L’accezione più consueta e conosciuta dell’outsider è quella di “chi sta fuori”, di chi vive ai margini, disadattato e inadeguato, emarginato e solitario, schivo e ombroso, che può tradursi anche in una sorta di alter ego maligno, un doppelgänger, gemello malvagio che ci perseguita e tallona come un’ombra perfida e demoniaca. C’è una lunga tradizione letteraria e artistica che s’è ispirata a questo modello, da Dostoevskij a Philip Dick, da William Blake a Leonora Carrington, anche se forse la più geniale intuizione è da attribuirsi a Edgar Allan Poe, che con il celebre racconto del 1839 William Wilson ha disegnato il prototipo più emblematico dell’outsider, un disperato personaggio, braccato dal suo sosia che gli sconvolge la vita, rovesciando in orrore, turpitudine, male ogni sua azione, e da cui, in tempi recenti, un altro gigante della letteratura, Stephen King, ha tratto spunto per il suo romanzo, The outsider, dove la vita di un rispettato padre di famiglia e allenatore sportivo, Terrence Maitland, viene sconvolta dal suo doppelgänger, il suo satanico e spaventoso doppio.
Ma in letteratura c’è sempre il monello impertinente che si diverte a scompigliare le carte, che rompe la tradizione, che rovescia e sovverte i connotati del canone. Ovvero: che possiede una visione profetica e frustra ogni rassicurante aspettativa. Che, per dirla alla Virginia Woolf, per aprire la finestra ha bisogno di distruggere i vetri. Stiamo parlando di un fuoriclasse della disubbidienza e del rovesciamento, del sovvertimento della consuetudine, capace ogni volta di dribblare il prevedibile, di sorprenderci con folgorazioni sorprendenti, nell’acrobazia della parola e nella creazione di storie estroverse, vale a dire uno scrittore del calibro di James Joyce, che, fra le sue infinite insolenze, in un’inesauribile potenza inventiva, ci ha consegnato un nuovo modello di outsider, un personaggio, sì, che “vive ai margini”, inadeguato e sconveniente, non conforme alla norma, ma che nella magia della storia diventa un campione di pacifismo, di democrazia, di tolleranza.
Ma per entrare nella sensibilità di questo personaggio, s’intende del protagonista di Ulysses, Leopold Bloom, ci tocca passare da una parte secondaria, ossia partire da una prospettiva trasversale, obliqua e non diretta, perché, come spesso capita nel libro di Joyce, molti indizi vengono disseminati in modo sbilenco e contorto, insomma simbolico, così che per orientarci siamo costretti a non affrontare di petto le parole ma esplorare cosa rivelano sotto l’epidermide, quindi togliere il velo dell’allegoria. Nella fattispecie, può essere utile esaminare cosa nascondono gli stravaganti gusti culinari di Leopold, perché come lui stesso dichiarò nell’ottavo episodio, Lestrigoni, episodio per eccellenza dedicato al cibo: «Know me come eat with me» («Se mi conosci vieni a mangiare con me» U, 340). Cos’ha voluto suggerirci Leopold con questa battuta?

Siamo in un episodio decisivo, dove però, paradossalmente, non accade nulla, ovvero dove accade poco nella misura dei fatti e delle minute occasioni del quotidiano, ma capita molto nella testa e nel corpo di Bloom, e dove il monologo diventa una sorta di sottofondo costante, di basso continuo, in una comica alternanza, nei confronti del cibo, fra fame e disgusto, fra attrazione e repulsione, in un fare sentenzioso e grave, assieme a battute divertenti e facete. Qui, il corpo e la mente si muovono in perfetta simmetria, in un reciproco gioco di specchi, dove la fisicità e il cibo sono rivelatori della mente, del pensiero, della personalità.
Ed ecco che Leopold (o meglio Joyce per bocca di Leopold) ci regala un indizio prezioso: l’identità di una persona è strettamente connessa a ciò che mangia. Il che ci porta, di seguito, ad almeno un altro paio di domande: di cosa si nutre Leopold? a cosa rinviano i suggerimenti culinari disseminati nei Lestrigoni? D’accordo, tutto Ulysses è intessuto di riferimenti simbolici alla materia della cucina e al corpo, visto che siamo alle prese con «the epic of the human body» («l’epopea del corpo umano»), ma in questa fitta trama di spie allegoriche, è nell’ottavo episodio, non a caso consumato fra le 13 e le 14, all’ora del pranzo, che Joyce approfondisce il tema della cucina. Qui i grandi motivi conduttori sono il cibo e la sensualità, con un Bloom quasi ossessionato dalla fame, benché sia inorridito dalla voracità degli avventori a tavola.
Ma partiamo dai dati esteriori della trama.
L’episodio si svolge nel pieno centro di Dublino.
Esordisce col nostro protagonista che passa davanti a un negozio di dolciumi in Sackeville Street, per poi attraversare O’Connell Bridge e comprare due torte di Banbury per nutrire i gabbiani, e di seguito riflettere sulla parola Parallax (concetto astronomico che non comprende bene e che paragona erroneamente ad un’altra parola greca, di origine greca, metempsicosi, che aveva cercato a fatica di spiegare alla moglie nel quarto episodio). Mentre osserva un gruppo di uomini che indossano pannelli pubblicitari (H.E.L.Y.S.) a forma di sandwich, si sofferma su uno che porta la lettera Y, che «tirò fuori un pezzo di pane da sotto il tabellone che aveva davanti, si riempì la bocca e continuò a masticare mentre camminava. Il nostro nutrimento principale» (U, 299). Incontra poi Josie Breen, che un tempo corteggiava, e passa davanti alla redazione dell’Irish Times. Dopo lunghe peregrinazioni fra Westmoreland Street, il Trinity College e Grafton Street, arriva finalmente al Burton Restaurant dove vorrebbe mangiare, ma, schifato dalla massa di avventori che «mangiano come animali» («appollaiati sugli alti sgabelli al bancone, i cappelli tirati all’indietro, ai tavoli chiedevano altro pane tracannando, divorando cucchiaiate di cibo brodoso, con gli occhi sporgenti, si ripulivano i baffi bagnati […]. Non potrei mangiarci neanche un boccone qui dentro» U, 329), si dirotta così verso il Davy Byrne’s pub, dove consuma un sandwich al gorgonzola e un bicchiere di Borgogna.

Ed eccoci arrivati al cuore dei Lestrigoni. C’è un passaggio, in particolare, che ci interessa e ci permette una curiosa connessione con quanto era già accaduto nel quinto episodio. Infatti, mentre Leopold al Davy Byrne’s pub consuma il suo pranzo, si perde in una serie di divagazioni molto simili a quelle che aveva già sviluppato nella chiesa di Westland Row, attorno al cannibalismo, e associa in modo piuttosto macabro e raccapricciante, la carne che si mangia con la carne umana (ad un certo punto, allude persino alla carne del defunto Paddy Dignam, al cui funerale aveva appena assistito nel sesto episodio):
That fellow ramming a knifeful of cabbage down as if his life depended on it. Good stroke. Give me the fidgets to look. Safer to eat from his three hands. Tear it limb from limb. Second nature to him.
[…]
Under the obituary notices they stuck it. All up a plumtree. Dignam’s potted meat. Cannibals would with lemon and rice. White missionary too salty. Like pickled pork. Expect the chief consumes the parts of honour. Ought to be tough from exercise. His wives in a row to watch the effect. There was a right royal old nigger. Who ate or something the somethings of the reverend Mr MacTrigger. […] Peace and war depend on some fellow’s digestion.
Quel tizio che infila un bel tocco di cavolo col coltello e se lo divora come se da questa cosa dipendesse tutta la sua vita. Bel colpo. Mi dà il nervoso solo a guardare. Meglio se mangia con tutte e tre le mani. Se lo sbrana un arto dopo l’altro. La sua seconda natura.
[…]
Sotto i necrologi l’hanno infilato. Tutti su sul susino. La pasta di carne di Dignam. I cannibali sì con limone e riso. Missionario bianco troppo salato. Come il maiale in salamoia. Immagino che il capo se le mangia lui le parti più onorevoli. Saranno dure a forza di esercitarsi. Le sue mogli in fila a osservare l’effetto. C’era un vecchio negrone reale. E a padre Mr MacTrigger mangiò l’arsenale […]. Pace e guerra dipendono dalla digestione di qualcuno (U, 331-5).
È fin troppo evidente che nella descrizione dell’abbuffarsi degli uomini e del loro avventarsi sul cibo (che Bloom percepisce in toni piuttosto ripugnanti), ritroviamo due aspetti fondamentali della sua identità. Da un lato la sua «rinuncia alla violenza […], il rifiuto […] nei confronti della voracità animalesca» (U, CXXIV), ovvero la sua mitezza, la sua propensione per la pace, e la sua denuncia a chi decide la guerra in funzione della propria digestione («Peace and war depend on some fellow’s digestion»). Dall’altro lato, la condizione di un disgustato osservatore esterno, di un outsider, di un personaggio che non si riconosce nelle abitudini comuni e che vive un senso di non appartenenza, di estromissione, in qualche maniera anche di inadeguatezza nei confronti di coloro che definisce «Fantasmi affamati» (U, 333), paragonando le carneficine che si consumano sulle «bestie sventurate al mercato del bestiame in attesa della mazza che gli spaccherà in due il cranio. Muu» (U, 333), con le usanze delle tribù dei cannibali (il che rimanda, di nuovo, all’atteggiamento di Bloom ispirato alla concordia sociale).

Non è un ragionamento troppo diverso da quello che aveva impegnato la mente vorticosa di Bloom nell’episodio dei Lotofagi, sempre in un ruolo di outsider, quand’era entrato nella chiesa di Westland Row e aveva assistito per caso alla messa cattolica. Qui Leopold, in una spirale di procedimenti associativi piuttosto torrenziali, collega dapprima il rito dell’eucarestia, in modo irriverente e irrispettoso, a un «Lollipop», leccalecca, la transustanziazione a una forma di magia; e poi la liturgia del mangiare il corpo (carne) e del bere il sangue (vino) di Cristo ad una forma di feroce cannibalismo (senza astenersi da una serie di allusioni sconce):
Women knelt in the benches with crimson halters round their necks, heads bowed. A batch knelt at the altarrails. The priest went along by them, murmuring, holding the thing in his hands. He stopped at each, took out a communion, shook a drop or two (are they in water?) off it and put it neatly into her mouth. Her hat and head sank. Then the next one. Her hat sank at once. Then the next one: a small old woman. The priest bent down to put it into her mouth, murmuring all the time. Latin. The next one. Shut your eyes and open your mouth. What? Corpus: body. Corpse. Good idea the Latin. Stupefies them first. Hospice for the dying. They don’t seem to chew it: only swallow it down. Rum idea: eating bits of a corpse. Why the cannibals cotton to it.
Donne si inginocchiavano ai loro banchi con scapolari cremisi attorno al collo, le teste piegate. Un gruppetto al parapetto dell’altare. Il prete passava loro accanto, mormorando, col suo affare in mano. Si fermava accanto a ognuna, prendeva il pane della comunione, sgrullava una goccia o due (lo tiene in acqua?), e glielo infilava dritto in bocca. Il cappello e la testa della donna sprofondavano. Poi la prossima una vecchietta. Il prete si chinò e glielo mise nella bocca aperta, mormorando tutto il tempo. Latino. La prossima. Chiudi gli occhi e apri la bocca. Che? Corpus. Corpo. Cadavere. Buona idea il latino. Prima le stordisci. Ospizio per i morenti. Non sembrano masticarlo: inghiottono e basta. Idea stramba: mangiare pezzetti di cadavere ecco perché ne sono attratti i cannibali (U, 151-3).
Il nostro protagonista, Ulisse moderno, vagabondo e ramingo, ebreo errante, di padre ungherese, assiste in modo scettico e diffidente al rito cattolico dell’eucarestia, del nutrirsi del cibo di Cristo, innescando una serie di impudenti riflessioni. Da un lato, «rifiuta l’effetto narcotico indotto dalla “grande idea” che vi scorge dietro» (U, CXVIII), dove i corpi diventano cadaveri e dove l’ostia consacrata, elargita con formule latine, anestetiche e persuasive, diventa un pretesto per riferimenti sacrileghi e osceni (il prete con l’ostia ossia col suo affare in mano sgrulla una goccia e glielo infila in bocca). Dall’altro lato, nel ruolo di un ebreo che non comprende la simbologia del rito cattolico e che associa il sacramento della comunione ad un atto cannibalesco, sottolinea ancor di più la sua condizione di estraneità, di outsider, che lo marchia in tutta la storia e che emergerà di lì a poco, nel sesto episodio. Ma non è finita. Poco più avanti in Ade, ritroviamo il nostro eroe nella carrozza che segue il carro funebre di Paddy Dignam e assieme a lui viaggiano altri tre personaggi (Martin Cunningham, Jack Power, Simon Dedalus) che lo trattano con distacco, freddezza, derisione: fra loro si chiamano col nome di battesimo, mentre solo Bloom è apostrofato come Mr Bloom, non colgono le sue battute, lo trattano con saccente dileggio, lo deridono, si fanno beffe del suo carattere di ebreo cornuto. Ovviamente in questo suo ruolo di estraneità, esclusione, sottomissione gioca un fattore cruciale un riferimento politico colonialista, in margine alla condizione di asservimento dell’Irlanda, che è presente in tutta la poetica di Joyce, poiché «a Dublino e in Irlanda in generale, la storia coloniale ha donato una tinta particolare a questioni di classe sociale e cultura» (Diarmuid Ógiolláin, U, LIII). Ma c’è di più, perché la diversità di Leopold è anche una condizione identitaria, in riferimento a ciò che mangia: se scendiamo nei dettagli più specifici degli ingredienti culinari, è stato rilevato che la cucina che predilige Bloom è legata ad una cultura triestina o italiana, tutt’altro che irlandese («il suo pranzo di un sandwich al gorgonzola e un bicchiere di Borgogna sembra più tipicamente triestino o italiano che irlandese», John McCourt, Ulisse di James Joyce. Guida alla lettura, Carocci, Roma, 2021, p. 96).

Ora riusciamo meglio ad afferrare il senso della battuta di Leopold: «Know me come eat with me» («Se mi conosci vieni a mangiare con me» U, 340).
L’identità di Bloom si rivela attraverso i suoi gusti culinari, ciò di cui si nutre, il cibo che predilige e quello che disdegna, ossia il suo statuto di distacco e diversità, in una vera e propria (parafrasando Joyce stesso) «epopea dell’outsider». Non è di certo un outsider nel senso di Poe e di King, un doppelgänger dell’orrore e del demoniaco. Al contrario. In questo caso il cibo ci avvia alla considerazione di un eroe comune, un everyman, che esercita la sua eccezionalità, il suo eroismo, proprio nel ruolo della docilità, di un osservatore estraneo e diverso, fragile e sbeffeggiato, e nella sua propensione alla pace in un mondo di soprusi.
Non solo, dunque, l’epopea dell’outsider, non solo l’epopea del corpo e del cibo, ma, potremmo dire, anche l’epopea della tolleranza.
Vale la pena ricordare che, nel gioco di rovesciamenti e parodie che guida Ulysses, il nostro eroe riveste uno statuto esattamente opposto rispetto al suo modello eponimo. Odisseo, “eroe dal multiforme ingegno”, dopo vent’anni di assenza da Itaca, di cui dieci anni di guerra e altri dieci di ardimentose peripezie, strabilianti imprese e avventure amorose che non sono esattamente un esempio di fedeltà nei confronti di Penelope, avendo trascorso un anno nell’isola di Eea con Circe e ben sette a Ogigia con Calipso (in particolare con Circe sarebbe rimasto, se non fossero stati i compagni a fargli cambiare idea), finalmente rientra in patria e, inesorabile, fa strage senza pietà dei Proci, colpevoli di aver insidiato la moglie (benché non ci sia stato nessun tradimento), lasciando la corte piena di corpi senza vita. Al contrario il nostro docile Leopold Bloom, dopo aver preparato la colazione per Molly e avergliela portata in camera (siamo nel 1904), dopo aver bighellonato per la città, impegnato in occupazioni tutt’altro che intrepide e favolose, perdendo tempo e guardandosi bene dal rientrare a casa alle quattro, sospettando che a quell’ora sul suo letto (su quello stesso letto dove si è svegliato con la moglie e dove le ha portato la colazione), si sta consumando la relazione fedifraga fra Molly e Blazes Boylan, quando rientra a casa, in piena notte, non prova sentimenti di vendetta, rabbia, violenza verso la moglie che l’ha tradito, anzi rivolge verso di lei pensieri di tenerezza, attrazione erotica, dolce malinconia, passione, profondo attaccamento, preoccupandosi di averla persa, immaginando i modi per animare la loro relazione, chiedendosi addirittura quali siano le sue responsabilità per il loro allontanamento.
Altro che eroe fiero e incrollabile, saldo nelle sue certezze. È un uomo problematico, esitante, molto moderno.
Il protagonista di Joyce non ha niente della statura valorosa dell’eroe omerico; il mito viene degradato e riletto in chiave parodica, come si deduce dalla celebre lettera a Linati: «La mia intenzione è di rendere il mito sub specie temporis nostri» (e lo stesso ragionamento vale per Molly, il cui flusso di pensieri stravolge le caratteristiche del modello greco: Penelope archetipo della sposa fedele dotata di métis, intelligenza pratica e astuzia, al contrario di Molly, tripudio di sensualità e istinto).
La mitezza di Bloom, nel suo movimento incerto, apparentemente fragile, è il contraltare di uno spazio dominato dal culto delle certezze e del cinismo.
La sua sensibilità mite e remissiva, buona e mansueta, magari anche sognatrice e letargica (come allude il suo nome, Leopold Bloom, Henry Flower, fiore), resiste in un universo che invece celebra il pragmatismo, l’arrivismo, la rivalità.
Le citazioni di Ulysses e la relativa traduzione sono tratte da: James Joyce, Ulisse, a cura di Enrico Terrinoni, Bompiani, Milano, 2021 (i passi citati vengono indicati con U e di seguito il numero di pagina).
Andrea, narratore e saggista, è un insegnante di Letteratura Italiana e Storia. È autore di numerose pubblicazioni sul Cinque/Seicento e sul Novecento, e di una decina di romanzi. Ha collaborato per gli editori Zanichelli, Principato, Loescher.




