La moneta tocca il suolo, rimbalza. Il tappeto vinaccia, che sporge come una lingua bidimensionale dall’entrata del museo, attutisce il suono del metallo, che descrive un paio di circonferenze e si posa a terra. Celato dalla guardia di scarpe da ginnastica, mocassini e stivali, George Washington mi scruta con superiorità. Turisti americani. I figli borbottano tra loro, esaminandosi di tanto in tanto le chiazze di sudore sotto le ascelle, rimproverando con lo sguardo i genitori per avere preferito il museo alla spiaggia, e sé stessi per aver accettato di seguirli. Il prezzo per la cultura, starà pensando il padre, il capofamiglia, mentre estrae il portafoglio dallo zainetto antitaccheggio – non si sa mai, con questi europei – consegnando involontariamente il dollaro al tappeto. Soltanto io, a pochi passi dagli americani, resto a osservare il generale affrontare il suo nuovo Delaware, questa volta di polipropilene, con scarso successo. Dietro di me si accumula una classe di studenti. Rumoreggiano, lamentandosi di tanto in tanto con la docente per l’attesa, che il caldo ha reso snervante.
Mezzogiorno. Le ombre vengono richiamate all’ordine dalle pareti, che le sottraggono alla strada e al marciapiede, dove si estende la fila dei visitatori di oggi. Non me l’ha fatto fare nessuno. Potrei raccogliere il dollaro a terra, bussare sulla clavicola del capofamiglia e restituirgli il suo Primo Presidente; potrei abbandonare la fila e lasciare senza testimonianze il tragico destino degli studenti, che si apprestano, estraendo le borracce, a respirare l’aria immobile in cui galleggiano le mostre d’arte. Il fatto è che ho tempo perché la farmacia apre alle sedici e trenta, e il bello dei musei è che sei tu a decidere quanto lunga sarà la visita, allungando il passo e lo sguardo verso l’opera successiva e limitando la lettura delle targhette informative alle parole in grassetto che naufragano tra i paragrafi. Inutile starsene ad accumulare frasi su frasi per giustificare una teiera in porcellana spezzata in due a voler simboleggiare la fragilità della routine. Non importa niente a nessuno. La famiglia d’oltreoceano avrà puntato sul museo più vicino all’hotel con piscina dove avranno preso alloggio, di cui si vanteranno con gli amici del Minnesota o del Wisconsin, o da qualunque stato provenga la canotta da pallacanestro del figlio ventenne; gli studenti, invece, vincolati dal proprio programma di studi, non vedono l’ora di percorrere l’ingresso dal senso opposto, accelerando il passo o la pedalata verso casa. A separare le due realtà vi sono io. Qui, per un qualche motivo. Qui, incastrato tra i turisti sudati e gli studenti nervosi, a montare il mio turno di guardia in difesa del signor Washington che, forse accecato dal sole, osserva accigliato la professoressa dietro di me.
– Mi raccomando ragazzi. Parlo con tutti, mi sentite? Bene, quando sarete dentro, come avrete letto dai cartelli, non scattate fotografie con il flash? È chiaro?
Un mugolio d’assenso risponde alla docente, che si aggiusta gli occhiali sul volto e riprende a sventagliarsi, probabilmente domandandosi dove diavolo sia finita la collega, allontanatasi alla ricerca di una fontanella con la promessa di fare ritorno in tempo per l’ingresso della scolaresca. George e io, invece, non diciamo nulla: il nostro sguardo d’intesa è già di per sé piuttosto esplicativo. Piatto, sul tappeto sporco di polvere, imprigionato nella sua effige, anche lui credeva di trovarsi all’entrata di un museo d’arte contemporanea, e non di uno zoo del cazzo.
Non c’è estate in cui San Sebastián non faccia incetta di turisti. Si gonfia a partire dagli alberghi di periferia, che ingoiano senza masticare le famiglie appena arrivate per poi digerirle, il giorno dopo, tra le vie che conducono allo stomaco della città, dove gli enzimi di locali e guide turistiche procedono a trasformare la massa di spagnoli – come me –, francesi e tedeschi in un flusso pressoché inesauribile di denaro, e quindi di energia. È una città dal corpo panciuto, tondeggiante, che deve nutrirsi con una certa costanza se vuole mantenere il ritmo dei suoi abitanti. Per farlo muove le dita, le sue ventose, i suoi tentacoli, catturando e costringendo i turisti a varcare le soglie di ristoranti di lusso, locali notturni e stabilimenti balneari. Sempre in attesa, appollaiati sui marciapiedi, gli accalappiaclienti si sfregano le mani in attesa di gettare la lenza – o l’arpione – in mezzo alle folle di visitatori. Non è l’andamento dei mercati azionari a far levitare i prezzi scritti sulle lavagnette nere di cui poco si curano gli stranieri affamati, partiti stringendo tra le mani i loro programmi calibrati alla perfezione, e che entro il tramonto del primo giorno si ritrovano immancabilmente a dover riorganizzare da capo. È San Sebastián a mangiarti. Mai il contrario. Loro non lo sanno: ti cattura presto, appena sveglio, con la sua aria salmastra che d’estate è magnetica, e ti trascina verso la spiaggia a prescindere dai tuoi intenti; come la fiamma tende al cielo, l’uomo tende all’acqua del mare, e San Sebastián fa da eco a questo richiamo accentuando le proprie pendenze e spostando il proprio baricentro, facendoti scorrere verso il Cantabrico come un tavolo da biliardo, inclinandosi, fa scivolare la numero otto verso la buca. E la partita finisce. Finisce nell’esatto momento in cui ci si ferma a osservare, con ancora in bocca il sapore del cortado bevuto a colazione, le squadre di surfisti radunarsi in un cerchio di venti o trenta esemplari, come un branco di squali bipedi che vedono la preda nell’onda che s’infrange, e non nel pesce che l’attraversa; finisce nel preciso istante in cui ci si prova a immaginare con una muta addosso, alle otto di mattina, e con due metri di tavola da surf sottobraccio, pronti a lottare contro l’acqua salata che prosciuga la pelle, le labbra, che dà sapore al palato, odore ai capelli, e che stringe i nodi dei legami di chi riesce a scorrervi sopra con i piedi piantati sulle tavole screziate e le braccia al vento, alla ricerca di un equilibrio la cui perdita è, in fin dei conti, il vero motivo per cui si risale sulla tavola e si riprova a battere il mare. Proprio come il turista cerca di battere San Sebastián. Chi non è vittima è testimone, e chi non è testimone probabilmente a questa città è andato giù di traverso. Salvarsi dalla gola del mostro, dalle fauci di questo kraken di case e di vie, dalle sue ventose di camini, di tegole, di insegne e di bancarelle, è una benedizione riservata a pochi fortunati. Rigettati dalla creatura sono quelli come me, che in questa città ci vivono, e quindi hanno il sapore amaro della quotidianità e dell’abitudine, e queste misere pattuglie di turisti americani che vagabondano tra le opere d’arte dei vari musei. San Sebastián dovrà pur cagare da qualche parte.
La bolla di chewing-gum alla fragola scoppia tra le labbra della figlia minore. La mamma, riponendo in tasca gli occhiali da sole, si volta rimproverando la ragazzina con lo sguardo, ma senza alcuna vera pretesa di farla desistere dai suoi tentativi di dare un sapore alla rigorosamente insipida entrata del museo. La signorina in giacca e cravatta mi guarda negli occhi e sorride, indicandomi l’inizio del percorso guidato con un gesto allenato chissà quante ore al giorno, che avrà imparato a memoria e che dovrà eseguire almeno un’altra ventina di volte, una per ogni studente che in fila subito dietro di me. Allarga il braccio destro, all’altezza del fianco, e fa ruotare il palmo aperto, come per mostrare qualcosa, come se la scritta START in caratteri cubitali sulla porta in fondo allo stanzone non fosse sufficiente. Ma è il suo lavoro, è qui per questo: consegnare un biglietto e indicare una porta. Riesce persino a guadagnarci qualcosa e, a giudicare dalla fronte imperlata di sudore e dalle mani umide, questo qualcosa sta meditando di investirlo in un nuovo condizionatore da regalare a proprie spese al museo. Come biasimarla, la cara signorina in giacca e cravatta, vestita di tutto punto come se dovesse arrivare un principe d’Arabia, e che invece si ritrova ad accogliere, all’ora di pranzo, quattro americani, due professoresse del liceo, una ventina di ragazzini scazzati e il sottoscritto: l’unico che le ricambierà il sorriso da qui alla fine del suo turno di lavoro, scommetto.
Mi va male. Mi volto per dare un’altra occhiata alla scolaresca, per provare a stabilire in anticipo di quanti decibel verrà cannibalizzato il silenzio che cerco nei musei, e noto che la prima docente, ancora armata di ventaglio, estrae dalle labbra un’arcata di denti ingialliti dal fumo. Avrà ritrovato il buonumore una volta recuperata la collega, unica nave alleata in quel campo minato che è un gruppo di liceali in gita di classe. Scommessa persa, come persa è la mia rudimentale bontà. Di tanto in tanto mi viene naturale compiere un gesto cordiale, un ringraziamento che vada oltre le solite parole, un saluto che comprenda una stretta di mano o un bacio sulla guancia, che così raramente offro agli occhi del mondo che quando accade, come nel caso di pochi istanti fa, la mia figura lascia spazio a un paladino di grande umanità e filantropia. Ma è sufficiente un’azione al pari della mia, scaturita da una bontà gratuita e genuina – che non m’appartiene –, per disarcionare l’eroe da cui mi travesto e gettarlo a terra, nel fango, dove cado distruggendo, sotto il mio peso, qualsiasi ulteriore gesto cordiale avrei potuto riservare al mondo nel prossimo futuro. Anne pensa che le mie siano soltanto congetture, e che il dipinto avvilente con cui rappresento me stesso non sia altro che un modo che ho escogitato per scappare a certe responsabilità. Così tante, nei miei confronti. Così tante nei suoi.
Mi guarda da sopra la spalla, mi crede strano. Studentessa olandese, probabilmente atterrata a San Sebastián grazie a uno scambio culturale tra licei, e unica pedina della scolaresca dalla carnagione pallida e i capelli chiari. Gli occhi verdi cercano i miei – avrà quindici anni –, ma non possono trovarli. Mi crede strano per via degli occhiali da sole, tutto qui. Al chiuso, crede sia buffo che qualcuno li tenga indosso; non puoi sapere, ragazzina, che queste lenti non si portano per vedere meglio, ma affinché gli altri ti vedano peggio. E mentre tu non mi vedi e non puoi raccogliere informazioni su di me, io ho già archiviato la tua pratica: ti circondi di una terna di amiche, tutte più brutte, non hai il reggiseno, sotto la blusa azzurra, hai seni bassi, pungenti, denti curati, naso sottile, zigomi alti, e le guance con ancora impresso il rossore di benvenuto che offre il sole di questa città. Le gambe slanciate, i fianchi stretti, una rarità per i tuoi coetanei iberici. Chissà quanti di loro si fermeranno ai lati della mostra, fingendo di osservare una qualche opera esposta per poi posizionarsi dietro questo tuo girovagare basculante con cui riempi i pantaloni di lino. Quante cose cambiano, nella vita di un uomo. Quante altre, invece, non lo fanno per niente. Anche io, ai tempi, avevo un unico criterio di valutazione con cui classificare una donna: quello curvilineo. Ma ora che sono passati quasi vent’anni dai tempi del liceo, le cose sono diverse. O, perlomeno, diverse mi appaiono. Mi rivedo nel ragazzino con la felpa aperta sul petto e il cappuccio in testa, che scruta un candelabro in plastica e cotone dal valore che supera i sei zeri. Lo starà ritenendo assurdo, o forse geniale. Chissà se è caduto anche lui vittima della provocazione. Se ne sta fermo, solitario, come me, di tanto in tanto si aggiusta le lenti e poi riporta le mani dietro la schiena, afferrandosi il polso. Lo supero a passo svelto – basta così, per oggi –, l’aria è insopportabile, e poi ho già visitato il museo almeno quattro volte, negli ultimi mesi. Conosco le opere a memoria e potrei ripercorrere l’intero tragitto con gli occhi chiusi, passo dopo passo: un po’ come farebbe Anne. Ho ancora tempo prima che apra la farmacia, tanto vale spenderlo facendo due passi all’ombra. Il mio ragionamento troverebbe grande consenso nella mente del primogenito d’oltreoceano, il cestista, che soffocando uno sbadiglio preme con l’anca il maniglione antipanico dell’uscita d’emergenza, estraendo dal marsupio sigaretta e accendino. Ciò che davvero manca ai turisti, ma non solo, è il dono della discrezione. Li lascio alle tue grinfie, alle tue fauci, San Sebastián; non essere troppo crudele con loro, che di colpe non ne hanno, al contrario mio, che uscendo dal museo mi ricordo del trattato di difesa che avevo stipulato con il signor Washington. Del generale, sul tappeto impolverato, neanche una traccia.




