Intermezzo – Sogno Uno
C’è qualcuno.
Lo giuro.
Mi giro sul fianco e il lenzuolo mi rimane attaccato, come incollato alla schiena.
Da quanto è fermo? Dieci, venti minuti.
Se non si rimette a girare lo strappo giù quel ventilatore del cazzo.
L’alito che viene dalla finestra è inodore, insapore, e non rinfresca più. Le guance, la fronte, i capelli, cristo, ovunque; non posso sudare così, non di notte.
Non quando c’è lui.
Devo bere. Devo.
Dovevo.
Sento che il cuscino mi si arrampica sul collo, mi strangola, è bollente e tutto spigoli. Ma cos’è. Che cazzo è.
Non so dove asciugarle, le mani.
Le dita grattano il materasso nudo.
Siamo io e lui. Io contro lui. E quel cazzo di occhio. Quella pupilla.
La pupilla della vipera.
Dice voltati.
Dici bene tu. Voltati. E dove vuoi che vada? Sei solo un occhio. Solo uno stupido occhio del cazzo. E io mi volto, mi volto, guarda, mi volto. E cosa cambia? Cosa è cambiato? Solo uno stupido occhio del cazzo.
E quella televisione accesa. Di là. Sempre accesa. Sempre accesa e sullo stesso canale.
Che ronza, e ronza e non smette mai.
E vedo la stazione. Sì, è la stazione, proprio sul muro. La stazione che si riempie e il treno che si vuota. La stazione si riempie e il treno si vuota. Lei che si riempie e lui che si vuota.
E cosa dovrebbe voler dire? Cosa cazzo dovrebbe voler dire, cristo.
Tremo. E tu non lo sai perché tremo. Non lo sai.
No. Siamo in due. Siamo due. Io e lui. Io contro lui. Mi viene a prendere. Arriva. Oh, come arriva. Lui arriva.
E tu dove sei? Dove sei. Dimmelo. Devi dirmelo. Tu. Devi dirmelo.
La tv accesa. Accesa. Accesa e che ronza. E quel cazzo di canale. Lo stesso, lo stesso di giorno e di notte.
La notte.
La notte di adesso.
La notte e la luna.
La notte di adesso e la luna di allora.
La luna di allora e quella pupilla.
La pupilla.
La pupilla della vipera.
Dice voltati.
Voltati, dici tu. Ma chi di noi due è lo spettro? Chi? Chi di noi due, cristo.
Questo non lo capisci.
Tu. No, questo non lo capisci.
La luna, dici tu. Lei è spettro perché deve esserlo. Deve.
Lo capisci? Io no. No.
Non devo essere. Non devo.
Non dovevo.
E quelle braccia, quelle gambe. La valanga.
Chi è rimasto? Io e lui. Io contro lui. Ecco chi è rimasto.
E tu dov’eri? Dov’eri tu? Non c’eri. Tu lì non c’eri.
Sei solo uno stupido occhio.
Solo uno stupido occhio del cazzo. Crepa.
Crepa tu e tutto il resto. Prenditi tutto. E vattene. Vattene via. Vattene via da me.
Sono solo. In casa.
In casa e fuori.
In casa sono da solo e puoi prenderti il ventilatore. Puoi prendere tutto. Prendi la finestra, prendi la stazione, il treno. Prenditi tutto. E vattene.
Mi volto. Io mi volto. Lo vedi? E dove mi dovrei voltare? Dove cazzo dovrei voltarmi?
Siamo io e lui. Due. Siamo due. Uno e due, cristo. Uno e due. E tu vattene. Vattene. Vattene via da me.
Vattene, ti prego.
Prendi tutto. Prenditi tutto.
Solo… non il televisore. Ecco.
In casa sono da solo. In casa e fuori.
In casa sono da solo.
Da solo.
Eppure qualcuno, di là, ha cambiato canale.
Il lacchè ha un sinistro niente male. Quando riceve la pallina di carta, bottiglia di plastica o pigna tra i piedi, riesce sempre a liberarsi dai propri marcatori e a tirare dritto in porta. Non si può dire lo stesso per il drago, che a sua discolpa alza con fare sconsolato la zampa, mostrando gli artigli a Oliver, il cui passaggio filtrante di una lattina di Coca-Cola schiacciata è finito tra i piedi di un signore seduto su una panchina. Arrendendosi all’idea di non poter contare su quest’ultimo come raccattapalle, il piccolo Oliver chiama a raccolta i suoi due amici e fa cenno loro di aspettarlo fuori mentre lui si appresta a spingere la porta del fruttivendolo – al terzo tentativo fallito, diciamocelo tra noi, si ricorderà della scritta tirare.
Il drago e il lacchè stanno sempre di fuori.
Senza se e senza ma.
Questo non per insofferenza nei loro confronti – potremo mai permetterci? – bensì perché la presenza del drago comporta solitamente due problematiche: innanzitutto è gigantesco, e con il nostro ragionamento stiamo chiaramente facendo riferimento agli standard di Oliver, che ha otto anni, e dal suo punto di vista la categoria “gigantesco” inizia con il fuoristrada del suo papà e termina con la riproduzione dello shuttle americano che aveva visto al Museo della Scienza e della Tecnica qualche mese prima. Il drago, che supera facilmente i tre metri d’altezza, è quindi gigantesco. Potremmo perfino spingerci a dare una nostra personalissima definizione di questo termine, ma conoscendo Oliver – ve lo assicuro – insisterebbe affinché venisse utilizzata la sua. E quindi:
“Gigantesco è tutto ciò che non si può impacchettare e mettere sotto l’albero di Natale”.
Qualche sprovveduto aveva provato a spiegargli che anche una pantera nera, ben più piccola del suo drago, sarebbe stata di difficile impacchettazione, ma Oliver non ne aveva voluto sapere.
Il secondo problema stava nel fatto che il drago soffrisse, di tanto in tanto, di un terribile attacco di solitudine. Ecco perché il lacchè, che dal canto suo gigantesco non era, stava con lui fuori dagli edifici per tenergli compagnia.
Oliver entra dal fruttivendolo, voltandosi subito a scambiare uno sguardo d’intesa con il lacchè.
Torno subito, sembra dirgli Oliver.
Ti aspettiamo qui, sembra rispondere il lacchè.
ROARRRRR, aggiunge il drago; prontamente sgridato dal suo compagno. Ruggire in pubblico, effettivamente, viola le norme del galateo, lo sanno tutti.
Le monete della mamma lasciavano sempre uno strano odore tra le mani di Oliver. Quando l’incarico di andare dal fruttivendolo sotto casa spettava a lui si sentiva molto responsabile. Bisogna tuttavia dire che i proprietari del negozio erano i suoi genitori, e che le buone maniere con le quali si sarebbe dovuto rapportare con la cassiera, ovvero la mamma, sarebbero state argomento di discussione un paio di giri d’orologio più tardi – della lancetta corta, s’intende –, quando i tre componenti della famiglia si sarebbero riuniti per cena.
La realtà dei fatti, e con “realtà dei fatti” bisogna intendere la realtà e i fatti di Oliver, era che anche il drago e il lacchè facevano parte della famiglia, soltanto… in maniera diversa. Il drago in casa non poteva certo entrare, e se ne stava spesso appollaiato sul davanzale.
Impossibile, potrebbe dire qualcuno.
È grande grande ma non pesante pesante, gli risponderebbe Oliver.
Il lacchè, invece, contando sul fatto che il drago non si sentisse solo vista la prossimità delle mura domestiche, accompagnava Oliver di stanza in stanza, talvolta aprendogli la porta, talvolta vedendosi aperta quest’ultima dal suo amico, che ringraziava con uno dei suoi elegantissimi inchini. Tuttavia, l’innegabile eleganza del lacchè sembrava non esistere agli occhi del papà di Oliver, che apparecchiava la tavola soltanto per tre.
Quando Oliver tirava fuori la questione delle monete e dell’odore che gli impregnava le dita ogni volta che scendeva a fare compere dal fruttivendolo, la sua mamma lo scortava in bagno ripetendogli di lavarsi le mani. Sempre, dopo aver toccato i soldi. E sempre, senza sprecare acqua. A detta della mamma di Oliver l’acqua non andava mai sprecata perché era la risorsa più preziosa di tutte. Che così fosse o non fosse – e sempre che avesse capito a pieno la parola risorsa – Oliver cercava spesso di dimostrarle che anche lui si impegnava a non sprecare l’acqua. Ma quando tirava fuori la questione della bontà del proprio drago, la mamma faceva roteare gli occhi e cambiava discorso. Con l’auspicio che le parole di Oliver trovino l’asilo che meritano tra i moti affettuosi di chi legge, ecco che ci frapponiamo tra lui e la mamma per chiedergli di continuare con la storia del suo drago.
Un drago cattivo sputa fuoco.
Un drago buono sputa acqua.
E il suo, di drago, era il più buono di tutti.
Ecco perché insisteva con i genitori sul fatto che non ci fosse bisogno di comprare l’acqua in bottiglia, di lavarsi le mani nel lavandino, o di aspettare cinque minuti affinché l’acqua della doccia diventasse calda. Avevano un drago buono a disposizione, non sarebbe stato uno spreco non farne uso?
A giudicare dagli sguardi assai poco convinti dei propri genitori, Oliver aveva dedotto di no. Forse, oltre a non aver compreso cosa fosse una risorsa, anche cosa significasse uno spreco non gli doveva essere del tutto chiaro.
Poco importa, pensava Oliver.
Alla televisione facevano vedere soltanto i draghi cattivi, cioè quelli che il fuoco lo sputano e che gli incendi li creano. Il suo drago il fuoco lo detestava, e quando i camion dei pompieri sfrecciavano per le strade con le sirene spiegate, aveva l’abitudine di seguirli in volo, facendo lo slalom tra i semafori e i lampioni.
Oliver ne era sicuro: se mai avesse preso fuoco, proprio come nei film, per un motivo o per un altro, il suo drago sarebbe stato lì a spegnergli le fiamme di dosso. Un amico così non lo si trovava dappertutto, anche perché non conosceva nessuno dei suoi amici che fosse in grado di fare la pipì svolazzando per aria dal sesto piano, facendo passare il getto tiepido dalla finestra aperta – se solo la mamma avesse visto –, imbucando perfettamente il gabinetto; e certo era che nessuna delle persone che aveva conosciuto sembrava poter essere in grado di produrre dal proprio naso acqua potabile. Il drago doveva essersi allenato molto prima di conoscere Oliver, perché sapeva spruzzare acqua naturale oligominerale dalla narice destra e leggermente frizzante da quella sinistra. Quest’ultima, naturalmente, era molto più difficile da produrre per il drago a causa delle bollicine, che non di rado gli causavano uno starnuto enorme.
Gigantesco.
Starnuto gigantesco, mi correggerebbe Oliver – effettivamente, come si impacchetta uno starnuto?
Il suo era proprio un bel drago, pensava lui.
E aveva tutte le ragioni del mondo per vederla così.
Va tuttavia aggiunto che il concetto espresso da Oliver non rispecchia a pieno la verità riguardo il suo drago; alla luce di ciò sarebbe lecito insistere, volerne sapere di più. Il fatto è che Oliver non avrebbe avuto molte altre parole con cui descrivere il proprio amico, e questo stava a significare che i suoi genitori riuscivano perfettamente nell’intento di crescere un bambino gentile e beneducato, che non si sarebbe certo abbandonato tanto facilmente all’uso improprio di certe terminologie scurrili e volgari.
Starà dunque al sottoscritto esporre fedelmente la verità riguardante il suo drago. Niente di più facile. Altroché un bel drago, come diceva lui.
Quello era un drago con i controcazzi.
Il lacchè vestiva sempre di bianco e aveva un sacco di superpoteri. Quando la mattina faceva freddo, ad esempio, riusciva sempre ad alzarsi prima di Oliver e a essere vestito e pronto per la giornata imminente ben prima che lui aprisse gli occhi. Il perché la scuola dovesse iniziare così presto era un bel mistero: forse le maestre di tutto il mondo conoscevano un qualche trucco per vincere il freddo che mordeva la pelle una volta fuori dalle coperte; eppure nessun altro aveva il lacchè a propria disposizione, che esortava Oliver – con i suoi gesti candidi – a farsi forza e a uscire dalle lenzuola per poi attraversare il corridoio e andare in bagno a prepararsi. I superpoteri del lacchè non finivano certo qui; basti pensare che la mattina era l’unico, in casa, a riuscire a non proferire parola. Sembrerà una cosa da poco – posso capirlo –, ma ogni mattina, preparandosi per la scuola, Oliver si sentiva come bombardato dalle mille domande che i suoi genitori sembravano tenere in serbo per le colazioni di casa.
Oggi cosa fate a scuola?
Per qualche motivo le conversazioni mattutine gli rimbombavano in testa come fossero indumenti imprigionati nell’oblò della lavatrice.
Si è ripreso il tuo compagno di banco?
Fortunatamente poteva sempre contare sul lacchè, che dal canto suo di domande non ne aveva mai fatte, specialmente la mattina. Lui sì che capiva Oliver.
Allora la gita di quest’anno?
Va anche detto, tuttavia, che il lacchè di parole non ne pronunciava in generale; e questo non perché non volesse disturbare Oliver durante le sue preparazioni mattutine, bensì perché apparentemente non era in grado di farlo.
Hai finito tutti i compiti, vero?
Muto come un pesce – o come l’omino della tv con il volume a zero, direbbe Oliver – il lacchè si esprimeva grazie al proprio sguardo dorato, di tanto in tanto accompagnato da una serie di gesti leggeri, eleganti, perfetti, come lo sbattere d’ali di un cigno. Ecco perché, come una volta gli aveva raccontato la sua mamma, aveva vinto per due volte di seguito il Campionato Mondiale di Spazzolata Dentale. Oliver andava molto fiero del traguardo del suo amico, e ogni sera si metteva fianco a fianco al lacchè, davanti allo specchio, e lo imitava lavandosi i denti con tecnica a dir poco sopraffina – la mamma, soddisfatta, vestiva i panni del giudice. Non era ben chiaro il perché la mamma e il papà si rifiutassero di accogliere il suo lacchè all’interno della famiglia. Oliver veniva sempre sgridato se, quando gli veniva passato un telefono carico della voce di una zia sconosciuta, non sorrideva a ventiquattro denti come se l’avesse avuta davanti. Il lacchè, e questo Oliver lo considerava come un super-superpotere, sorrideva sempre. Sempre. Bisogna anche dire che il lacchè, di denti, ne aveva già trentadue: gli era forse più facile sorridere avendone qualcuno in più?
L’altro super-superpotere del lacchè stava nel fatto che, sorridendo sempre, non piangesse mai. Mai.
Oliver si chiedeva come fosse possibile. Una volta era caduto sull’asfalto, perdendo l’equilibrio durante una corsa con gli amici, e si era scorticato le mani e sbucciato le ginocchia.
Aveva pianto, è vero, però, a sua discolpa, non aveva deciso lui. Il fatto è che la gola gli si era chiusa, il mento gli si era contratto, e lui non aveva saputo come fermarlo, questo pianto. Gli occhi si erano riempiti di lacrime e le guance si erano gonfiate, come se un qualche abitante dei polmoni, stanco di ricevere l’aria dall’esterno, si fosse deciso a restituirla tutta.
Non si poteva controllare, il pianto, ma la sua mamma faceva finta di niente, e non perdeva mai una singola occasione per sgridarlo sonoramente.
Lo sciroppo sapeva di frutta rossa e zucchero. Certo, avrei potuto dire caramella, ma il sapore ferroso del cucchiaino impugnato dalla sua mamma impediva al piccolo Oliver di provare la stessa sensazione di quando masticava le gelatine colorate che riceveva come premio dal dentista per avere fatto, come diceva lui, “un ottimo lavoro”. Non tutti i bambini, effettivamente, allenavano la propria spazzolata dentale con un lacchè.
Quando arrivò la tosse, la pelle del drago sembrò sbiadire un poco, e passò dallo scintillante verde smeraldo con cui era stato concepito a un verde più simile a quello della scorza del lime – o di una mela, per rimanere tra i frutti conosciuti da Oliver. Anche il lacchè impallidì vistosamente, il che è tutto un dire, siccome la sua carnagione era già di per sé molto chiara; eppure, quando i conati di tosse iniziarono a colpire il suo amico, la pelle del volto iniziò a perdere ogni accenno di rosa, facendone sembrare le guance e la fronte come un prolungamento della sua uniforme bianchissima.
Oliver tossiva forte, e si sentiva la fronte scottare; il drago avrebbe potuto rinfrescarlo con uno dei suoi getti d’acqua, poco ma sicuro, ma dal momento in cui Oliver si ammalò, sembrò perdere gradualmente le proprie abilità. Volava basso, fuori dalla finestra della cameretta, e quando passavano i camion dei pompieri si limitava a seguirli con lo sguardo: le ali piegate, la coda senza vita, e le nuvolette di vapore acqueo che, triste com’era, sbuffava dalle narici umide. Il lacchè faceva tutto il possibile per adempiere alle proprie mansioni, ma convincere Oliver – il suo corpo – a uscire dal letto sembrava non riuscirgli più.
I suoi compagni di classe sembravano sentire la sua mancanza: questo Oliver lo seppe grazie a un foglio zeppo di scritte a colori che la mamma gli appoggiò davanti agli occhi, poco prima di somministrargli la terza dose di sciroppo del giorno. Avrebbe sorriso, e forse addirittura riposto il foglio all’interno del primo cassetto, se solo avesse avuto la forza di leggerlo.
Il naso si era impuntato a non lasciar passare nulla, a prescindere dalla direzione di entrata e di uscita. Era inutile continuare ad accumulare tutte quelle piramidi di fazzoletti, perché il vero problema, come aveva detto il dottore, non era lì.
Oliver percepiva a malapena lo scorrere delle settimane: l’unica cosa che lo aiutava a differenziare quei giorni era la consistenza sempre più densa e il sapore sempre più amaro delle dosi di sciroppo. I flaconi, all’inizio, avevano etichette piene di colori e di animali disegnati; ben presto, tuttavia, il papà di Oliver iniziò a presentarsi al cospetto del suo letto con boccette di vetro arcigno e marrone, aventi all’interno un liquido simile al miele, anche se molto più scuro e dal sapore di gran lunga peggiore.
Neppure il drago, che divorava di tutto e di più, sembrava essere in grado di sopportare quella serie di intrugli prescritti dal dottore. Il suo metabolismo era in simbiosi con quello di Oliver, e man mano che la situazione di quest’ultimo peggiorava, il drago volava a quota sempre più bassa, e solo e soltanto per raccogliere le scaglie che, da qualche tempo, aveva iniziato a perdere. Il lacchè gesticolava come un forsennato, cercando di convincere il proprio amico a ingoiare gli sciroppi dall’aspetto viscido e catramoso. Il suo volto, rigido e contratto dagli sforzi, si riempiva di rughe come fosse un polpastrello immerso troppo a lungo nell’acqua. Oliver vedeva i suoi amici diventare sempre più bianchi, e pensava all’abat-jour che un anno prima la mamma gli aveva messo sul comodino, la quale luce, nel tempo, si era smorzata fino a perdere la propria vita del tutto.
Ma io non vi perderò mai.
Perché voi siete i miei amici.
Il papà e la mamma ogni tanto se ne stavano seduti per ore al tavolo da pranzo, anche se avevano già finito di mangiare da un pezzo: le stoviglie che colmavano il lavandino, tutte ancora da lavare, e il tavolo ricoperto di fogli bianchi, cartellette e documenti sui quali, di tanto in tanto, cadeva una delle – rarissime – lacrime della mamma.
Oliver non poteva credere alle proprie orecchie.
La sua mamma?
Singhiozzare in quel modo?
Chissà che brutta notizia doveva avere ricevuto.
Lo pensava lasciandosi andare, la sera, accogliendo il lieve sonno come fosse un respiro. Ad augurargli la buonanotte, insieme al suo lacchè, il brivido di luce che sopravvive alle dolci morse delle porte socchiuse.
Lo sciroppo iniziava ad avere il sapore dell’asfalto, e accoglierlo tra le labbra era già di per sé una sfida ai limiti del possibile; se poi vi si aggiungevano anche i sempre più frequenti tremori delle dita della mamma, Oliver aveva già messo in conto che prima o poi quel liquido si sarebbe rovesciato, colandogli sul mento come bava, per poi finire a imbrattare le coperte. Era stata una vera fortuna che anche il suo papà se ne fosse accorto, anche se d’altronde la pulizia delle lenzuola era sempre stato un tema a lui molto caro; questo perché Oliver aveva cessato soltanto da pochi anni di risvegliarsi la mattina con le lenzuola bagnate, ed era sempre toccato al suo papà occuparsi di quelle piccole e innocenti inconvenienze. L’altra vera fortuna stava nel fatto che le dita sottili delle infermiere, al contrario di quelle della mamma, non tremavano mai. Certo, gli sciroppi erano sempre gli stessi, e ogni tanto gli facevano scorrere qualche macchinario imbevuto in una sorta di gel freddissimo sul petto, eppure per qualche motivo gli veniva più semplice affrontare quelle due o tre missioncine, come le chiamava il suo papà, perché l’infermiera era sempre sorridente – che avesse imparato dal lacchè? – e la parete era piena di disegni colorati. Alcuni di questi, raffiguranti quelli che un occhio molto attento avrebbe giudicato come rappresentazioni primitive di alieni e dinosauri, gli ricordavano il suo drago.
Da qualche giorno non lo vedeva più siccome la sua nuova stanza dalle pareti color crema di finestre non ne aveva. Probabilmente, in quel preciso momento, il suo drago stava atterrando all’eliporto dell’ospedale, facendo sgranare gli occhi a tutti quanti gli addetti ai lavori. Quando lo aveva detto alla sua mamma, questa si era messa a piangere a dirotto, rifugiandosi tra le braccia del papà. Una scena un po’ strana, pensò Oliver, visto che a poca distanza vi era il lacchè con il suo immancabile sorriso a trentadue denti. Non avrebbe mai smesso di sorridere, Oliver lo sapeva: perché doveva dare a lui l’esempio da seguire. Non ci si poteva certo mettere a piangere in quel modo, a prescindere da quali fossero state le parole che il medico aveva sussurrato alle orecchie del suo papà. Non bisognava avere paura, diceva lui; ma i suoi occhi evitavano lo sguardo del figlio.
Si starà riferendo al mio amico, pensava Oliver. Effettivamente il lacchè di paura doveva provarne, visto che si era legato intorno al braccio un nastro color indaco. Temeva di non essere riconosciuto, in mezzo a tutte quelle persone vestite di bianco.
Ma come potrei non riconoscerti.
Tu, che sei il mio amico.
I genitori di Oliver – le mani, come carezze, sulle loro schiene – vennero fatti accompagnare fuori. Il lacchè fece un passo da parte quando nella stanza entrò l’équipe medica. Provò a formulare un accenno di protesta gesticolando; questo perché, come tutti sanno, le norme del galateo vietano anche di spostare un letto di sala operatoria in sala operatoria senza prima svegliarne l’ospite addormentato. Bisognava aiutarlo ad alzarsi, a rivestirsi, sembravano dire lo sguardo dorato del lacchè e i suoi gesti: un tempo ali di cigno, ora artigli di falco. Ci avrebbe pensato lui – ci avrebbe pensato lui –, ma quel giorno non potè nulla.
Perché Oliver non c’era già più. E con lui le sue certezze.
Ecco perché il drago non sputò acqua sul fuoco che pochi giorni dopo ne bruciò il corpo privo di vita. Il fatto è che la camera ardente è un edificio gigantesco, come direbbe il loro amico.
E il drago e il lacchè stanno sempre di fuori.
Senza se e senza ma.
E qualcuno potrebbe anche dire di non vederli. Che non esistono.
Poco importa, penserebbe Oliver.
Perché soltanto un adulto non riuscirebbe a vederlo: quel gigantesco dettaglio bianco rappresentato dai suoi amici in mezzo a tutte quelle persone vestite di nero.
L’orbita di un biberon dentro un forno a microonde è un romanzo d’invenzione di Federico Spagnoli.
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