Ci è dato trascorrere soltanto una manciata di ore con il signor Hans Schnier, clown di professione. Rinchiuso nella sua stanza a Bonn, cittadina tedesca dispersa nella Renania, con il ginocchio gonfio per un recente infortunio e sfigurato moralmente da una spietata recensione stampa, al protagonista di questo romanzo non è rimasta altro che l’autocommiserazione. I punti dolenti sono tanti, profondi, e pulsanti di un dolore vivido che il passare degli anni non è riuscito lenire, nemmeno in parte, e le circostanze attraverso le quali Schnier fa passare il proprio ago mnemonico rivelano il sudario di una Germania in lenta ripresa dalla disfatta del regime nazista, dove la componente borghese deglutisce in un angolo cercando di ricompattarsi alla luce del nuovo governo democratico.
I coniugi Schnier hanno perso tutti e tre i figli. Ognuno in una maniera diversa: Henriette, arruolatasi nei corpi della difesa antiaerea Fliegerabwehrkanonen (FlaK) e deceduta in battaglia; il piccolo Leo, che una volta cresciuto si convertirà di sana pianta al cattolicesimo e svanirà tra le mura di un convento dove studierà teologia; e Hans, il protagonista, che tutta la famiglia vedeva “già la mattina uscire di casa all’alba, il pacchetto di panini e la cazzuola sotto il braccio, gettare un bacio verso la finestra di Maria” per poi rientrare a casa “stanco ma soddisfatto”, e che invece ha preferito seguire la strada dell’attore comico ed è finito per fare il clown.
Ripudiato dai suoi familiari e nel bel mezzo di una dolorosa fase calante della propria carriera artistica, Hans si ritrova alle strette in termini economici, anche se, come lui stesso confessa al padre, il suo è un problema di cuore.
La conoscenza di Maria Derkum risale ai tempi del liceo, in una Bonn descritta con un certo provincialismo, la classica cittadina dove tutti conoscono tutti e, poeticamente, tra la cinquantina di persone che ti circondano ogni giorno vaga in tutta spensieratezza la donna della tua vita. In un ambiente dove i ragazzi vengono incessantemente fatti giocare a pallone per distrarli dal pensiero delle compagne, il desiderio di Hans per Maria è inesauribile e, per fortuna o ricompensa, ricambiato in principio.

La semplicità della scrittura di Böll tratteggia l’adolescenza di un eroe decaduto che, tra un sorso di cognac freddo e l’altro, ricorda i tempi in cui l’unica preoccupazione era quella che il signor Derkum non si accorgesse delle sue incursioni notturne nella stanza di Maria, insieme alla quale era riuscito a costruire un’unione candida e innocente, che tuttavia non si concretizzò mai a causa delle ideologie ferventemente cattoliche di lei. Sarà proprio il cattolicesimo a portare via Maria da Hans, il quale, non avendo alcuna credenza religiosa particolare, aveva promesso alla donna di essere ben disposto a convertirsi alla fede cristiana. Lei lo aveva respinto, in quanto convinta che la sua decisione fosse scaturita da un puro istinto di convenienza materiale e non da un reale intento di dedicare la propria vita al Signore. Apertamente ammessa la versione della donna, Hans si era visto Maria scappare da lui con il cattolico Züpfner, che avrebbe di lì a poco sposato alla ricerca di una relazione davvero conforme agli standard borghesi e che sarebbe divenuta completamente diversa da tutto ciò che le avrebbe potuto garantire la convivenza con un clown di professione. Rimasto aggrappato soltanto alla propria arte, il secondogenito della famiglia Schnier riflette sul percorso che lo ha portato dal rappresentare un prezioso talento dal valore di centinaia di marchi a essere l’ultimo artista sulla lista del proprio agente, al quale Hans sarà addirittura costretto a chiedere un prestito, umiliandosi di un’onta auto-inflitta che, con lo svilupparsi della vicenda, finirà per non fargli più né caldo né freddo. Non c’è umiliazione più grande, per il clown, del vedersi rifiutato l’aiuto richiesto da tutte quante le persone che anni prima gli sarebbero state accanto, e che ora, invece, sono finite per vedere in lui soltanto il fallimentare emblema di chi è rimasto troppo a lungo ancorato alle proprie fantasie romantiche, e che non è riuscito a liberarsi dall’ingenuo desiderio di voler fare l’artista – contrapponendosi agli standard borghesi della propria comunità – e di voler passare tutta la vita con l’amore della propria adolescenza.
Bonn è il lenta ripresa, al di fuori: i treni corrono lungo i binari, i taxi si susseguono in prossimità delle stazioni e gli alberghi confinano, come gli angoli di un ring, il crocevia di viaggiatori dal quale Hans è stato rigettato, non avendo più denaro. Nelle tre ore di narrazione minimale, seducente ma allo stesso tempo distante architettata dallo scrittore tedesco, il protagonista ripensa al letto sul quale giocava insieme alla sua amata a Mensch ärgere Dich nicht, sul quale ora dorme da solo mentre lei è prigioniera degli standard cattolici della sua nuova unione. Hans crede che prima o poi lei si renderà conto del lavaggio del cervello di cui è stata vittima, e che lascerà il borioso Züpfner per tornare da lui. La faccenda non suona nuova alle orecchie del padre, che incontrando Hans nel suo piccolo appartamento cerca di offrirgli un aiuto economico; ma anche in questo caso, i rimpianti e rimorsi del protagonista Bölliano hanno la meglio su qualsiasi tentativo di riconciliazione, e i ricordi strangolano quello che dovrebbe essere l’incontro intimo tra un padre e un figlio, e che invece assumerà le sembianze di un mero trattamento diplomatico.
Ed è appunto a questo capolavoro di diplomazia introspettiva che ruota attorno la dimensione del clown, dell’artista la cui totale decadenza si deve non soltanto ai suoi fallimenti concreti, ma anche al disfacimento degli indizi interiori con i quali era solito orientarsi nei meandri di sé stesso. Perso il proprio valore come artista, con la reputazione infangata dai critici della sua stessa città, completamente al verde se non per un singolo marco che getterà dalla finestra, e ancora alle prese con la convalescenza amorosa dovuta all’abbandono di Maria, la comicità del clown sbiadisce e ne sterilizza l’interprete.
Quest’opera di Böll è la discesa della lacrima scura sul volto bianco dell’attore comico, al quale, assentatosi dai moti di rinascita del proprio paese e perennemente presente alla lenta, inesorabile disfatta delle proprie speranze, non rimane altro che il torbido retroscena del dramma.




