Nel corso della vita perdiamo principalmente due cose: i libri e le persone. A un certo punto (quando, esattamente? Non si sa: a un certo punto) ci accorgiamo che essi non fanno più parte della nostra giornata, ed è tutto. Lo spazio bianco all’inizio procura malinconia; dopo poco o molto tempo però ce ne dimentichiamo. E non ci viene il dubbio che quel libro o quell’individuo sia sparito perché non abbiamo mai capito davvero cosa volessero dirci, cosa volessero lasciarci. Succede tuttavia che essi ritornino, inaspettati, nella nostra immaginazione, e facciano risuonare la loro voce, per ispirarci non nostalgia, ma dubbi su noi stessi e sulle nostre scelte di vita. Su queste intermittenze del ricordo Andrea Pagani costruisce il suo originale The blind summit. Edoardo Martini, noto studioso del poeta Yeats e della letteratura irlandese, un uomo già più che adulto, dalla finestra del suo hotel a Bundoran, dove si è recato per un convegno, crede di vedere sul molo Anna, la sua fidanzata di un tempo, una persona ormai scomparsa dal suo presente. Edoardo non si muove dalla camera, resta in uno stato di perplessità: è questo il primo dei momenti in cui egli perde le proprie sicurezze di uomo di successo, e la realtà gli appare per la prima volta una trama irregolare, permeabile al possibile e all’imprevisto. Come la Eveline di Joyce resta quindi alla finestra, ma non riesce a trattenere la corsa della memoria, indietro, fino alle stagioni trascorse assieme ad Anna, prima a Bologna dove erano entrambi studenti a Lettere e poi in Irlanda, in un viaggio di studio che sa di inchiesta cavalleresca. I due spazi sono profondamente differenti tra loro, e il passaggio dal primo al secondo costituisce una delle chiavi del racconto. La Bologna degli anni ’80 è un melting pot culturale, insonne, divertente, una Terra di mezzo ricca di opportunità. Edoardo vi matura le prime ambizioni di una carriera dedicata alla ricerca, anche grazie a Gianni Celati, scrittore e anglista realmente esistito, suo insegnante, che lo incarica di uno studio in loco sul folklore magico irlandese. Anna pensa a un futuro diverso: vorrebbe acquisire competenze pedagogiche e linguistiche per andare in Senegal e insegnare ai bambini. Parrebbe il solito amore tra un lui maschilmente autoaffermatore e una lei femminilmente crocerossina e angelo degli sventurati. Invece no: Anna conserva una dimensione di penombra che né Edoardo né il lettore sapranno inscrivere nelle loro consuetudini mentali. Fa come da controcanto agli entusiasmi del suo compagno. E’ una sua coetanea, studentessa come lui, ma non avverte la necessità del riconoscimento sociale; la accarezza una leggerezza allusiva e misteriosa che affiora dalle profondità nascoste del secondo spazio, quello dell’Irlanda. Edoardo vi giunge con l’animo dell’esploratore, e da subito un’atmosfera sognante lo avvolge. Le strade che scompaiono oltre i dossi (blind summit, da cui il titolo del romanzo), villaggi che paiono foreste e foreste animate da sguardi curiosi. Senza avvedersi che folklore e poesia sono inafferrabili (ovunque, non solo in Irlanda), egli cerca una realtà puramente materiale: documenti da esaminare, concretezza filologica. E così facendo scivola più volte in incontri e situazioni troppo stravaganti per rispondere alla logica del buon senso comune (un costruttore mappamondi, ad esempio, oppure una bambina che parla come il Gatto del Cheshire di Lewis Carroll). Lo stupore di Anna è diverso dallo sconcerto di Edoardo, si illumina di una leve ironia e di un sorriso ineffabile, come se lei facesse già parte di quel mondo, e la magia che ne emerge a tratti fosse non un’infrazione alla logica ma un gioco di tutti i giorni. Il suo invito a Edoardo a proseguire il suo percorso verso l’insegnamento universitario, anche a costo di perderla (dall’Irlanda al Senegal, come si fa?) non è né un sacrificio d’amore né una mera constatazione in merito alle occasioni da cogliere al volo; sembra piuttosto un’ispirazione proveniente da un mondo oltre lo specchio, attraverso il quale entrano ed escono sogni e creature antichissime. Pagani fa abilmente dialogare i due differenti punti di vista: li intreccia nel sentimento, li scioglie al momento delle cosiddette scelte di vita. Poco per volta una distanza si apre tra Anna e Edoardo, ed essi giungono infine al blind summit dei loro cammini, quando del loro domani non v’è più certezza.
Dopo il viaggio in Irlanda la strada di Anna rimarrà sospesa; giunta alla sommità del dosso, il lettore la vedrà scomparire. Quella di Edoardo proseguirà, tra i successi professionali, fino all’hotel di Bundoran e alla riapparizione (vera? illusoria? magica?) di Anna sul molo. Il ricordo di lei ha costretto Edoardo a ripensare ai loro due anni di sodalizio, a raccontarseli in altro modo, sostituendo la gravitas della cattedra accademica con la grazia che stava negli occhi della sua ex ragazza e in tutti quei libri e in quella poesia a cui ha dedicato la propria vita di studioso, senza averne compresa l’intima sostanza.
Nulla di ciò che si perde è perduto per sempre, insegna Pagani, perché prima o poi ritorna e, con rinnovata pazienza, ci insegna di nuovo le parole della nostra vita.
di Marco Marangoni




