Intermezzo – Sogno Due
La goccia di sudore si stacca dall’ascella e mi cola lungo il fianco. È la terza e non sono ancora arrivato.
Devo arrivare.
Cambio la marcia, abbasso il finestrino. L’odore dell’asfalto cocente mi pulsa sulle tempie e sulla fronte. Mi arrendo.
Poi l’aria condizionata. Respiro.
Il sole ignora il parabrezza e mi raggiunge. Mi raggiunge. Io lo tocco con la mia pelle bianca, la stessa pelle che i suoi raggi divorano.
La fronte scotta e il traffico non si muove. Quante sono – quanti siamo – in questa corsia, cristo. Le labbra spaccate, il sapore del ferro, e gli avambracci umidi. Cambio marcia e la mano scivola.
Lo sguardo scivola.
Cerco il punto più impermeabile dei miei vestiti per asciugarmi le mani – sulle cosce andrà bene – e mi accorgo che dovrei asciugare anche il volante.
È che mi guarda.
Mi guarda.
Ed è come… come una pupilla.
La pupilla – è lei.
La pupilla della vipera.
E mi guarda. E mi dice “voltati”.
La saliva non scende giù, e non so cosa guardare. Le auto ferme, in attesa – in attesa di cosa? Non ho più acqua e non ho più sonno. Gli occhi pesanti, pesanti, ma non più pesanti del suo. E della sua pupilla. E io mi guardo – ti guardo – e mi vedo – ti vedo – e c’è un fantasma negli specchi retrovisori, e mi guarda e mi guarda e non smette mai.
Mi vedi?
Cambio marcia. Spengo l’aria condizionata.
L’odore rimane.
Lui rimane sempre.
Il traffico si muove. Cambio marcia.
La schiena incollata al sedile, la cintura che mi taglia il petto, ma il traffico si muove e mi muovo anche io.
Mi muovo anche io – ci sono anche io – e lo vedo.
Io lo vedo ma lui non mi guarda.
Se ne sta lì, tutto insanguinato, a dormire sull’asfalto.
Io lo guardo ma lui non mi vede.
Si brucerà. Non è vero? L’asfalto lo brucerà. Lo brucerà come brucia quella macchina rovesciata sul fianco; come brucia quel groviglio di vetro e acciaio; come brucia il volante, che posso sfiorare appena.
Lo sfioro appena perché c’è lei.
Perché c’è lei che mi parla.
E mi parla – mi parla – e mi dice “voltati”.
Me lo dice sempre.
Voltati, dici tu.
Ma come faccio a voltarmi.
Il traffico si muove. Cambio marcia.
Come potrei voltarmi ora?
Li vedrei ancora lì, quei due. Li vedrei lì e forse non li ho visti. Forse non ci sono. Non ci sono per davvero.
Lui dorme sull’asfalto bollente, ricoperto di sangue.
Il traffico si muove, ma la sua macchina no.
Il traffico si muove. Cambio marcia.
Cambio marcia e loro non cambiano gioco.
Forse non li ho visti.
Forse non ci sono.
Forse non ci sono per davvero.
Cambiate gioco – cambiate gioco –, smettetela, cazzo. Ma loro ci sono, ci sono e sono lì. Sono lì e saltellano vicino all’uomo che dorme sull’asfalto – bruciato vivo –, e giocano a campana.
Uno, due, tre salti.
Un piede, poi due, poi uno soltanto.
Cristo, falli smettere.
È che loro ci sono. E ci sono per davvero.
I due bambini ci sono e saltellano lì.
Lui dorme. Dorme, dorme e non si sveglierà più. La macchina dorme, dorme e non ripartirà più. E loro non cambiano gioco – non cambiano –, ma il traffico si muove.
Il traffico si muove. E io mi volto.
E li vedo ancora, i due bambini. Li vedo ancora e non se ne vanno via. Li vedo ancora e fa caldo, fa caldo, fa caldo per tutti, per me come per loro.
Ma io lo so che non è per il caldo che si fermano.
Non è per quello. Non è per il caldo che continuano a fissarmi, con quei loro volti bianchi – bianchissimi –, mentre smettono di saltellare e si siedono sul guardrail tenendosi per mano. E fanno dondolare le gambe – le gambe bianche –. Le fanno dondolare e mi guardano.
E mi guardano. Mi guardano. Smettetela, cristo. Falli smettere. Falli smettere ti prego.
Smettere di sorridere.
Di guardarmi.
Di sorridere.
Di guardarmi.
Falli smettere.
Smettere di ridere. Di ridere.
E di sorridere, di quel loro sorriso colpevole.
– Tesoro?
– Sì?
– Non è un maiale, quello. Vero?
– Ehm… direi proprio che lo è, cara.
– Seduto sulla panchina?
– A quanto pare.
– Scusi?
– Prego.
– È suo quel maiale?
– Sì.
– E lo porta al parco?
– Sì.
– Senza guinzaglio?
– Come può vedere.
– E lo lascia sedere sulla panchina?
– Ho visto seduti esseri peggiori.
– Ma che schifo! È pur sempre un maiale!
Sottofondo di marito piuttosto imbarazzato.
– In realtà Pizarro è ancora un maialino.
– Maiale o maialino non fa distinzione. Non dovrebbe portarselo in giro per il parco.
– Hanno fatto lo stesso discorso a suo marito?
– Prego?!
– C’è qualche problema, signora?
– Il suo maiale è un problema.
– Maialino.
Mento contratto.
Guance bordeaux.
– Maialino! Va bene?!
– Andrà bene. L’ufficio reclami, ad ogni modo, è da quella parte.
Pollice verso una direzione casuale dietro di sé.
– Non solo si porta in giro un animale del genere; lei è anche maleducata e irrispettosa nei confronti degli altri!
– A me non sembra che Pizarro sia fonte di danno per il parco e gli altri visitatori.
– La sua… anzi, la vostra sola presenza qui lo è! State spaventando la gente.
Sguardo a babordo.
Sguardo a tribordo.
– Guardi che non c’è nessuno oltre a noi tre, anzi, quattro, signora.
– Appunto. Avete scacciato via tutti quanti.
Sottofondo di marito imbarazzato del tutto.
– Magari fosse come dice lei.
– Che cosa?
– Se Pizarro ed io fossimo in grado di scacciare via tutti, lei crede che sarebbe ancora qui?
– Andiamocene, cara.
– Hai ragione, tesoro. Lasciamola qui con il suo maiale, quest’insolente.
– Arrivedervi!
Vermi. Aggiunse poi, sottovoce, la nostra signorina Skitt.
Seguì la coppia con lo sguardo, mentre si allontanavano a braccetto in direzione del chiosco. Persi – finalmente – di vista, tornò a concentrarsi su Pizarro, il suo maialino, accarezzandone le setole ancora non ispide.
Vermi.
Rifletté.
Cosa ne dici, Pizarro?
Lui non rispose – si trattava di un maialino piuttosto taciturno –, ma lei prese quel suo strofinarsi contro lo schienale della panchina come un cenno d’assenso.
E quindi:
1. Le persone più lente camminano sempre in diagonale;
2. Quello della pioggia non è un odore, ma un profumo;
3. Vermi: gente a cui non si distingue la faccia dal culo.
La signorina Skitt era un’orgogliosa ereditiera della credenza che una giornata sia tanto migliore quanto più sono distinti il sonno e la veglia. Certo, non era così semplice vivere una vita propositiva, animata e dinamica, soprattutto considerando che il suo affetto apparteneva a persone che del sentimento d’appartenenza avevano una concezione a dir poco singolare. Come si poteva provare anche solo un barlume d’ammirazione per gente che si credeva il caviale del mondo? Ancora non lo avevano capito, i suoi amici, le sue amiche, che le persone non sono altro che la declinazione di una comune matrice, e che sottostare al volere – verticale – di chi primeggiava nelle gerarchie delle aziende per cui lavoravano era tutt’altro che un vanto. Si sentivano così sicuri svolgendo il proprio ruolo di ingranaggi per macchinari di cui non comprendevano neppure in parte le vere finalità. La signorina, dal canto suo, a meno che non ci fosse lei stessa alla guida, voleva essere macchina il meno possibile. Nessuno sarebbe mai riuscito a costringerla, nemmeno incatenandola, a starsene seduta a una scrivania e ad avere a che fare con scartoffie e colleghi.
Quando riconosceva i beneficiari della sua amicizia tra le lunghe code davanti agli uffici, pensava sempre che avrebbe preso parte a una sceneggiata del genere solo e soltanto per reclamare il rimborso del tempo speso in loro compagnia. Le emozioni sono una cosa preziosa, preziosissima, e non valeva certo la pena sprecarne per loro. Ma come poteva trovare qualcuno che disponesse di quella sua rarissima nobiltà d’animo, quando la scacchiera su cui si muoveva era irta di alfieri assai troppo prudenti e pedoni avanguardie di regine distanti?
Non ci sarà mai del tutto chiaro se la nostra protagonista nutrisse una simpatia per la Corona di Spagna o una forte antipatia per l’Impero Inca; l’unica certezza di cui disponiamo è che, effettivamente, il nome che diede al suo maialino fu proprio “Pizarro”.
Si può senz’altro dire che la loro era una convivenza coi fiocchi: il maialino – e qui non si sorprenderà chiunque abbia prestato attenzione alle parole del signor Love – apprendeva rapidamente gli insegnamenti della nostra signorina, e non era raro trovare i due davanti allo specchio mentre si preparavano per l’abituale passeggiata nel parco cittadino. Pizarro non arrivò mai a possedere un guardaroba molto elaborato: qualche bandana per l’estate, un paio di berretti di lana per l’inverno, un papillon – che gli stava piuttosto bene –, un costume da bagno con il buco per la coda, occhiali da sole, da vista, e due paia di stivaletti gialli che indossava tutti in una volta – a differenza della moglie del signor Love, come si potrà intuire, lui di zampe ne aveva quattro.
Un maialino perbene doveva far fronte a numerose mansioni di toelettatura, anche perché la concorrenza di alani, dalmata e pastori tedeschi, tra i chioschi del parco, era a dir poco serrata. Ecco perché la signorina Skitt aiutava Pizarro a pulirsi gli zoccoli, pettinarsi le setole, e lavarsi i denti, sopportando i suoi grugniti e le sue miti scodinzolate in segno di protesta.
Tornati a casa dalle scorribande pomeridiane ai danni di piccioni e scoiattoli, la signorina preparava la cena per entrambi: a lei toccava frutta e verdura – era vegetariana –, mentre Pizarro, quando non era sazio per le carote sminuzzate con cui faceva merenda, si gustava, seduto sul divano, un tutto sommato appetitoso biberon di latte riscaldato. Quando la signorina Skitt, una volta servito il suo… compagno, ritornava alle prese con pentole e fornelli, l’insaziabile curiosità insita in lui faceva compiere al buon Pizarro una qualche avventura di troppo: le incursioni nella lavastoviglie lasciata aperta, le curiosate tra i piatti sporchi nel lavandino, e le bevute da recipienti sconosciuti causavano la rottura, di tanto in tanto, di una stoviglia, che cadeva per terra e riempiva di pezzi di vetro o ceramica la moquette; ma Pizarro si sentiva il più furbo di tutti – da chi avrà preso? – e con un balzo ritornava fulmineo sul divano a sorseggiare il suo latte caldo; gli occhietti neri, vispi, a osservare con interesse la televisione spenta, e quel suo sguardo di chi scagliava pietre più velocemente di un fromboliere e nascondeva la zampa come il migliore dei bari.
I pasti venivano consumati quasi sempre in silenzio, siccome lei masticava lentamente pietanze e pensieri e lui era estremamente mansueto: indice massimo delle buone maniere di un maialino domestico.
Quando il sonno era sul punto di prendere il sopravvento, Pizarro scendeva dal divano atterrando cautamente sulle quattro zampe, e stringendo il biberon con la bocca per riportarlo alla nostra signorina – che insiste sul fatto, e noi l’accontentiamo, di non essere chiamata “padrona”. Quindi lo possiamo vedere mentre sfrega il muso contro le caviglie di lei, per annunciarle che finalmente è giunta l’ora di coricarsi.
I due dormivano insieme, e Pizarro, il primo giorno di convivenza, aveva fatto sapere alla sua compagna, scodinzolando forsennatamente, di preferire il lato destro del letto.
Un grugnito nel sonno, un movimento di troppo, erano sufficienti affinché alla signorina addormentata tornassero in mente certi ricordi riguardanti le passate compagnie notturne, in particolar modo quella dell’ultimo uomo che fu ad un passo dal diventare suo marito.
Ed eccola, nel sonno, generare – un po’ come facciamo noi – piccole conversazioni immaginarie, ignorando il fatto che ad ascoltarla, accanto a lei, ci sia “soltanto” un maialino assonnato.
– Torno subito.
– No, fermo.
– Perché?
– Non voglio che ti alzi.
– Devo bere.
– Non alzarti per bere.
– Perché?
– Perché poi ti dovrai alzare anche per andare a pisciare.
– E quindi?
– Non voglio che ti alzi due volte. Anzi, neanche una sola, resta qui.
E fece per allungare una mano, per accarezzarne il volto, ma le sue dita trovarono soltanto le morbide setole di Pizarro, profondamente addormentato; e lei sorrise, anzi rise.
Perché in fondo si sa: con i maialini beneducati non si corre mai il rischio che se la facciano addosso.
Non c’era niente di male nel dormire con un maialino domestico. La signorina Skitt accostava questo pensiero a una riflessione che vedeva uomini e donne giocare, ligi a una qualche sorta di convenzione, giocare al lupo e all’agnello, quando in realtà nessuno dei due era né l’uno né l’altro.
I suoi rapporti – dapprima diplomatici – con il sesso opposto erano iniziati piuttosto tardi: questo perché aveva sempre preso le distanze da certe abitudini della sua mamma, come quella di truccarsi in maniera vistosa in assenza del marito “per contraddire l’età”, come diceva lei, per poi incunearsi tra i corpi maschili di certi locali che la nostra signorina si limitava a osservare da fuori. Tirava a indovinare cosa accadesse all’interno di quella matassa di arti e bicchieri; e si domandava se anche il suo papà facesse lo stesso. Mai avrebbe pensato che lui potesse essere all’oscuro di tutto: la forza dei genitori non stava forse nell’avere in comune quante più esperienze possibili?
La sua mamma le diceva sempre – per tutelarsi – che non bisognava mai parlare alle spalle degli altri, e tirava fuori l’esempio di quelle odiose vicine di casa che se ne stavano appollaiate come avvoltoi sui balconi aspettando che accadesse qualcosa.
Malelingue baionette.
Avranno certamente avuto grossi problemi a mangiare, con quella lama al posto della lingua.
Il padre della nostra protagonista era invece di indole ben più riservata, e la sua mancanza di impeto e di spirito d’iniziativa contribuirono significativamente a mantenere la sua prua ben lontana dalle rotte lungo le quali transitavano i continui tradimenti della moglie. Possiamo immaginarcelo silenzioso, seduto al tavolo del soggiorno, con indosso i suoi inseparabili occhialini tondi da modellismo e davanti a sé la riproduzione in scala della HMS Victory, che si sta apprestando a ultimare. Di carnagione pallida, alle prese con una crescente stempiatura, ai suoi occhi le giornate di pioggia erano un grande trionfo; il doversi ridurre a domandare qualcosa ai commessi di un negozio, invece, la più grande sconfitta che gli potesse capitare.
La signorina Skitt non aveva mai riscontrato un comportamento del genere nelle condotte dei suoi fidanzati. Era forse un buon segno?
Negli ultimi anni aveva preso parte a una quantità smisurata di appuntamenti, sperando di trovare qualcuno che fosse originale a tal punto dal rispettare certi criteri che si era prefissata, i quali, tuttavia, con il passare del tempo, erano finiti per sfuggire persino alla sua infallibile memoria. Sbiadita – illeggibile – l’immagine dell’uomo perfetto, la signorina si era ritrovata costretta a dover sperimentare compagnie di ogni tipologia; il che l’aveva certamente arricchita di esperienza in questione, ma anche resa un facilissimo bersaglio per un Cupido che le sembrava annoiato a tal punto dal bersagliare solo lei. Si era strappata di dosso – senza smorfie – certe frecce… e sempre le erano tornate in mente le parole della nonna:
– Curati dal veleno, non inseguire il serpente, Mirandola.
Di serpenti ne aveva incontrati tanti, pensava lei, e da qualche tempo si era finalmente decisa a mettersi a lavorare – ininterrottamente – a un antidoto comune.
Ritroviamola quindi nuovamente seduta, con le gambe accavallate, sulla sua panchina; Pizarro a rincorrere qualche pettirosso, e lei con gli occhi fissi sul passato – come una Penelope dei giorni nostri – a tessere le trame di un cuore perforante-imperforabile.
La nostra signorina aveva una visione molto particolare delle relazioni amorose: una sorta di caccia al tesoro con due mappe diverse, dove il suo tesoro non è detto che sia il tuo, e per quanta strada si possa fare insieme, non è detto che insieme, fino alla fine, si resterà.
Viveva con un maialino perché per troppe volte le era parso di amare a sufficienza per entrambi, e lei, a differenza di un certo receptionist di nostra conoscenza, aveva impiegato pochissimo tempo a capire che ci sono ben poche cose più feconde di un errore.
Una processione di passi falsi, ecco cos’era stata quella miriade di appuntamenti; tanto falsi erano stati i passi che aveva scandito sul marciapiede stando al fianco – come una fondina, pensava lei – di tutti quegli sconosciuti.
Usciva di casa salutando Pizarro, armata di quella sua inseparabile clessidra a granello singolo, e con l’aria di chi si era abituata da tempo a concedersi alle persone con un anti-taccheggio su per il culo. Una breve passeggiata, qualche minuto in auto, un paio di rovinosi scambi di opinioni sul mondo della musica e del cinema, e poi la solita cena forzata consumata a tu per tu, spesso in ristoranti piuttosto pomposi – per fare colpo –, ambiente che certo non l’aveva mai aiutata a ignorare il forte sapore di premeditazione che avvelenava cibi, bevande, e le successive miscele di collutorio e saliva – quando le andava bene – che aveva magistralmente imparato a sopportare a proprie spese.
Tornava a casa senza il coraggio di guardare Pizarro negli occhi, il quale, dal canto suo, aveva capito che quando la signorina si tratteneva fino a tardi, nel caso in cui fosse riuscito a rimanere sveglio ad aspettarla, avrebbe ricevuto un po’ di latte riscaldato come ricompensa. L’accoglieva quindi sulla porta di casa, aprendo questa con il muso – dopo aver risposto al citofono e sbloccato in totale autonomia il chiavistello –, e riceveva la nostra signorina con la scodinzolando, segno di saluto, naturalmente, ma anche indice di un certo appetito. Lei sarebbe entrata in casa bisbigliando qualcosa tra sé e sé, si sarebbe quindi svestita – non mettendoci molto –, avrebbe acceso la televisione, cercato un film che potesse aiutarla a snellire qualche pacchetto di fazzoletti, e infine, ricordandosi del buon Pizarro, avrebbe eseguito quel gesto che a lui sarebbe apparso come un premio per essere rimasto sveglio ad aspettarla, ma che ai veritieri occhi di lei avrebbe assunto le sembianze di una bontà gratuita atta a compensare la falsità nella quale si era avvolta per tutta la serata.
Non aveva mai pensato di coinvolgere Pizarro in qualcuno dei suoi appuntamenti – per questo bisognerà aspettare ancora un attimo – per timore di finire al centro di aspri giudizi e sguardi imbarazzati. Lui non c’entrava nulla con quelle persone, e la signorina Skitt si era sempre premurata di evitare di parlare del suo maialino durante i vari incontri.
Se questo le facesse onore o meno, starà a qualcun altro stabilirlo, siccome noi per il momento dobbiamo assolutamente concentrarci su uno dei film preferiti della nostra signorina, che spesso e volentieri riempiva la televisione durante le ore successive al suo rientro. Una scena in particolare vedeva uno dei personaggi in fin di vita sfregiarsi il volto con un pezzo di vetro strappato a uno specchio, incidendosi sulla fronte il nome del proprio assassino in maniera tale che la polizia, una volta trovato il suo cadavere, avrebbe avuto almeno una traccia da seguire. Si trattava di una scena piuttosto impressionante – che spreco di ketchup, vero Pizarro? –, e la signorina Skitt si era spesso vista nei panni dell’attore, davanti al proprio specchio, esitando con il rossetto a mezz’aria mentre veniva assalita dalla volontà, che sempre aveva respinto, di uscire di casa con le labbra nude e “accettasi promesse” scritto sulla fronte. Questa immagine l’aveva sempre divertiva molto, e le aveva inoltre permesso di accettare la propria condizione per mezzo di un po’ di sana auto-ironia; ma quel suo ghigno sorridente avrebbe avuto vita breve, siccome la realtà dei fatti non aveva mai accennato alcun sorriso in sua risposta.
Si sentiva sola – sebbene fosse in compagnia – ed è sola che dobbiamo immaginarcela, ad ammirare, impotente, l’orbita di un biberon dentro un forno a microonde.
– E ora come ti senti?
– Sazia se ho mangiato, affamata se non l’ho fatto.
La signorina Skitt nascondeva con grande abilità l’amarezza che l’ultima relazione le aveva causato. Abbiamo già detto che un uomo fu effettivamente sul punto di diventare suo marito, e ripetendolo – un po’ come nel caso del signor Scoleridge – potremmo incorrere nel rischio di destare le ire della nostra protagonista. Limitiamoci quindi a sottolineare il fatto che i due fossero vittime dello stesso inestricabile dubbio: mantenere viva una qualche forma di speranza di riconciliazione, oppure arrendersi e costringersi a dimenticare fatti e persone. Nel caso della signorina, il primo problema stava nel fatto che non sapeva più nemmeno lei dove e come riporre le proprie speranze. Aveva passato molto tempo a leccarsi i baffi davanti a una sofferenza cotta al sangue – piuttosto che media o ben cotta –, e non di rado era finita per sperare di dimenticarsi dell’intera faccenda e di riprendere a vivere senza quell’insormontabile ombra che percepiva alle spalle. D’altro canto, è bene anche sapere che la nostra protagonista aveva sotterrato il nome di quell’uomo un po’ come si sotterra un ricordo nel cortile di casa: in profondità, ben nascosto, certo, ma pur sempre ricordandone il luogo, nel caso in cui…
Ecco perché le appariva sempre più sbiadita, sempre più opaca, la linea che divideva le uniche due opzioni che le rimanevano – a lei come al signor Scoleridge –, che abbiamo più volte citato e che, per cautela nei loro confronti, non elencheremo più. Concentriamoci invece sulla linea che separa la coppia di concetti, sulla quale lei si esibiva in un doloroso funambolismo: un giorno sembrava aver preso una decisione, e quindi potremmo immaginarcela pendere da una parte; ma poco tempo dopo – e spesso qualche ora era sufficiente –, per nulla convinta, ritornava allo stallo iniziale, con i piedi uniti, uno di fronte all’altro, e le braccia tese alla ricerca di un qualche equilibrio.
Il secondo problema stava nel fatto che più il tempo passava, più la sua indecisione sembrava rafforzarsi e, di conseguenza, più la linea sulla quale incespicava sarebbe finita per affievolirsi, fino a svanire del tutto.
In quale delle due metà distinte sarebbe caduta? Avrebbe rimpianto il non aver preso una posizione? E, soprattutto, si sarebbe sporcata?
In fondo basta poco per sapere che tanto più una linea è sottile, tanto più è affilata. E non di rado capitava che il sangue dei suoi piedi sgocciolasse al di sotto.
Un po’ qua e un po’ là.
Si svegliava, la mattina, ed era già ieri.
Dava il ben svegliato a Pizarro, faceva una doccia tiepida – neutrale –, e a stomaco vuoto si sedeva sul divano, timidamente striato da un drappello di raggi solari. Non sempre se ne accorgeva: quando se ne stava seduta, che fosse in soggiorno o sull’autobus, involontariamente prendeva a stringersi – mano sinistra – la pelle della coscia; alla stessa identica maniera, come se il suo corpo si fosse abituato a rispondere a qualcun altro, sfregava le caviglie l’una contro l’altra, per poi serrare le mascelle, e mettersi a tamburellare un ritmo picchiettando i denti con la lingua.
Questi comportamenti avevano iniziato a palesarsi durante il suo periodo di convivenza con il noto “ultimo uomo”, ed erano stati un insindacabile indice del fatto che qualcosa non dovesse andare per il verso giusto. Prima di abbandonare quella relazione la signorina aveva percepito – non senza una certa sorpresa – la propria mente cercare autonomamente di salvare il salvabile, e si era accorta che in ogni discorso che faceva a quell’uomo, sul punto del collasso del loro rapporto, vi erano nascoste – sepolte – le istruzioni per tornare da lei.
Mirandola – a questo punto si è creata una certa intimità, quindi possiamo chiamarla per nome – aveva saputo ascoltare il proprio corpo con grande fermezza, e avrebbe certamente concordato con un paio delle idee del signor Scoleridge a riguardo; tuttavia, la separazione – fisica, soprattutto – dal suo uomo le aveva lasciato un vuoto enorme da colmare in termini di affettività.
Pizarro faceva quel che poteva, questo è chiaro, ma per una giovane donna come lei, che zampettava attenta a non scivolare tra le torbide acque delle proprie insicurezze, era impareggiabile il contatto fisico con qualcuno che avesse le giuste chiavi per accedere a quella roccaforte inespugnabile che era la sua sfera intima. Noi – e con “noi” s’intende noi – queste chiavi le possediamo, e ci basterebbero un paio di paragrafi per attenuare le sofferenze della nostra protagonista; ma purtroppo – o forse per fortuna – la nostra vicenda vuole che Mirandola sia una persona particolarmente testarda e che, ereditando a grandi tratti dal padre, finirebbe per accettare un’offerta d’aiuto soltanto in caso di vita o di morte.
Riempirà quindi questo suo vuoto da sola, e con “da sola” s’intende in compagnia di Pizarro e di chiunque si paleserà a quest’ultimo, ultimo – ultimo – appuntamento.
Ecco perché l’abbiamo lasciata seduta immobile, con le gambe accavallate, per tutto questo tempo, sulla sua panchina: attendeva che calasse la sera e arrivasse l’orario stabilito di quel suo tentativo finale, che immaginava come una sorta di colpo di scena teatrale. Si era già premurata di liberare un paio di mensole dove avrebbe appoggiato l’eventuale delusione, e di riesumare una vecchia conversazione che ebbe con la nonna.
Corri dei rischi, Mirandola, altrimenti saranno loro a correrti sopra.
Io ci provo, nonna, e ci proverò, il fatto è che invece di correre li porto a spasso, come cani di cui non riesco a liberarmi del guinzaglio, che mi rimane incollato in mano; o forse no, forse sono loro che portano a spasso me, come padroni, e tengono saldo il guinzaglio sventolando per aria le mie paure museruole.
Ma ora basta con i ricordi. È tempo di andare.
Per la prima – e unica – volta, la nostra signorina nonché protagonista dell’intera vicenda Mirandola Skitt si alza dalla sua panchina.
Vestita in maniera casuale, struccata – occhi spogli, labbra nude, e fronte senza iscrizioni –, e questa volta con Pizarro al proprio fianco, sospira, con lo sguardo rivolto verso il cielo.
Cerca la stella più luminosa, la nonna, ma una nuvola la copre e non riesce a trovarla. Non c’è da preoccuparsi: lei sa bene – non è la nostra protagonista per caso – che è proprio quando una cosa sembra essere svanita del tutto che bisogna tirare fuori la forza di credere che ci sia ancora, lì, da qualche parte. Proprio come con qualcuno.
E qui potremmo metterci a protestare, dicendole che stavamo parlando di stelle, e non di persone.
Ma cosa sono le stelle, se non persone lontane, lontane…
L’orbita di un biberon dentro un forno a microonde è un romanzo d’invenzione di Federico Spagnoli.
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