Dicono che qui sia vissuto un poeta. Non riesco a immaginare che abbia potuto vivere in queste strette, buie stanze. Forse un avvocato, un dottore, ma non quella cosa fragile che è un poeta. Vi sono dei fiori dipinti sul soffitto della stanza da letto, e sembra che per tale motivo abbia scritto in una delle sue lettere: «Sento le margherite crescermi sopra i capelli». Era malato, e lo sapeva. Aveva studiato medicina. Una targa ne riporta il nome: John Keats.
Esco sulla piazza di Roma nella quale, come un dado gettato dall’altezza di Trinità dei Monti, è caduta la casa del poeta. La fontana pare un giocattolo abbandonato da qualche titano: una barchetta di pietra in una pozzanghera. I turisti la amano. Anche io ne sono rapito. Ogni volta che sento il verso dell’acqua mi viene in mente il canto dell’usignolo. Passo accanto a un gruppo di americani vestiti di tutto punto. Mi chino sul bordo di travertino e, per gioco, intingo l’indice nell’acqua: voglio scrivere qualcosa, ma non so cosa. Scelgo, infine, di scarabocchiare il mio nome. Nel sollevarmi osservo una carrozza. Ho un vago ricordo di mio padre. Non posso perdere troppo tempo, tuttavia, perché sono atteso in un posto un po’ distante da Piazza di Spagna. Mi tocca prendere la metro. Scivolo dentro la stazione. Entro in uno dei vagoni. Vicino a me, due giovani, seduti sui posti al termine del treno, discutono di un film appena uscito. Colgo parole come “ultraviolenza”, “drughi” e “Cura Ludovico”. Uno dei due ha i pantaloni larghi sopra la caviglia. Non comprendo questa moda: i calzoni io li ho sempre indossati stretti. L’altro porta una folta barba; anche questo dettaglio mi colpisce, perché noi non usavamo.
Mi sembrano spaesati, come se non fossero di questo tempo. Gesticolano, ma io non comprendo il significato dei loro cenni. Non so leggere ugualmente i simboli di cui sono ornati, spesso rossi e geometrici, in altri casi tondi e grigi; v’è anche un volto, di un uomo con la barba e i capelli lunghi, i cui occhi neri e penetranti associo allo sguardo, come l’ho sempre immaginato, di Cortez su una vetta del Darién.
Mi distraggo con gli altri passeggeri: mi sembrano immobili come se fossero in posa per un ritratto. Vedo più di un Reynolds, seppur sotto abiti e acconciature totalmente diversi. Una coppia in un angolo si staglia netta (forse per la cattiva luce della metro), due silhouette in bianco e nero: l’uomo mi ricorda un medico e la donna sua moglie. Il treno si ferma; mi unisco alla folla dei ritratti appena usciti dalla cornice. I due ragazzi sono svaniti. Uscendo dalla stazione riconosco la piazza che mi si offre alla vista. Individuo anche la Piramide. Mi dirigo verso il cimitero che le sta accanto. Dicono che là vi siano sepolti poeti e scrittori celebri. Non so se sia vero, sebbene io vi incontri spesso dei personaggi eccentrici. Fortunatamente, oggi non vedo nessuno, mentre cammino tra le tombe, mentre ascolto il verde farsi oscura sera: non scorgo, infatti, l’uomo dal petto svuotato, il tizio dai capelli e l’intelligenza di un corvo, l’angelo eternamente in lacrime…
La vista di una lapide mi spinge a fermarmi. V’è una lira scolpita. Non so per quale motivo mi viene da pensare che le corde siano fatte di capelli intrecciati, forse dei miei. Mi avvicino alla tomba. Qualche visitatore (questo cimitero è famoso) ha lasciato un vasetto di vetro decorato con colori brillanti: vedo dipinti due giovani appena separati dall’interminabile attesa di un bacio, un musico trasfigurato dalle sue note, sparse per una macchia abitata da api, e una città articolata come un labirinto, svuotata come talvolta mi compare in sogno Roma. Mi chino per toccare il vaso, e d’un tratto ricordo! Come crescono dolci sul mio capo le margherite, e come pesa la terra sulla tomba del poeta John Keats, quasi come dure coperte, le stesse in cui mi sveglierò, domani, nella mia casa a Piazza di Spagna, sotto il soffitto a fiori, svegliato dal fluido canto della fontana della Barcaccia.
Angelo è assegnista di ricerca in lingua inglese presso l’Università di Cassino. Tra i suoi interessi di ricerca: la letteratura vittoriana, la storia del gioiello nei paesi di lingua inglese, il romanzo storico angloamericano del Novecento.
Ha scritto sui racconti del soprannaturale di R. L. Stevenson e Vernon Lee, nonché sulla narrativa di Virginia Woolf, Anthony Burgess e Frederic Prokosch. Ha esordito come romanziere con “La macchina di Babele” nel 2021 (Porto Seguro Editore). Ha pubblicato la monografia critica “Il ritratto immaginario dalla fin de siècle al contemporaneo (Solfanelli, 2024).




