Se la Hayes Society di Ishiguro è un’elitaria corporazione di maggiordomi, l’Istituto Benjamenta rappresenta una vera e propria scuola atta a plasmare le nuove leve della servitù.
Jakob von Gunten vi entra con l’intenzione di sfuggire al guanto dell’aristocrazia cui è destinato, guanto candido e delicato, certo, ma che sa afferrare e strozzare al pari delle mani sporche e rovinate che i suoi genitori rigettano. Il padre è noto per la carrozza con cui passa in rassegna la città, la madre vive in una distrazione costante tra uno spettacolo a teatro e l’altro, e il fratello, incastonato come una gemma irraggiungibile nei salotti borghesi, altro non è che il Doppelgänger di Jakob, sosia nefasto che scucchiaia in una Berlino minestrone culturale freddo e oleoso

Chi non si è lasciato sfuggire il predicato nobiliare avrà già capito che questo “diario di bordo” nasce come un ragguaglio di una scissione più emotiva che logica – essendo contrapposti i turbamenti interiori di Jakob alla ragionevole consuetudine da cui vuole sottrarsi –, e la genialità nel racconto di Walser non sta tanto nella velata disamina critica ai danni della società tedesca – vi è un che di Bölliano, anzi, il contrario: è nell’opera del futuro premio Nobel che riprendono forma i dettami dell’Istituto Benjamenta –, quanto nella modalità in cui l’assoggettazione servile è lasciata intendere. Jakob non è la vittima sacrificale di un sistema tirannico e alienante: le sue riflessioni sono costruite sulla base delle relazioni che ha stretto proprio all’interno della scuola, su tutte quella col compagno Kraus e con i signori Benjamenta, per mezzo delle quali resiste – quasi anestetizzato – e non perde sé stesso.
Un futuro Mr. Stevens teutonico, un Hans Schnier che scampa ancora per un soffio al frangente della disillusione, un Josef K. perfettamente innocente. Il rampollo dei von Gunten è una curiosissima e inaspettata via di mezzo. Un specchietto per le allodole atto a distogliere il nostro sguardo dalla decadenza, ma che sortisce l’effetto contrario.
Da leggere con la lente d’ingrandimento, anche se ci si vede benissimo.




