalli regolari, e ogni minima variazione di temperatura, pressione atmosferica, umidità o intensità di irraggiamento compromette la vostra operatività. Siete subottimali.
“lo, invece, sono un prodotto compiuto. Posso assorbire l’energia elettrica direttamente e utilizzarla con un’efficienza prossima al cento per cento. Sono composto di un metallo altamente resistente, sono sempre cosciente, sopporto con facilità condizioni ambientali estreme. Questi dati di fatto, in combinazione col postulato autoevidente che è impossibile creare un essere superiore a sé, annichiliscono la vostra ridicola ipotesi”.


Dave

Powell si avviò attraverso il paesaggio frastagliato della miniera sentendosi un po’ come un cospiratore. Con una gravità tanto ridotta, più che una marcia la sua era una serie di balzi fra le asperità del terreno, che a ogni atterraggio proiettavano qua e là frammenti rocciosi in una muta nuvola di polvere grigia. Ma nelle sue intenzioni stava sgattaiolando circospetto come un congiurato.
“Sai dove si trovano” domandò.
“Credo di sì, Greg.”
“Okay,” disse scettico Powell “ma sappi che se un dito si avvicina a meno di sei metri ci capterà anche se restiamo al di fuori del suo campo visivo. Spero che tu lo tenga bene a mente.”
“Quando mi servirà un corso di robotica per principianti, ti manderò un modulo d’iscrizione in triplice copia, non temere. Su, scendiamo di qui”.


Herbie

Herbie rispose senza esitazioni: “So di chi sta parlando. È sua cugina, e le assicuro che non c’è alcun interesse romantico tra loro”.
Susan Calvin balzò in piedi con un entusiasmo quasi da ragazzina. “Ma è stranissimo” È propio quello di cui a volte mi illudo anch’io, anche se non ci ho mai creduto sul serio. Allora è tutto vero!”
Corse verso Herbie e strinse a sé l’acciaio freddo della sua mano. “Grazie, Herbie.” La sua voce era un sussurro roco, affannato. “Non parlarne con nessuno. Sarà il nostro segreto… e grazie ancora.” Con queste parole, e con un’ultima strizzata convulsa alle inerti dita metalliche, se ne andò.
Herbie tornò con lentezza al romanzo che aveva messo da parte. I suoi, non poteva leggerli nessuno.


Nestor

La vasta sala del Centro Irraggiamento era di nuovo pronta. I robot attendevano pazienti nelle loro cellette di legno, aperte verso il centro ma separate le une dalle altre. Il generale Kallner si deterse lentamente la fronte con un ampio fazzoletto mentre la dottoressa Calvin verificava gli ultimi dettagli con Black.
“Stavolta è certo” chiese “che i robot non abbiano avuto opportunità di parlarsi da quando sono usciti dalla Sala Orientamento?”
“Al cento per cento” insisté Black. “Non si sono scambiati una parola.”
“E sono tutti in postazione?”
“Ecco la mappa”
La psicologa la studiò con cura. “Mmh.”
Il generale sbirciò da dietro la spalla. “Come ha stabilito la disposizione, dottoressa Calvin?”
“Ho chiesto di concentrare su un lato del cerchio i robot che negli altri test hanno manifestato anche solo un minimo disallineamento. Stavolta al centro ci sarò io, e voglio osservare quelli in particolare.”
“Ha intenzione di stare lei lì in mezzo?” domandò Bogert.
“Perché no?” ribatte Susan Calvin con indifferenza.

Le illustrazioni sono opera di Luca Tognarelli

Una risposta a “Noi, Umani”

  1. Io, Robot è un romanzo incredibile che ancora oggi risulta moderno nelle tematiche e nelle sue leggi robotiche. È qualcosa che risuona ancora oggi con molta forza.

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